Happy Moon Day!

Apollo 11

E pensare che in fondo avevo toccato per primo il tetto del mondo…

Ero stato l’uomo più importante di tutta la storia. Quell’attimo in cui i miei piedi, mai stati così leggeri, come in fondo lo era la mia testa dopo le fatiche del viaggio, toccarono il suolo arido fu l’apice dell’umanità. Di tutta l’umanità, anche della mia.

Quel giorno non ci fu persona, o quasi, che puntò il naso lassù, nel cielo. Vedevano quella sfera luminosa con timore. Un uomo era lì su, sopra al mondo,da quella cima li spiava. Migliaia di formichine che arrampicavano su quel mondo così piccolo, che su per giù sembrava poco più una mela.

Di lì in poi fu la discesa, sia da quel mondo così spoglio, sia della mia vita, sia di tutta la gente. Quella leggerezza che avvertivo non era soltanto l’assenza di gravità, ma erano tutta la boria e l’altezzosità che circondavano quell’impresa sempre spinta come emblema dell’orgoglio americano. L’aquila che deve uccidere l’orso.

Bisogna pensare che erano gli anni ’60. Dopo due guerre mondiali, la gente era povera e ancora confusa dalla nascita e della morte del lupo nero. Vedere, immaginare un microbo lassù in cima all’universo doveva essere una gran cosa. Dopo quell’attimo per me non lo fu più. Arrivai al vertice solo per ridiscenderne.

Tornato a terra, cercai di riprendere la vita da militare che tanto mi aveva sostenuto nei momenti di sconforto, ma piombai sempre di più nell’oblio della depressione. “Tanto si tratta solo di un goccetto” mi dicevo, ma il mio fegato non era d’accordo.

Allora non capivo. Non capivo perché le persone amassero tanto lo spazio. Non capivo tutte quelle medaglie attaccate al bavero della mia divisa, che accettavo senza  vera gioia e senza un vero onore. Non capivo perché si ostinassero a portare gente sulla cima del mondo. Per vederli cadere? Per vederli vacillare? Strano godimento dell’uomo quello di vedere gli altri cadere nelle tenebre.

Ma non era questo. Un piacere troppo effimero per uno sforzo così grande.

Solo ora capisco finalmente il senso di tutto questo. Solo ora che scrivo queste parole capisco il fine, lo scopo di quella lenta marcia verso lo spazio.

Lo spazio è speranza. Lo spazio è prospettiva, futuro. Lo spazio è scoperta, conoscenza, fiducia; lo spazio è vita, pur non contenendone alcuna. L’ Apollo 11 non fece altro che tramutare tutto questo in una solida certezza. I pezzi di Luna che portammo giù – 22 chili, che sembrava pesassero quanto l’Everest stesso – erano la fiducia del mondo tramutata in materia. Io, Armstrong, Collins, tutti quelli che morirono e faticarono per raggiungere lo specchio del Sole, hanno contribuito alla speranza umana.

Sono passati ormai cinquanta anni da quell’odissea. Un’odissea che non ci ha portato a casa, ma che ne ha trovata un’altra, un po’ più nel cielo. Una casa che, come la nostra, deve essere rispettata ed amata da tutti.

Tanti ora mi chiederanno quale sarà la nuova speranza. Due milionari un po’ pazzi l’hanno già trovata. Chissà se un uomo la toccherà mai.

Lo sguardo, come cinquanta anni fa, punta sempre verso il cielo.

E. Eugene “Buzz” Aldrin, Jr.

E. Eugene “Buzz” Aldrin, Jr.

Immagino possa essere così una lettera del buon Buzz, uno degli uomini che cambiò il mondo.

Esattamente cinquant’anni fa, il 20 luglio 1969, una navicella spaziale toccò per la prima volta il suolo lunare, compiendo “questo piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità”. Niente da allora è stato più lo stesso: la Guerra Fredda, l’Occidente che ha conquistato il mondo, la politica, la cultura, la globalizzazione, internet, i social network, etc.

Un risultato quasi insperato,inatteso, che ha segnato con un tratto di nera pece il confine tra una società passata ed una moderna, dal mondo artigianale al mondo tecnologico. Ha segnato senza alcun dubbio l’inizio di contese militari estremamente pesanti. Ma anche questo è storia, è fatto, è accadimento.

Accadde allora, ed accade oggi, ai nostri giorni. Quell’orma, che molti dicono falsa, è impressa nelle menti e nei cuori di tante persone che in quei giorni hanno seguito l’impresa in tv, ascoltando la radio, leggendo notizie dai giornali. Quei giorni di cinquant’anni fa in cui la Luna è stata conquistata. Quei giorni di cinquanta anni fa in cui tutti venivano attraversati da un fremito di curiosità e conoscenza. Quei giorni in cui dei piccoli uomini avevano reso possibile l’impossibile.

Eventi come questi, che hanno segnato un’epoca, la storia, l’uomo, vanno ricordati e rispettati. Va mantenuta viva la memoria di giornate come quelle, che hanno dato lustro alla nostra piccola parte in questo grande spettacolo dello spazio. Le acque del fiume Lete non devono passare sopra Neil Armstrong e Buzz Aldrin, non devono passare su Michael Collins che guidò il modulo di comando, non devono passare sull’enorme macchina militare, politica ed organizzativa che permise tutto quello; non devono passare sulle nostre menti.

Happy Moon Day!

Sull’Autore

Articoli Collegati