Elezioni Europee 2019

Tempo di bilanci, di riflessioni, ma anche di chiarimenti e di precisazioni su come è andato, effettivamente il voto per le Europee 2019

Partiamo da alcune valutazioni che sono state fatte. Diversi analisti, commentatori e politici hanno affermato che il populismo, nelle europee, è stato arginato; alcuni si sono addirittura spinti a dire che è stato semplicemente sconfitto (espressione che ha fatto rabbrividire persino il Mentana nazionale). Affermazioni, queste, che mi lasciano alquanto perplesso sotto due profili: uno prettamente nazionale, l’altro prettamente europeo. Sul primo profilo, l’affermazione per la quale i populismi sono stati contenuti è semplicemente falsa; in importanti Paesi e in quelli che, per varie ragioni, sono sotto la lente d’ingrandimento di Bruxelles, i populisti vincono. La Lega, in Italia, ottiene il miglior risultato della sua storia (circa 34%); in Francia la Le Pen supera Macron e impone il Rassemblement National come primo partito; nel Regno Unito i conservatori vengono pesantemente puniti per il fallimento di Theresa May sulle trattative per BREXIT, ma un partito ancora più marcatamente BREXIT, quello di Farage, ottiene il primo posto con il 30%, non male per una formazione politica nata appena sei settimane fa. In Ungheria, Orban stravince con oltre il 50% nonostante le tensioni con l’Unione Europea e il gruppo dei Popolari Europei (di cui il partito di Orban fa parte); in Polonia, Giustizia e Libertà ottiene più del 45%. Nei paesi in cui i populisti/sovranisti non hanno vinto, questi avanzano comunque, sebbene con tendenze differenti; è il caso di AfD che ha visto aumentare i propri voti, sebbene abbia ottenuto un voto inferiore alle aspettative; è anche il caso di VOX, formazione nata nel 2013 in Spagna che sebbene si sia attestata attorno al 6% ha ottenuto un risultato sorprendente (ed entrerà nel Parlamento Europeo) considerando che nelle elezioni del 2014 aveva ottenuto un magrissimo 1.5% circa. In Austria, il partito di Kurtz si è rafforzato nonostante lo scandalo che ha coinvolto il suo ormai ex-alleato. Il partito conservatore europeo è, fra tutti i partiti citati, sicuramente quello più europeista, ma l’arrivo al premierato di Kurtz ha cambiato, in parte, le carte in tavola, considerando, ad esempio, una nuova posizione sul tema dei migranti, molto più di dura e di destra rispetto a prima.
Unico vero baluardo della Sinistra rimane la Spagna con la strabiliante vittoria di Sanchez. L’eccezione che conferma la regola, potremmo dire.
Dire dunque che i populismi sono stati contenuti a livello nazionale è semplicemente falso; mai come oggi, questi partiti sono cresciuti a dismisura conquistando, ad esempio, tre dei più importanti Paesi europei (tre ancora per poco, considerando come presto il Regno Unito lascerà l’Unione).

Sotto il profilo prettamente europeo,  è invece ancora troppo presto per dire che i populisti sono stati sconfitti. Vero, il PPE rimane primo partito in queste elezioni europee, ma perde molto terreno: primo partito, ma con il peggior risultato di sempre. Si può in tal senso tracciare un parallelo con quanto successo in Germania dove la CDU della Merkel si conferma primo partito ma, anche in questo caso, ottiene il peggior risultato di sempre. La caduta della CDU – considerando i 98 seggi europei della Germania – si ripercuote automaticamente sulle performance del partito europeo del quale la CDU fa parte. I social democratici perdono anche loro terreno, ancora una volta riflettendo in modo quasi del tutto speculare il grande fallimento dell’SPD tedesco, oggi al 15%. Risultato? Popolari e socialisti europei, anche se coalizzati in una versione europea della Grossa Coalizione che ci ha accompagnato per svariati anni in Germania, non ottengono la maggioranza. Occorre cercare altri seggi. Quali? Quasi sicuramente quelli di ALDE che ottiene un ottimo risultato con il 14.5% e un numero di seggi pari a 109. E i populisti/sovranisti? Quelli che noi definiamo populisti/sovranisti sono attualmente frammentati in almeno tre partiti: i Conservatori e i Riformisti europei (ECR); l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF) e il partito dell’Europa della Libertà e della democrazia diretta (EFDD).
Qui inizia la missione di Salvini in Europa: cercare di riunire almeno questi tre partiti sotto una bandiera comune. L’obiettivo è ambizioso, ma in caso di successo diversi commentatori sostengono che il nuovo gruppo dei populisti potrebbe ottenere un numero variabile di seggi tra 100 e 150. Se si raggiungesse il miglior risultato possibile, il Partito populista nascente diventerebbe secondo gruppo, superando persino i socialdemocratici. Dunque, proprio di insuccesso non si può parlare, nemmeno in questo caso.

Inutile negarlo. Il test delle Europee 2019 è stato anche un test per gli equilibri nazionali dei partiti. Risultati? Salvini stravince, Di Maio si dispera e Zingaretti sorride.

