Peppino Impastato, la voce dell’anti-mafia

Giuseppe, detto “Peppino”, Impastato davanti alla sede di Radio Aut

Finalmente la giunta della regione Sicilia è riuscita a completare l’iter burocratico per far divenire bene pubblico dello Stato il casolare nel quale nel 1978 venne trovato il corpo dilaniato del giornalista anti-mafia Peppino Impastato. Questa notizia, a differenza di quella della sua morte – coperta mediaticamente dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro -non passerà inosservata.

L’ennesimo schiaffo all’ambiente mafioso siciliano. La vita stessa di Peppino fu uno schiaffo a cosa nostra; ora, anche la sua morte colpisce la criminalità organizzata. Un segnale che deve battere incessantemente sui muri di cemento armato dell’omertà, della paura e della violenza. Non solo Cinisi – paesino nel palermitano dove nacque Impastato -, non solo Palermo, non solo la Sicilia ma l’Italia tutta è chiamata ad un strenua lotta contro la malavita che impregna la nostra vita. Ovunque, anche dove c’è una “banale” raccomandazione, c’è mafia. E sicuramente sarebbe questa la lotta che intraprenderebbe Peppino se fosse vivo oggi.

Manifesto di Radio Aut

LA GRINTOSA VOCE DI RADIO AUT

Peppino Impastato nacque il 5 Gennaio 1948 a Cinisi, Palermo. La sua è una famiglia di mafiosi. Il padre, Luigi Impastato, fu condannato già nel periodo fascista per attività mafiose – scontò una pena detentiva di tre anni ad Ustica. Dopo il suo ritorno a Cinisi, legò fortemente la sua persona a diverse attività criminose, come il contrabbando di generi alimentari. Fu il “braccio destro” del boss mafioso Gaetano Badalamenti, leader del traffico internazionale di droga con gli USA: il famoso “Pizza Connection”. Morì nel 1977, investito da un’auto. Esattamente un anno prima che il suo boss ordinasse l’assassinio del figlio.

Sin dalla giovane età Peppino – nomignolo che sta per “Giuseppe” – rompe i rapporti col padre e si impegna attivamente tra le fila dei movimenti proletari. Fonda nel 1965, all’età di 17 anni, il giornalino “L’idea socialista”. Ma è solo nel 1977 che l’impegno di Impastato prende realmente corpo: fonda la Radio Aut, una radio indipendente che trasmette sulla frequenza 98.800. Peppino si batte apertamente contro la mafia con la sua voce giovane e satirica. Non si pone alcun problema nello sbeffeggiare il boss di zona Badalamenti, chiamandolo “Tano Seduto”.

La scelta del nome non è casuale. “Aut” è una locuzione latina che significa “o”. “O” significava e significa “alternativa”; “o” significava e significa “lotta”; “o” significava e significa “resistenza”. La vita di Peppino era quell’ “o”, anche la sua morte. Difendere strenuamente quella scelta, quell’alternativa lo portò alla morte nella notte tra l’8 ed il 9 Maggio 1978. Era un “aut” anche alla sua famiglia. Era un “aut” politico (“Aut”- Autonomia Proletaria). Quell’ “o” che ora come allora viene urlato, ribadito incessantemente, portata ad emblema della lotta alla mafia – spesso questa parola viene scritta in maiuscolo “Mafia”, ma non merita tanta importanza. E la scelta della regione di dedicare di fatto un monumento fisico al fondatore di quell’ “aut” non fa altro che accrescerne la forza.

Peppino muore ad appena a trent’anni. Una giovani vita strappata dall’interesse, dal potere, da un sistema che permise che quella vita fosse tolta. Il più grande scempio che si potesse fare a quel giovane uomo non fu tanto al corpo, ma alla sua memoria.

Felicia Impastato, la madre di Peppino che lottò per scovare la verità sulla morte del figlio

IL PROCESSO

Sono ben venti gli anni di depistaggi e bugie che hanno seguito il ritrovamento del corpo; un martire civile che per vent’anni non ha trovato pace nella memoria della sua vita. Solo grazie all’impegno, quasi psicotico, del fratello Giovanni si è identificato Peppino come una vittima di mafia. Una delle tante, certo, ma una delle più importanti.

Il riconoscimento come vittima di mafia avvenne solamente nel 1984, dopo che il giudice Rocco Chinnici – anche lui assassinato per la sua attività anti-mafia -, ebbe avviato le indagini sul caso con incredibile coraggio e dedizione. La madre ed il fratello Giovanni però non si arrendono al semplice riconoscimento dello stampo mafioso dell’assassinio di Peppino.

Un aiuto, quasi insperato, arriva dal collaboratore di giustizia ed ex braccio destro di Badalamenti Vito Palazzolo, che indica il suo capo come mandante dell’omicidio. Badalamenti viene condannato all’ergastolo solamente nel 2002.

Seguono alla condanna le indagini sui vari depistamenti effettuate dai carabinieri corrotti che nelle prime fasi della vicenda seguirono il caso – dapprima di formulò l’ipotesi di un attentato e poi, dopo il rinvenimento di una lettera considerata la prova regina del caso, quella di suicidio -, arrivando al processo per Antonio Subranni – coinvolto anche nella latitanza di Bernardo Provenzano e definito dal giudice Paolo Borsellino “punciutu” (=affiliato alla mafia) – e Alfonso Travali.

Una vicenda che ancora oggi ha diversi punti bui, diverse contraddizioni. Soprattutto per quanto riguarda i depistaggi. I legami tra lo Stato e la mafia sono troppo forti perché tutta la verità venga a galla.

La mafia è questo: ombra.

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