“El Camino”: come depotenziare un finale perfetto

*** Attenzione: sono presenti spoiler, non leggete se non avete ancora visto il film! ***

El Camino: A Breaking Bad Movie, diretto da Vince Gilligan e disponibile su Netflix dall’11 ottobre, è un film che i fan hanno atteso e al contempo temuto. Arriva sei anni dopo Felina, l’ultima puntata di Breaking Bad andata in onda nel 2013. Dopo cinque stagioni memorabili, piene di tensione, l’epilogo era stato altrettanto indimenticabile. Walter White aveva trovato la morte e salvato Jesse Pinkman, tenuto prigioniero e schiavizzato dalla banda di un altro trafficante di droga, lo zio Jack. Di quel finale, ogni fan ha stampate nella propria mente due immagini indelebili: l’inquadratura dall’alto su Walter che muore, il viso sereno e soddisfatto, in un laboratorio di metanfetamina, luogo che lo ha fatto diventare qualcuno (Heisenberg, “the danger“), che gli ha permesso di compiere quel qualcosa di grande a cui aveva sempre aspirato. E la scena di Jesse al volante della El Camino di Todd, che scappa euforico e terrorizzato, urlando via tutta la sua disperazione, il suo dolore, la sua voglia di ricominciare. È da lì che parte la narrazione di El Camino, da quel potenziale riscatto per un personaggio che ha sofferto ripetutamente, troppo umano, troppo emotivo, troppo distante dalla freddezza e dai deliri di onnipotenza di Walter.

El Camino è una finestra sul prosieguo della storia di Jessie ma anche sul suo passato, costruito con dei flashback che vedono protagonisti coloro che per lui sono stati deleteri (Walter, in parte “riabilitato” dal ricordo), o simboli d’amore, amicizia, fedeltà (l’amata Jane, gli amici spacciatori Skinny Pete e Badger). Oltre a questi ci sono altri due flashback fondamentali: il primo, quello con il quale si apre il film, vede Mike Ehrmantraut, ex sicario di Gus Fring, discutere con Jesse dell’evoluzione della loro situazione criminale. In procinto di abbandonare Walter e il loro business, Jesse chiede a Mike se le cose si sarebbero mai potute sistemare. Mike risponde di no, e il loro discorso verte sul futuro. “Dove andresti se avessi la mia età e volessi ricominciare daccapo?” chiede Jesse. “Alaska” risponde lui, anticipando il gran finale di Jesse, che sceglierà proprio quello stato per ripartire da zero.

L’altro flashback degno di nota è quello che vede Jesse assieme a Todd, durante il suo periodo di prigionia. Todd lo tira fuori dalla gabbia dentro la quale era rinchiuso, lo porta a casa sua per sbrigare alcune faccende “domestiche” che includono l’occultamento di un cadavere. Aaron Paul (Jesse) e Jesse Plemons (Todd) regalano alti momenti recitativi: Jesse è una bestia ferita e impaurita, da ogni suo sguardo, dal tono della sua voce e da tutta la sua gestualità possiamo percepire quanto la sua psicologia sia danneggiata. Todd mette i brividi: è come lo ricordiamo in Breaking Bad, spietato e impassibile.

Ma, come già accennato, El Camino non è solo flashback, bensì risponde alla domanda “Jesse avrà il suo riscatto, il suo lieto fine?”. Gilligan ha confezionato un film che non si può non definire buono. I piani sequenza, le inquadrature dall’alto (una su tutte questa), l’oscurità e le atmosfere cupe ci riportano al mondo di Breaking Bad e chi ha amato questo universo sporco e malato non può che sentirsi grato. La storia narrata è priva di fuochi artificiali –  e va anche bene così.

Jesse domina la scena per due ore, all’inizio ancora animale ferito (con l’urlo di Felina che riecheggia nelle sue e nelle nostre orecchie) soccorso dagli amici di sempre, i già citati Badger e Skinny Pete. Poi vediamo emergere in lui decisione e consapevolezza; rasato e sbarbato è più simile al Jesse di “Yo, bitch!“, ma porta sul viso le cicatrici, segni incancellabili del suo vissuto. Il suo obiettivo è sfuggire alla polizia, cambiare identità e arrivare in Alaska, promessa di serenità e tranquillità, di tutto quello che non ha mai avuto, simbolo finalmente di decisione. Non a caso il flashback con Jane si concentra proprio sulle scelte: lui le dice che la sua filosofia di vita, quel suo farsi portare dove vuole l’universo, gli piace. Lei ribatte che non è una filosofia così vincente.

Il Jesse di El Camino questo lo sa e decide per se stesso, senza arrendersi né avere cedimenti. Per cambiare identità cerca e trova Ed Galbraith, ex collaboratore di Saul Goodman, però l’operazione gli costa cara. Ma alla fine, per una volta nella sua sfortunata vita in cui ha sempre lasciato tutto al caso, Jesse riesce a seguire il piano e raggiunge l’Alaska con un altro nome, circondato da pace e neve candida. Ci saluta al volante, come in Felina, ma stavolta non grida, ha il viso disteso, è pronto a scegliere ancora, a vivere sul serio.

La trama di El Camino può essere riassunta in poche righe, il ritmo del film non è serrato ma piatto, prosegue in avanti e torna indietro, arrivando alla fine per mezzo di innumerevoli parallelismi. Non è un prodotto scadente. Ma è un “in più” che non era necessario. I fan si dividono tra chi ha scelto di non vedere il film per paura che potesse rovinare la serie, e chi lo ha visto. Tra questi ultimi, alcuni sono rimasti interdetti e delusi, altri invece hanno apprezzato proprio il ritmo lento, quel “non succede nulla di che”, il fatto che alcuni prosiegui siano, in realtà, esattamente così: non esaltanti, senza effetti speciali, perché quella particolare magia faceva parte di Breaking Bad, ma questo film è qualcosa di diverso.

Eppure, con El Camino è stato fatto un passo avanti che non serviva affatto. Si è attinto a una fonte che ormai si era prosciugata. L’urlo di Jesse in Felina si sente ancora, deve essere udito, e cancella il silenzio (per quanto significativo) che accompagna Jesse che guida nella neve verso il suo futuro. C’è chi, tra i critici e tra i fan, ha detto che il film e la serie vanno visti come due cose diverse. Sì e no. Sono due prodotti a se stanti, certo, ma fanno parte della stessa storia. Una storia che Anthony Hopkins ha definito, in una lettera del 2013 indirizzata a Bryan Cranston (Walter White), simile a una tragedia greca. Per rimanere tale, si sarebbe dovuta fermare a quel grido animale e primitivo, a Walt morente e a suo modo vincente visto dall’alto. Non c’era bisogno di rivedere Walt in un flashback mentre dice a Jesse che potrebbe andare al college come tutti i ragazzi “normali” e studiare economia. È superfluo. Ed è per questo che Gilligan per la prima volta delude: ha fatto questo film strizzando l’occhio al fan service, nonché, si suppone, per il vecchio dio denaro e le ammiccanti luci della ribalta.

Ma El Camino depotenzia Felina, toglie pathos e forza a quei fotogrammi finali perfetti, che lasciavano tutto in sospeso, tutto possibile, tutto intriso di sangue, metanfetamina e lacrime (FeLiNa). È per questo che, per salvare quell’elegante tragicità, sarebbe meglio fingere che non ci sia mai stato.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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