La leggenda del Pit bull, il temibile cane killer: facciamo chiarezza

Sono qua con Tommaso Di Gregorio, educatore cinofilo esperto nel tema del recupero di cani aggressivi. Bene Tommaso, presentati nostri lettori.
Dunque, sono laureato in Scienze e tecnologie delle produzioni animali con curriculum triennale in cinofilia (ex Tecniche di allevamento animale ed educazione cinofila). La mia tesi è stata proprio sul recupero comportamentale dei cani aggressivi. Ho dieci anni circa di esperienza in ambito cinofilo come educatore professionale, giudice, allevatore. Sono poi entrato come dipendente al canile comunale di Pisa. Durante questa esperienza mi sono occupato di recupero dei cani aggressivi, supporto ai tesisti affidatimi dall’università e affiancamento ai docenti universitari durante le loro lezioni in canile. Ho tenuto io stesso dei corsi all’Università e un anno fa ho avuto il piacere di fare una presentazione all’inaugurazione dell’anno accademico.

tommaso cinofilo

Canile Comunale di Pisa. Tommaso illustra l’utilità dei giochi di attivazione mentale in funzione di un miglioramento della qualità della vita dei cani ospiti.

Bene, certamente un bel background. Come sappiamo l’American Pit Bull Terrier nasce in Inghilterra verso il 1700, dove i Bull Terrier, appunto, lottavano contro i tori nel pit (arena). Un cane selezionato per combattere, dunque. Riconosciuto come razza a sé da alcune federazioni sì e da altre no, a differenza invece del suo vicino parente, l’American Staffordshire Terrier. Vuoi aggiungere qualcosa sulla sua storia?
Tutto corretto. L’Amstaff però, più che parente, è da considerare discendente. La sua selezione infatti è successiva a quella del Pit Bull e, se vogliamo, diretta conseguenza per dinamiche legate alle associazioni.

L’APBT è diventato famoso nella Storia per le sue spiccate doti di fedeltà, coraggio e forza fisica. Famoso in età vittoriana come cane baby-sitter e oggi utilizzato negli States per la pet-therapy e come cane poliziotto. Nonostante questo l’APBT è certamente il cane più stigmatizzato di sempre: in Italia è stato inserito nel 2006 tra le cd razze pericolose, nonostante l’Ente nazionale cinofilia italiana ha chiaramente espresso “l’inconsistenza scientifica di una lista di tipi canini “a rischio di aggressività””, l’Associazione nazionale medici veterinari italiani ha dichiarato che “la correlazione fra alcune razze canine e la pericolosità è scientificamente infondata” e negli States, nel 2017, l’American Veterinary Medical Association ha affermato che “la razza come unico elemento è un debole predittore di morsi di cane”. Perché allora, secondo te, questo terrorismo mediatico verso un’unica “razza”?
L’accanimento è sicuramente legato all’ignoranza e anche a un discorso di “moda”. Anni fa l’accanimento era verso il Dobermann, oggi verso il Pit Bull. Sicuramente l’aspetto del cane – sia nel caso del Dobermann che in quello del Pit Bull – facilita la formazione di questi preconcetti. Per fortuna la comunità scientifica, rinnegando il concetto di razze pericolose, ha stemperato un po’ questi pregiudizi. Pregiudizi che però, purtroppo, sono ancora fortemente radicati nelle persone. A sfavore dell’APBT c’è poi una sorta di statistica che mostra che troppo spesso persone che non dovrebbero avere cani scelgono questi cani. Il fattore “moda” è un fenomeno terribile in ambito cinofilo. Dall’oggi al domani ti ritrovi a lavorare con persone totalemente ignoranti in materia cinofila che hanno preso un cane senza valutare prima neanche gli aspetti più basilari. A peggiorare ancora queste statistiche c’è una parte di allevatori “marci” che fa una selezione mirata ad accentuare i caratteri neotenici, soprattutto nei cuccioli, in maniera di vendere più facilemente il loro “prodotto”.

