Pizzica de core, pizzica di passione in terra salentina

Violino, fisarmonica e tamburello. Sono gli strumenti che battono il ritmo cadenzato, ipnotico della pizzica.
Antropologi e storici fanno risalire l’origine della danza alle celebrazioni dionisiache di tradizione ellenica e al mito di Arakne, dea della tessitura che vide affondare la nave dell’amato a lungo atteso, e da Giove trasformata in ragno per soddisfarne la brama di vendetta.

Pragmatico ne è stato l’uso nella realtà contadina: la taranta, termine dialettale per indicare la tarantola, mordeva e avvelenava durante l’arsura dell’estate del sud. La danza con i suoi movimenti, gesti ritmati, repentini, accelerava l’espulsione del veleno dal corpo del tarantolato.

Tuttavia, in epoca medioevale esplose il fenomeno del tarantismo, legato al culto di San Paolo. Le donne morse dal ragno, cadevano in una condizione di disagio psichico e fisico, una sorta di trance. Si dimenavano, invasate, in un tormento ritmico accompagnato dalla cadenza del violino, della fisarmonica e tamburello, che assumeva così il compito di espellere la cancrena spirituale dal corpo della donna pizzicata e riportarlo alla quiete. San Paolo appariva alle donne, le quali venivano trasportate alla Chiesa di Galatina edificata in onore del santo. Continuava così l’esorcismo iniziato tra le mura domestiche e che si spegneva con l’avvenuta liberazione delle malate, salvo riesplodere ciclicamente col susseguirsi delle stagioni (*1).
Non esistono prove scientifiche che possano collegare il morso del ragno alla maggioranza dei sintomi descritti e scientemente documentati, ma innumerevoli sono le testimonianze dirette dell’avvenimento.

Si ritiene che la danza utilizzata durante il rituale fosse la pizzica tarantata, erroneamente conosciuta come taranta, mentre fosse specificatamente differente la pizzica ballata nei momenti di festosa convivialità.

La pizzica de core assumeva originariamente le forme di un rituale di corteggiamento, durante il quale la donna esprimeva attraverso la sensualità di sguardi e gesti il suo potenziale di femminilità, servendosi inoltre dell’ausilio di una lunga gonna e di un fazzoletto rosso, che la tradizione vuole venisse donato all’uomo prescelto durante la danza.
La pizzica scherma, infine, rappresentava una sfida tra uomini, un duello danzato che mirava ad affermare la supremazia dell’uno o dell’altro contendente.

Da circa una ventina d’anni, la tradizione è tornata in auge per mezzo di una versione rivisitata in chiave moderna e che dunque si discosta dalle forme originarie. Molto amata dai giovani salentini, viene riproposta in diverse occasioni di festa durante il periodo estivo.

Una chiara attestazione di tale successo è rappresentata dall’ ormai celeberrima Notte della Taranta”, un tour salentino che quest’anno si è svolto dal 3 al 24 agosto. L’appuntamento più atteso è il concertone finale di Melpignano, che in quest’ultima edizione si è avvalso della presenza di due ospiti speciali, Elisa e Guè Pequeno. La massiccia partecipazione di turisti e giovani salentini, tra balli sfrenati e canti a squarciagola, dimostra come la passione non sia mai sfiorita, ma si sia rigenerata, riadattata a gusti più moderni.

In ultimo, una piccola puntualizzazione. Nonostante la razionalità moderna tenda a contestare la validità teologica del fenomeno del tarantismo, ridicolizzandolo, alcune persone potrebbero comunque risultare sensibili alla vista di poche pizziche tarantate la cui espressione danzante mima il momento di possessione post morso, con tutti i contorcimenti del caso. Ma ritengo doveroso ricordare che lo spirito originario della danza non contempla paura e invasamento, ma purezza, rivelazione di sé, specchio di naturalezza che si contrappone al meccanicistico e strumentale uso del corpo, un corpo che necessita di ritrovare la sua più autentica espressione vitale.

(*1) – Il fenomeno ha suscitato un enorme interesse tra gli antropologi, in modo particolare in De Martino che, dopo un’attenta analisi sul campo ha adottato un’interpretazione sociologico – deterministica, che vede l’isteria post-avvelenamento come un tentativo di straniamento dalle costrizioni sociali, estremamente oppressive nella realtà contadina del tempo.
Non vengono documentate altre interpretazioni di tipo mistico-esoterico, oramai declassate a livello di pura superstizione. Si può ritenere, tuttavia, che una parte della realtà cristiana abbia riconosciuto San Paolo come redentore e dunque abbia attribuito al culto una verità di oggettivo invasamento e liberazione mentre un’altra parte della realtà cristiana, più o meno moderna e protestante, non negando il legame con l’occulto, potrebbe considerare il fenomeno come un doppio inganno esoterico, in cui il liberatore non è altro che l’”occupatore”, che in tal modo ottiene la reiterazione di un culto estraneo alla profonda cristianità ma assunto come verità cristiana.

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