Attenzione poi a non commettere l’errore di scindere in modo così radicale i due risultati (quello delle europee e quello ottenuto da specifici partiti nei singoli Paesi membri). Certo, la maggioranza la faranno altri in Europa, ma sarebbe quantomeno pericoloso sottovalutare il peso politico delle vittorie dei populisti/sovranisti nei singoli Stati.
Qualunque sarà la nuova commissione europea, l’ostruzionismo da parte di vari Paesi potrà essere tale da bloccare, de facto, la reale realizzazione di un qualsiasi voglia programma politico ambizioso.
Se poi la missione di Salvini nel trovare la quadra sul fronte sovranista risulta ardua, non più semplice sarà per le tre forze della maggioranza europea trovare l’accordo sul nome del presidente della Commissione. Ricordiamo, infatti, come proprio nel 2014 i due partiti europei che oggi sembrano voler andare a braccetto (Popolari e Social Democratici) proposero Juncker (per i Popolari) e Schulz (per i Socialdemocratici). Due figure agli antipodi. Ora la partita è ancora più complessa per l’eventuale presenza di ALDE. Quando si tratta di formare una maggioranza parlamentare e si ha la necessità di esprimere un solo nome per posizioni verticistiche, più si è e più deboli si risulta in quanto gli interessi da mediare sono maggiori e le antipatie reciproche più frequenti. In altre parole, per trovare una maggioranza vera e per bloccare definitivamente qualsiasi blocco populista/sovranista, i tre maggiori partiti europei dovranno scendere, tra loro, a pesanti compromessi. Non necessariamente tutti accetteranno di farlo.

