Il Giardino dell’ultima diva: Valentina Cortese

“I miei peccati, i miei peccati. Io ho sempre gettato via i soldi come una pazza… ho sposato un uomo che non faceva che debiti… mio marito è morto di champagne. Dio, faceva paura tanto beveva. Poi beh, sì, per disgrazia mi sono innamorata di un altro e me ne sono andata con lui. E qui, subito, un colpo in testa, il primo castigo… là, sotto… nel fiume. Il mio bambino annega. E allora, via, via, via, all’estero per sempre, per non tornare mai più, per non rivedere mai più quel fiume, e lui sempre dietro, implacabile, senza lasciarmi un momento. Avevo comprato una villa vicino a Mentone. Laggiù lui si era ammalato e per tre anni non ho avuto un momento di pace, giorno e notte! Ne sono uscita a pezzi, con l’anima asciugata.

L’anno scorso la villa è stata venduta per debiti, e io sono andata a Parigi, e lì lui mi ha derubata, m’ha piantata, s’è messo con un’altra, io ho tentato di avvelenarmi… tutto meschino, ignobile… 

M’è arrivato oggi per Parigi… Chiede perdono, supplica di tornare…

Liubov mostra il telegramma, lo prende tra le mani e lentamente, con fermezza, lo strappa, a pezzetti,  i suoi occhi duri penetrano la brutalità del nulla.

Il Giardino dei ciliegi di Anton Čechov, regia di Giorgio Strehler, Liubov è Valentina Cortese, classe 1923 e spentasi il 10 luglio 2019.

Il Giardino racconta la fine di un’epoca e di una classe sociale, iniziando con la perdita di una villa, messa all’asta per debiti e acquistata proprio da un contadino arricchito, figlio di chi degli stessi nobili era stato schiavo, ora esponente modello della nuova classe.

D’altra parte, i personaggi  sono investiti da un sentimento di decadenza senza tempo, e che dunque guarda oltre la crisi di un’epoca.

Čechov getta uno sguardo pessimista sulla nuova e sulla vecchia compagine sociale, ma non sull’individuo. Ne tratteggia, in verità, le contraddizioni, luci e ombre che non risparmiano nessuno. Né l’intellettuale illuminato, idealista e puro, troppo candido e incapace di comprendere con la luce del cuore… mentre al più arrivista degli arricchiti è permesso conservare un animo nobile, da artista.

E Liubov? Struggente. Ma c’è di più. Liubov, nobile donna di vita, di amore e bambina, che ama oltre ogni cosa ma lucida nella follia d’amore, non sa distaccarsene. Guarda negli occhi del dolore la feroce consapevolezza, vive di sogni a cui lei stessa non crede e sceglie, lucidamente, assolutamente, irrevocabilmente il tormento.
La recitazione della Cortese signorile, sentimentale fa da contrappunto al grezzo ritorno alla verità più cruda del vizio, inesorabile, infallibile.

Una Cortese delle migliori, delle più vere. Che, come ogni attore, porta sul palcoscenico una sua verità. Lei stessa ha dichiarato in un’intervista: “Amo molto il teatro. Ho sempre portato qualcosa di me sul palcoscenico. E ho sempre portato una sorta di teatralità nella mia vita privata.”

Valentina donna d’amore e di teatro ha ricordato così Giorgio Strehler regista e compagno:
Cosa ti manca di Giorgio Strehler?
La poesia, il teatro, la dolcezza, la follia… Era meraviglioso lavorare con lui. Eh, sì… è fuggito troppo presto. La sua passeggiata è stata troppo breve.

Valentina si porta con sé l’etichetta della diva evanescente. Charmant, sofisticata e bellissima, cela in realtà la semplicità che è infine il segreto della sua vita da artista.

Io sono, sia come sia, una donna d’amore e di teatro.

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