Ecosistema differente, stile di vita nuovo

In Australia quando gli occidentali si guardano intorno vedono nell’ecosistema solo alberi, arbusti, erba. Per gli aborigeni però non è così, per molti tutto questo è un supermercato, una farmacia, un negozio. La conoscenza della terra e delle sue risorse viene tramandata da generazione a generazione nel corso dei millenni tramite una forma orale grazie agli Elder, i capi delle comunità.

Mi è capitato di camminare nel bush insieme a George, Elder degli Yirrganydji, il quale mi ha fatto toccare una foglia dalla superficie ruvida, quasi fosse carta vetrata, dalla quale si ricava il paperback utilizzato nell’industria cartacea e che loro utilizzano nel fuoco dato che è facilmente infiammabile.

Da un albero poco distante stacca altre foglie e inizia a frantumarle dentro un piccolo recipiente di plastica blu per poi aggiungere dell’acqua. Si lava le mani e le asciuga sulla maglietta, poi me le fa annusare, con sorpresa scopro che profumano.

Cucinando del pesce mi spiega com’è riuscito a catturarlo senza troppa difficoltà: “Nel bush sono presenti alcune bacche che vengono buttate nel fiume e che rilasciano una tossina velenosa che toglie l’ossigeno presente nell’acqua, obbligando così i pesci a salire in superficie per poter respirare nuovamente, ed è in quel momento che con estrema facilità gli indigeni riescono a catturarli”.

Innumerevoli sono le profonde conoscenze che gli uomini hanno appreso col tempo imparando a convivere con l’ambiente circostante. Un’ecosistema che è cambiato con l’arrivo dei colonialisti e degli animali introdotti come mucche, tori, pecore, cavalli, cammelli, conigli, gatti, agnelli, volpi.

Gli europei sono coltivatori e allevatori, mentre gli aborigeni sono cacciatori-raccoglitori e hanno dovuto adattarsi al nuovo ecosistema e alla cultura occidentale che ha interrotto quell’equilibrio che ai nostri occhi può sembrare solo una mera sopravvivenza.

I whitefellas in 200 anni hanno distrutto quello che gli aborigeni hanno preservato per 40 000 anni. Sono vissuti per millenni senza agricoltura o allevamenti, i quali negli ultimi due secoli hanno mutato l’ecosistema, provocando a volte l’estinzione di alcune specie.

Il vombato dal muso peloso è un animale divenuto raro (si contano un centinaio di individui) perché l’erba di cui si ciba è stata rimpiazzata da specie vegetali non autoctone. Oggi è protetto in un parco nazionale vicino alla Epping Forest Station, nel Queensland.

Gli animali australiani autoctoni sono impossibili da addomesticare. Nessuno può essere impiegato per aiutare l’uomo, per fargli compagnia o per rimanere dentro a un recinto per essere mangiato.

Nulla di così eccezionale se si pensa che gli uomini fino a 11 000 anni fa sono stati cacciatori-raccoglitori e solo in epoca recente (5 400 anni fa) le persone hanno iniziato a vivere sotto il governo di uno Stato.

Al contempo la costruzione di ferrovie e l’insediamento dei colonialisti ha influenzato le vite degli aborigeni. Con l’arrivo del bestiame necessario a muoversi e a nutrirsi si è ricorsi al pompaggio intensivo causando il prosciugamento di svariate sandhills, riserve d’acqua che stanno sotto la sabbia.

A causa del disboscamento di alcune aree per il riscaldamento domestico e la costruzione di strade e case (spesso colpite dalle termiti) gli indigeni hanno dovuto adattarsi o perire. Quelle che per millenni sono state le riserve d’acqua utili alla sopravvivenza del popolo aborigeno in pochi anni sono state prosciugate dai colonialisti, come è accaduto per l’Ooldea Soak dove le tempeste di sabbia sono diventate più frequenti.

Oggi con una maggiore consapevolezza e per rimediare ai danni provocati si è sviluppato in Australia un modo per proteggere l’ambiente indigeno grazie a programmi governativi di supporto come il Caring for Country, un meccanismo ecosostenibile che potrà essere d’ispirazione per altri Stati nel mondo che hanno vissuto e vivono simili situazioni.

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