Il delitto Bolsonaro: l’Amazzonia in fiamme

La foresta amazzonica in fiamme

Nell’ultimo mese non si fa altro che parlare dell’Amazzonia. Non in termini classici, di elogio del patrimonio culturale e naturale, ma in termini di devastazione e noncuranza.

Da Gennaio ad oggi sono stati rilevati più di 80mila incendi che hanno distrutto decine e decine di migliaia di ettari di foresta, divenuta nera cenere. Si è registrato un aumento di questi eventi del circa 83% rispetto all’anno scorso, un dato che ha sicuramente del preoccupante. Aspetto però singolare di questa vicenda è la, non tanto casuale, coincidenza della salita al poter del nuovo premier brasiliano Jair Messias Bolsonaro.

Jair Bolsonaro nasce il 21 Marzo 1955 a Gliério, San Paolo, – lontano dalla foresta amazzonica – da genitori brasiliani ma entrambi con origini italiane. Il padre, infatti, è figlio di un immigrato veneto originario di Anguillara Veneta in provincia di Padova. La sua carriera politica è sin da subito segnata da un atteggiamento anticomunista e sovranista, atteggiamento che gli permetterà di divenire deputato tra le fila del Partido Democrata Cristão. Milita per molti anni nel Partito Social-cristiano brasiliano. Rimane quindi estremamente fedele agli insegnamenti cattolici, che trasmette a suo figlio Eduardo, noto rappresentante dell’estrema destra e dell’ultra-cattolicesimo.

Brasilia – 10 Agosto 2019, Bolsonaro bacia la maglietta della Marcia per Gesù

Ma è soltanto nel 1993 che la sua carriera politica ha una prima esplosione. Durante una seduta della Camera Bassa del Congresso Nazionale Brasiliano pronuncia estremo scalpore: dice di rimpiangere fortemente il regime militare brasiliano – parliamo del periodo che va dal 1964 al 1985, tempo in cui un giovane Bolsonaro crebbe nel mito dei grandi generali sovranisti – e valuta la democrazia come un grande fallimento istituzionale e politico.

Da quel momento in poi è storia. Nel 2016 si candida ufficialmente per le elezioni presidenziali del 2018, che vince con il 55,13% al secondo turno di elezioni battendo il suo avversario Fernando Haddad del partito dei lavoratori. Il suo mandato parte ufficialmente il 1° Gennaio 2019.

Bolsonaro non è lì per caso. Rappresenta in Brasile un movimento politico che si sta facendo strada in tutti i paesi mondiali, partendo dal suo caro amico Donald Trump sino ad arrivare al nostro Matteo Salvini. Un’idea di destra non più semplicemente capitalista – stiamo parlando in termini piuttosto generici -, ma fortemente nazionalista e estremamente legata al cattolicesimo. Ed è proprio da queste idee politiche che nasce il problema del disboscamento selvaggio dell’Amazzonia.

Le Ragioni

Brasile, campo di soia limitrofo alla foresta amazzonica

Sin dal regime dittatoriale degli anni ’60, i grandi poteri militari hanno compreso l’immensa ricchezza che deriva dall’intero territorio amazzonico, e proprio per questo motivo sono state impiegate ingenti risorse per costruire innumerevoli infrastrutture – miniere, piantagioni, etc. – nel segno del Integrar para não entregar, ovvero “Integrare per non cedere”. Per non cedere alle potenze straniere sicuramente ingolosite dalle prospettive economiche della zona.

Col successivo avvento della democrazia e con i governi di sinistra di Dilma Ruossef e Luiz Inácio Lula da Silva, questo atteggiamento nazionalista è andato scemando a favore di una politica più improntata sulla conservazione e la protezione della risorsa naturale, perdendo numerosi consensi da parte dei grossi industriali brasiliani. Il ritorno al passato però non si è fatto attendere. Bolsonaro ha preso una netta posizione critica rispetto ai vincoli ambientali imposti dai precedenti governi e ha dato il via libera ad una nuova stagione di “caccia”.

“Coloro che distruggono l’Amazzonia sono incoraggiati dalle azioni e dalle politiche del governo Bolsonaro. Da quando è entrato in carica, l’attuale governo ha sistematicamente smantellato la politica ambientale del Brasile”, spiega Danicley Aguiar di Greenpeace Brasile.