Questa è la situazione europea, ma l’Italia? Risulta evidente, senza girarci troppo attorno, come il test dell’europee fosse anche considerato un test sulla tenuta del Governo nazionale. In Italia si certifica quello che i sondaggi sostenevano da mesi: un ribaltamento degli equilibri di Governo a tutto vantaggio della Lega di Salvini che non solo sfonda la soglia del 33% (1 italiano su 3 ha votato Salvini), ma che si impone anche in territori in cui la Lega ha sempre fatto fatica anche solo ad affacciarsi. È il caso, ad esempio, della regione Emilia-Romagna, una regione che non è andata ad elezioni per il rinnovo del proprio governo (solo il Piemonte ha eletto il suo nuovo presidente, con la vittoria del Centro Destra unito), ma che per le europee si è tinta di verde Lega, abbandando il tradizionale rosso che da sempre l’ha caratterizzata. L’esempio dell’Emilia-Romagna non è stato preso a caso, considerando che a novembre di quest’anno la regione andrà, insieme alla Calabria, ad elezioni regionali. Ciò detto, è interessante notare come l’Emilia non è la sola rischia di diventare verde; considerando quanto poco separa la Lega dal Movimento 5 Stelle in Calabria (appena il 4% secondo i risultati di questa tornata elettorale), è più che lecito aspettarsi un doppio successo leghista. Un simile risultato sarebbe il coronamento di un sogno per Salvini e per tutto il Centro destra: sei regioni su sei in meno di un anno.
La Lega in poco più di un anno di Governo ha raddoppiato i propri voti, cannibalizzando non solo Forza Italia, ma anche il Movimento stesso. Il Movimento vede dimezzati i propri consensi e Di Maio ha in parte ragione nel dare la colpa all’astensionismo e questo si inserisce in una situazione paradossale in quanto, nell’azione di Governo, è il Movimento 5 Stelle che ha portato a casa un numero maggiore di provvedimenti, ottenendo quei risultati per cui sempre si era battuto, il reddito di cittadinanza è forse l’esempio più lampante; eppure, proprio il reddito di cittadinanza rischia di essere stata la classica zappata sul piede del Movimento, con diversi cittadini che si sono resi conto che il provvedimento è stato erogato in modo molto diverso dalle aspettative, con diverse persone che – considerata la bassissima somma ricevuta – hanno preferito semplicemente rinunciarvi.
La domanda che tutti si fanno ora è questa: visto il risultato, il Governo cadrà? No, non credo; nessuno ha convenienza che il Governo cada. Non ha convenienza Salvini, non ha convenienza il Movimento, non ha convenienza, in realtà, nemmeno il PD.
Salvini risulta sicuramente quello più ingolosito dal risultato ottenuto, conscio del fatto che ora la coalizione di Centro-Destra può superare il 50% dei consensi. Tuttavia, è molto chiaro quello che Salvini vuole fare al momento: il leader leghista sta facendo di tutto per costruire l’immagine di una Lega come forza di Governo responsabile, non interessata alla ripartizione delle poltrone. Conviene, poi, che i Cinquestelle rimangano, nei numeri, azionisti di maggioranza, per ora. Il motivo è presto spiegato: ci sono importanti temi economici da affrontare nei prossimi mesi ed è molto meglio che siano i Cinquestelle a dover mettere la firma su possibili e pesanti sacrifici (come l’aumento dell’IVA) da chiedere agli Italiani. Anche i Cinquestelle lo sanno, ma la posizione dei pentastellati è una posizione particolare: sono ostaggi di se stessi. Il Movimento ha fatto, in questi anni, terra bruciata attorno a sé, escludendo qualsiasi vera possibile futura alleanza. Con il sorprendente risultato del 4 marzo sono diventati prima forza del Paese, ma ora hanno pressoché dimezzato i propri voti. Che fare dunque? È innegabile che parte del Movimento vorrebbe staccare la spina al Governo, ma con che risultati? I risultati appaiono chiari sin da ora: molti parlamentari pentastellati brucerebbero uno dei due mandati a loro disposizione, alle elezioni molti di loro non verrebbero rieletti considerando le nuove percentuali di consensi e, cosa più grave, ogni altra forza politica avrebbe il pretesto per attaccarli dando loro degli “irresponsabili” per aver fatto cadere il Governo in un momento così delicato per il Paese, con conseguente ulteriore perdita di voti. Meglio restare azionista di maggioranza in questo Governo, dunque? No, perché il rischio è di essere cannibalizzati ulteriormente, di alimentare l’astensionismo e di dover mettere la propria firma su provvedimenti impopolari. Possibili soluzioni? Questo è il dilemma dei 5 Stelle attualmente: il Movimento è una situazione lose-lose dal quale difficilmente scappare. Il Movimento 5 Stelle paga la sua inesperienza politica e l’arroganza di essersi sempre definiti “diversi”, quasi convinti che questa loro diversità poteva permettere loro di essere immuni dalle regole e dalle prassi del Gioco.
Qualche parola occorre poi spenderla per il PD che dopo un anno di calma piatta è riuscito a risollevare, timidamente, la testa ottenendo un +4% rispetto alle elezioni del 4 marzo. Facile fare trionfalismi – prontamente fatti dal leader del PD Zingaretti – ma occorre analizzare più razionalmente il risultato. Prima considerazione: il PD è cresciuto solo del 4%; nello stesso periodo di tempo la Lega è cresciuta di 17 punti percentuali, nello stesso periodo Fratelli d’Italia (una formazione sicuramente minore, per storia e risultati rispetto al PD) ha ottenuto risultati molto simili a quelli dei dem sotto l’aspetto della crescita. Insomma, +4% per un partito che aveva il 40% alle Europee 2014 non è molto. Seconda considerazione: quale è la causa di questo timido risultato? Si potrebbe obiettare che il risultato positivo è dovuto all’effetto “Primarie” che ancora produce i suoi effetti. L’arrivo di Zingaretti può dunque essere considerato il vero volano; l’arrivo di Zingaretti, non Zingaretti di per sé. Come confermare o rifiutare una simile tesi? Semplice, basta attendere qualche mese. Se il trend positivo continuerà, è evidente che c’è qualcosa di positivo che sta effettivamente funzionando; se il PD torna a crescita 0, sapremo che era solo un puro effetto di inerzia post-primarie. Terza considerazione: Zingaretti ha torto quando parla di ritorno al bipolarismo destra-sinistra. Ha torto perché il bipolarismo era tra PD e Centro destra a guida forzista; un bipolarismo tendenzialmente europeista e liberista e con una chiara posizione atlantista. Quel modello di bipolarismo è finito. Cosa comporta questo? Comporta che la comunicazione deve cambiare, il modo di fare politica pure. Lucia Annunziata, che di certo non è di Destra, ha poi dato un suggerimento spassionato proprio su come agire in futuro: meno battaglie ideologiche (e ideali) su antifascismo e simili, più battaglie reali sui temi che evidentemente preoccupano gli Italiani considerando che Salvini ha intercettato con successo quei sentimenti. Il PD sta facendo lo stesso errore che le Sinistre fecero, anni fa con Berlusconi. Con il senno di poi lo possiamo tranquillamente dire: l’antiberlusconismo ha, de facto, sempre favorito Berlusconi; oggi, esattamente, come ieri, il semplice essere anti-salviniani – a cui ci ha abituati il PD – aiuta solo Salvini. Il Programma del PD per le europee è un buon punto di partenza, ma bisogna tradurre quella posizione espressa per le europee in soluzioni nazionali. In altre parole, non si batte Salvini dandogli del fascista; non funziona, anzi, lo favorisce e basta. Per favore, caro PD, smettila di favorire Salvini.
Le Europee di questo 2019 rappresentano dunque un’importante sparti-acque i cui effetti veri li potremo toccare con mano solo valutando il successo o meno che i vari attori otterranno nei prossimi mesi. Se Salvini riuscirà nel suo intento, risulterà evidente come queste europee potranno essere definite, a ragione, come storiche in quanto per la prima volta le forze che si dicono euro-scettiche faranno tremare i palazzi del potere dell’Unione. Se Salvini fallirà nel suo intento, il risultato delle Europee 2019 rimarrà comunque un risultato sorprendente al solo livello nazionale, ma considerando le importanti vittorie in Francia, Italia e Regno Unito non si potrà comunque negare che queste elezioni hanno cambiato qualcosa, anche se non direttamente nell’emiciclo.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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