Plastica: una risorsa, una condanna

Pacific Trash Vortex – l’isola di plastica più grande al mondo

Il titolo di questo articolo non è scelto a caso. La plastica è una condanna o una risorsa?

Rispondere a questa domanda è piuttosto difficile; non tanto perchè non siano chiari i vantaggi nell’utilizzo dei materiali plastici, ma per la loro demonizzazione nella cultura di massa. Sembra quasi che ci sia un riflesso plavoviano indotto: plastica, Greta Thumberg, i Verdi, dannazione eterna.

Non ha ragione Donald Trump a negare l’inquinamento mondiale, ma non ha ragione nemmeno chi la aberra a prescindere. Nella nostra società è attivo un cortocircuito immenso che va distrutto e ricanalizzato in una giusta ottica valutativa.

La plastica ha segnato un’epoca di risorgimento economico non indifferente. La prima mai prodotta risale al 1907. L’immediata industrializzazione ha fatto si che l’incremento produttivo fosse vertiginosamente ripido, senza dare alla comunità scientifica e alla società civile il tempo di valutarne una buona gestione. Un dato che avvalora questa affermazione è il rapporto tra plastica prodotta ed i rifiuti stoccati: 270 milioni di tonnellate contro 275. Generiamo più rifiuti rispetto alla plastica prodotta. Questo fa capire come il vero problema non sia la plastica stessa, ma la sua gestione una volta divenuto rifiuto.

Risulta molto interessante analizzare alcuni dati molto esemplificativi. Nei paesi in via di sviluppo o che hanno avuto una improvvisa ed enorme industrializzazione, come Cina ed India, circa il 30% dei rifiuti è mal gestito. In uno studio condotto da Hannah Ritchie e Max Roser, si mette in evidenza che se i paesi poveri, soprattutto quelli del continente africano, partissero ora con un’industrializzazione selvaggia, la produzione di rifiuti crescerebbe esponenzialmente.

Lavoratori brasiliani nelle piantagioni di canne da zucchero

Ma quali soluzioni si stanno cercando per rendere più facile e gestibile questa preziosa risorsa?

La prima soluzione, e forse anche quella che attualmente sta avendo maggiore esposizione mediatica, è quella di adottare le cosiddette plastiche bio-based. Questi particolari polimeri si basano sullo sfruttamento di materie prime vegetali che, tramite una lavorazione chimica, vengono trasfromate in materie plastiche.

Questa tecnologia però nasconde delle insidie non proprio da poco. La prima si nasconde nella natura del prodotto finale: non è detto, infatti, che i prodotti ottenuti da fonti biodegradabili – si parla principalmente di amido, cellulosa, acido lattico – siano essi stessi biodegradabili. Ad esempio, se questo tipo di plastica finisse in mare (come già accade tutt’oggi), la temperatura dell’acqua sarebbe troppo bassa affinchè questa possa decomporsi naturalmente. La seconda si nasconde nella produzione dei precursori delle bioplastiche. Per coltivare ad esempio le canne da zucchero, una delle fonti principali per le bioplastiche, si dovrebbero sottrarre migliaia e migliaia di ettari di coltivazioni alimentari. Questo implicherebbe un decremento della disponibilità di cibo per milioni di persone.

Un pegno impossibile da pagare.

La soluzione che si prospetta più attuabile e più efficace per affrontare alla radice il problema gestionale della plastica sarebbe quella di modificare il modello economico attuale. Quello in vigore ora, che cerca di trarre il massimo profitto possibile dalla produzione di un dato prodotto, è definito lineare; mente quello detto circolare, che pone come base concettuale il riutilizzo del rifiuto, sarebbe quello auspicabile per un futuro migliore. Questo processo però deve implicare, per fortuna o sfortuna nostra, un impegno politico condiviso, che non si rincorra in gesti ecclatanti o mediaticamente importanti poco segnanti.

La plastica è una risorsa per la vita

Il messaggio più importante, che sta alla base di questo articolo, è che la plastica è una risorsa economica – senza di essa si spenderebbero oltre 550 miliardi di euro per produrre materiali equivalenti (solo 300 miliardi con  la plastica) – ed ingegneristica senza paragoni – senza di essa rimarremmo probabilmente nudi -, che controlla egemonicamente il mercato industriale. La sua gestione come rifiuto deve essere senza dubbio migliorata e si deve raggiungere un compromesso politico per l’attuazione di iniziative volte al miglioramento dello smaltimento , pensandola non più come tale ma come risorsa. Non è possibile che ancora oggi più del 50% del materiale plastico venga “smaltito” nelle discariche. La ricerca scientifica, putroppo, non sta riuscendo a proporre alternative altrettanto economiche. Oltretutto i fondi investiti dai governi globali sono infimi ed assai scarsi, quando il problema invece è di enormi proporzioni.

Se ciascuno di noi può far qualcosa? Certo, ma solamente in piccola misura.

“Più che una sostanza la plastica è l’idea stessa della sua infinita trasformazione, è, come indica il suo nome volgare, l’ubiquità resa visibile”      Roland Barthes

Fonti:

Le Scienze

Plastic Pollution by Hannah Ritchie and Max Roser

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