Il disboscamento dell’Amazzonia, sarebbe riduttivo pensarlo, non è legato solamente a delle politiche menefreghiste in termini ambientali, ma gli interessi economici mondiali giocano un fattore estremamente importante. Nel mondo il consumo di carne animale ha raggiunti i massimi storici. Per poter avere abbastanza risorse servono nuovi allevamenti, servono nuove infrastrutture, servono nuovi spazi coltivabili per i mangimi. Ed è proprio in questa ottica che si inserisce il governo Bolsonaro. La deforestazione è utile per l’ampliamento degli ettari coltivabili con soia e cereali, utili sia per i mangimi per i capi di bestiame sia per la loro vendita diretta. Basti pensare che l’Italia importa circa 1,3 milioni di tonnellate di soia ogni anni. Un business immenso.

“Oggi il 19 per cento della foresta è stato già disboscato e sostituito principalmente da coltivazioni di soia”, afferma Rômulo Batista, responsabile di Greenpeace Brasile.

La Cronaca

A sinistra il Presidente francese Emmanuel Macron, a destra il Presidente brasiliano Jair Bolsonaro

Tutto inizia il 2 Agosto scorso quando il Brazil’s National Space Research Institute (INPE) pubblica dei files contenenti le prove video della netta deforestazione in atto in Amazzonia. In particolare il suo direttore, Ricardo Galvão, dichiara:

“Quello che sta accadendo  è che questo governo ha inviato un chiaro messaggio, non ci saranno più punizioni come prima … Il controllo della deforestazione non sarà più come in passato”.

La reazione di Bolsonaro non si fa attendere, ma non è di certo positiva. Dapprima pubblica video da suo jet privato negando totalmente il pericolo della deforestazione in Amazzonia; poi, quando il mondo si accorge che sta mentendo, accusa senza alcuna prova le ONG che operano sul territorio brasiliano, come riporta un articolo del “The Guardian”.

“Sulla questione degli incendi in Amazzonia – dichiara il presidente brasiliano –, che secondo me potrebbe essere stata avviata dalle ONG perché hanno perso soldi, qual è l’intenzione? Portare problemi in Brasile”.
Un’accusa del tutto infondata e senza prove. Succede però qualcosa che distoglia prontamente l’attenzione sulle sue dichiarazioni: il presidente francese Emmanuel Macron, dal G7 di Biarritz (FR), accusa Bolsonaro di essere nient’altro che un falso. Per Macron, Bolsonaro sta deliberatamente nascondendo all’opinione pubblica ciò che diverse autorità nazionali brasiliani stanno denunciando. Il G7, molto interessato a mantenere e conservare il patrimonio naturale amazzonico – il motto di quest’anno è “lotta alle disuguaglianze” – ha istituito un fondo di circa 20 milioni di euro.
Ancora una volta Bolsonaro non risponde in modo collaborativo, ma se la prende sul personale e dichiara che non attuerà alcuna misura sino a che Macron non gli chiederà scusa per le parole estremamente offensive. Le pressioni politiche e dell’opinione pubblica si fanno sempre più pesanti – anche la “palida verde” Greta Thunberg interviene dichiarado: “Amazzonia in fiamme? Basta, non ne possiamo più di stare fermi. Insieme è tutto possibile” – e il presidente cede inviando prima 44mila militari per spegnere gli incendi, poi accettando i fondi stanziati dal G7.

Le Conseguenze

Brasile, terra bruciata attorno alle popolazioni Indios

Il titolo dell’articolo è molto esplicativo: il delitto Bolsonaro. Sì, si deve parlare di “delitto”; nessun altro termine può essere più azzeccato. Delitto perché le politiche economiche di Bolsonaro non solo stanno uccidendo ettari ed ettari di foresta pluviale, ma stanno uccidendo una cultura, quella degli Indios.

Gli ultimi guardiani dell’Amazzonia si stanno pian piano arrendendo a quei potenti che vogliono fare del Brasile una distesa infinita di soia e miniere. Si stanno arrendendo al loro stesso paese. Si stanno arrendendo alla prepotenza di un capitalismo senza scrupoli che uccide la loro cultura, la loro vita, che distrugge la loro casa. Sembra un argomento di poca importanza, ma i rischi climatici non sono le uniche conseguenze della deforestazione; il rischio è anche quello di annullare definitivamente un pezzo di storia umana, una parte della sua cultura. Sarebbe come uccidere tutti gli indiani d’America. Un vero e proprio genocidio (ghénos razza, stirpe – caedo, uccidere).

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