 

Ecco, proprio in merito a questo punto. Cosa potrebbe fare un Governo intelligente per sensibilizzare i già proprietari – o chi lo volesse diventare – di cani pericolosi in potenza? Cioè, non “pericolosi” per teorie ascientifiche su aggressività innata ma per la loro oggettiva forza fisica, come appunto apbt e vari bull, pastori di varie razze, dogo, rottweiler et similia? Sarebbe sensato un patentino o una certificazione di idoneità, come per esempio per l’acquisto e detenzione di armi?
Mi fai una domanda molto delicata. Prima di dirti cosa dovrebbe fare un Governo ti voglio rispondere dicendo cosa ho fatto io nella mia esperienza di allevatore e di operatore in canile. Ho lavorato sulla consapevolezza, sulla conoscenza e sulla formazione. In entrambe le mie vesti professionali ho puntato tanto sulla formazione pre-affido. A scapito di perdere un acquirente/affidatario ho sempre preferito fare lunghissimi incontri in cui formavo le persone che avevo di fronte su tutti i possibili problemi che si posso avere nel prendere un cane. Una battuta che facevo spesso era che le gioie non c’era bisogno le raccontassi io, il mio compito, invece, era quello di formare le persone su tutte quelle dinamiche scomode, fastidiose, abberranti che accadono a tutti i proprietari di cani. Non esistono cani migliori di altri. Esistono coppie proprietario/cane ben formate e coppie che invece non lo sono. Per tornare alla tua domanda un Governo lungimirante dovrebbe investire tanto sulla formazione, soprattutto nelle scuole, e su una sorta di uniformazione del mercato. Il patentino, più che per gli adottanti, andrebbe istituito per allevatori e canili. È compito di chi ti cede il cane avvertirti. Il “patentino d’allevamento”, chiamiamolo così, avrebbe una doppia utilità: non solo formerebbe le persone, ma diminuirebbe in maniera sostanziale il fenomeno del randagismo come quello dell’abbandono.

Intervenire a monte del problema, insomma. Ed immagino che anche il tema delicato degli abbandoni in relazione a certe razze non sia da poco.
In italia il fenomeno veramente preoccupante non è l’abbandono, ma piuttosto la rinuncia di proprietà. Questo è un atto burocratico che va fatto presso gli uffici del comune. Generalmente la maggior parte dei cani portati in canile per rinuncia di proprietà lo sono perchè hanno morso una volta. Per morso di intende una ferita certificata da un medico di pronto soccorso. Che tradotto significa che nella maggior parte dei casi questi cani non hanno fatto male in maniera permantente. Ma il solo fatto di avere procurato un graffio, con conseguente certificazione da parte di un medico, è una giustificazione sufficiente per procedere alla rinuncia di proprietà. La cosa che accomuna molti di questi cani non è la razza ma piuttosto la giovane età, spesso i proprietari erano alla prima esperienza con un cane. Per fortuna i soggetti (cani, ndr) giovani, in mano a persone capaci riescono a trovare facilemente una famiglia. E in quei casi la loro seconda opportunità in genere va meglio della la prima.

Bene Tommaso, io ti ringrazio tantissimo per la chiacchierata e spero che questa possa aiutare a sciogliere eventuali dubbi dei nostri lettori sul tema dell’American Pit Bull Terrier. Un saluto e in bocca al lupo per il tuo splendido lavoro.

Fonti: Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani
Ente Nazionale Cinofilia Italiana
American Veterinary Medical Association
National Canin Research Council
National Canin Research Council 2
Science Direct
American Society for the Prevention of Cruelty to Animals

Sull’Autore

Cresciuto a punk-rock, 56kb e saggi sull'anarchismo sulla costa della Sardegna orientale, mi sono laureato a Bologna in Comunicazione con una tesi su web 2.0 e cyber-utopismo. Dal 2015 mi occupo di Digital Strategies nell'ambito di startup innovative. Un'ossessiva e mai sazia curiosità verso il mondo esterno ed i processi mediatici e socio-culturali che lo sottendono son ciò che mi han spinto a creare Mangiatori di Cervello, del quale sono il Direttore e Digital Strategist.