festivalfilosofia – riflessioni su persona e società

Diventare persona e vivere nella società di oggi

Siamo esseri umani biologicamente, ma come diventiamo persone?

Questo il tema del Festivalfilosofia 2019: persona.

Una parola così comune ma così poco scontata su cui si discute da secoli di filosofia e letteratura, cercando di darle la veste migliore. O maschera migliore, se siamo appassionati pirandelliani.

Nella serata di sabato, in piazza a Carpi, Roberto Mancini ha sollevato proprio la domanda iniziale. Come diventiamo persone? Come esseri umani che vivono in natura non abbiamo bisogno di essere educati a vivere secondo quanto abbiamo già scritto all’interno del nostro DNA. I primi Sapiens vivevano in piccole comunità di cacciatori-raccoglitori, con un linguaggio semplice ed esclusivamente funzionale, pochi riti sociali primordiali come il culto dei morti e la tendenza a vivere insieme, a coesistere e cooperare. Quest’ultimo punto nato dalla ovvia necessità di sopravvivere a denti e artigli di animali feroci, fronteggiandoli con l’unica arma biologica a disposizione: il cervello.

Siamo quindi essere umani che hanno bisogno di collaborare, Roberto Mancini ha parlato di Solidarietà e ora mi allaccio.

Uomo vs natura

La natura non ha bisogno di un’educazione per essere, gli animali e i vegetali sanno come vivere ed esistere senza che qualcuno glielo insegni. Seguono istinti insiti in loro.

L’essere umano invece ha bisogno di un’educazione per diventare uomo, per saper vivere in una struttura di collaborazione e in società più complesse, le cui regole non sono insite in noi alla nascita.

La solidarietà viene intesa come collaborazione e convivenza all’interno della società:

la società come modalità di convivenza può essere comunitaria. Non scommette sulla guerra e sulla competizione perché ogni uomo è un filo di un tessuto. Spezzato un filo, spezzato il tessuto.

L’intervento è proseguito con una critica alla modernità che ha portato a voler sempre più potere, economico, tecnologico e mediatico, facendo dimenticare che il vero potere per l’uomo è la libertà di non arrivare a subirlo fino a esserne succubi per mantenerlo a tutti i costi. A tutti i costi appunto, prediligendo una una singola volontà di potenza invece della solidarietà. Rendendo la volontà di potenza individuale superiore agli uomini, alla società. 

Siamo uno o siamo molti? Chiede infatti Galimberti. 

Nel suo intervento parte dall’etimologia di persona, ponendo l’attenzione su quella di derivazione greca.

Da pròsopos, la persona è colui che mi sta davanti. L’identità a livello sociale me la danno gli altri con il loro riconoscimento.

Aristotele in questo senso intendeva l’uomo come animale sociale. L’Homo Sapiens è un animale che ha bisogno di stare in società, per essere e diventare uomo deve essere riconosciuto dagli altri.

Da qui l’uomo ha creato società sempre più complesse che, con la creazione di commercio, denaro, leggi, è diventata sempre meno naturale e sempre meno insita nel nostro DNA. Quindi per questo l’essere umano ha bisogno di essere educato, ha bisogno di imparare a vivere nella società e diventare così persona. Dobbiamo diventare persone consapevoli della realtà in cui viviamo e per diventare ciò abbiamo bisogno di un’educazione che non è insita in noi come per la natura ma che viene appunto dalla società.

Per rispondere alla domanda.

Siamo molti, molte persone che traggono legittimità da un uno, che è la società. Galimberti pone l’accento sulla necessità di recuperare il concetto greco di persona che pone al primo posto la società e l’uomo con valore sociale, al di là degli interessi e scopi individuali.

Gli appunti…

Che cosa diventa la persona nello scenario economico e tecnologico attuale? Il capitalismo ha fatto diventare il denaro il valore primario producendo crescita e consumo. Gli occidentali sono il 20% dell’umanità e hanno bisogno del 90% delle risorse del pianeta. Consumare significa portare al niente nel tempo più rapido possibile: nichilismo. Ogni cosa ha una data di scadenza. Bisogna  quindi produrre un bisogno perché il sistema funzioni. Servo e padrone sono la stessa cosa, siamo servi di un sistema su cui si crede di dominare. Ma i fini dell’economia sono anche quelli dell’uomo? O l’uomo è schiavo dei fini dell’economia? L’uomo diventa un mezzo non un fine.

Anche la tecnica non è più un mezzo ma un fine, il cui strumento è l’uomo che perde la previsione di quanto ha costruito. Più quantità modifica la qualità e si ha l’eterogenesi dei fini. Si produce non per un fine ma per vedere quale fine le cose ci procurano. Il luogo delle decisioni è la tecnica che come etica ha il “si può fare tutto quello che è possibile fare”. Alla tecnica non interessa il miglioramento della condizione umana, come agli inizi, ma solo la propria auto alimentazione. Volontà di potenza che si auto alimenta. La stessa socializzazione, lo stare in società, la società stessa che ci definisce, ci dà identità e ci fa diventare persone, è attraverso la tecnica. C’è un mondo virtuale, una società virtuale che non è più reale.

Le conclusioni…

Questi i temi dibattuti durante le giornate del Festival. Gli interrogativi degli Appunti sono riportati dall’intervento di Galimberti, dovrebbero essere gli interrogativi di tutti? Condivisi o meno, sono profondi e saldi punti di riflessione. Scopo del Festival è far scendere la filosofia dalle aule magistrali alle piazze, facendola arrivare a tutti e far in modo che sia parte della loro educazione, del diventare persone.

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