Greta e il suo ambientalismo da quattro soldi

Greta Thunberg ha torto, praticamente su ogni cosa. I suoi discorsi sono pieni di populismo anti-sistema e di un velato razzismo anti-occidentale. Dice poche cose, ma ne omette molte. Distorce i fatti e pretende di farci la morale su argomenti che non conosce.

Il tutto è ovviamente quasi perdonabile, considerando la giovane età della ragazza. Non è invece perdonabile il comportamento di chi ha deciso di foraggiare simili atteggiamenti; non sono perdonabili quegli “adulti” che a spada tratta difendono la ragazza e danno degli ebeti a chiunque osi anche solo provare a criticarla. Quello di Greta è un ambientalismo da quattro soldi, una reiterazione di un fanatismo ambientalista che poco ha fatto per l’ambiente.
Partiamo dalla criticità maggiore nei discorsi di Greta, il suo continuo appellarsi al popolo come fonte di ogni infinita forma di giustizia e saggezza; popolo inviso alle élite politiche – tendenzialmente quelle occidentali – che sono colluse con i ricchi e i poteri forti e che vogliono arricchirsi osteggiando il cambiamento green.
Questo è semplicemente populismo anti-sistema di bassa lega. Inutile che ci giriamo attorno, inutile che pretendiamo che non sia vero. Descrivere i politici come tutti corrotti, incapaci e ostili nei confronti del Popolo (P maiuscola) è populismo. L’accusa di Greta è poi facilmente smontabile – e alcuni giornalisti hanno provato a smontarla, venendo sommersi di insulti e critiche pretestuose – in quanto basta guardare la realtà dei fatti. La critica di Greta si rivolge quasi esclusivamente agli Stati occidentali, i più ricchi. Peccato che questi Stati occidentali siano tutte liberal-democrazie in cui è proprio il popolo che decide, attraverso libere e democratiche elezioni. Greta sta dunque implicitamente suggerendo che in tutti questi decenni, il popolo ha sempre sbagliato a scegliere la classe dirigente in quanto ha sempre eletto persone che poi si sono fatte corrompere per arricchirsi sulle spalle dell’ambiente. A questo punto, speriamo che l’affermazione di Greta per cui “il futuro appartiene al Popolo” non si realizzi mai per davvero, considerando i casini che ha combinato eleggendo persone corrotte e incapaci. E arriviamo al primo assordante silenzio di Greta. Molto facile criticare gli Stati occidentali, peccato poi che il loro impatto ambientale è già molto più basso rispetto a quello di Cina, India e di molti Paesi Africani (esempio sull’inquinamento dell’aria nella mappa sotto). Stranamente, tuttavia, sono quasi sicuro che Greta non abbia in programma discorsi sul clima a Pechino e dintorni.

Mappa sull’inquinamento mondiale dell’aria. In rosso le zone maggiormente inquinate. Fonte: OMS

Anche l’accusa ai politici è insensata, in quanto Greta non tiene in considerazione un aspetto fondamentale: quando si parla di ambiente, l’aspetto prettamente ambientale è solo uno dei tanti che concorrono. In altre parole, quando si parla di ambientalismo occorre tenere in considerazioni anche molte variabili che, all’apparenza, hanno ben poco a che spartire con il tema. Parlare di ambiente vuol dire, innanzitutto, parlare di sviluppo; parlare di sviluppo vuol dire, tuttavia, parlare di politica, dunque di relazioni internazionali, dunque di assetti geo-strategici, dunque di equilibri mondiali. Ecco perché i politici hanno “fatto poco”. Tali persone – e gli addetti ai lavori – si devono districare tra queste variabili, devono trovare l’equilibrio che si traduce come “compromesso” tra le varie esigenze, le varie capacità e i differenti interessi nazionali. Dire, come fa Greta, “inquinate meno” risulta non solo inutile, ma se applicato alla lettera risulta semplicemente pericoloso per gli equilibri mondiali. Come poi fanno notare in molti, non è semplicemente vero che i politici hanno fatto poco. Anzi, molto spesso importanti passi avanti sul tema ambientale sono stati fatti proprio dai politici che Greta ama tanto criticare. E la vera ironia è come questi cambiamenti sono stati spesso osteggiati proprio dal popolo a cui Greta pare fare così tanto affidamento. Voglio ricordare alla giovane, ad esempio, che la protesta dei gilet gialli francesi è scoppiata proprio in seguito alla decisione di Macron di aumentare il prezzo dei carburanti per favorire una transizione ecologica. Altre decisioni abbastanza impopolari per il popolo sono state poi prese a livello addirittura europeo a suon di regolamenti e direttive che hanno sicuramente migliorato l’ambiente ma che sono state visti dalle popolazioni come noie aggiuntive. Sbugiardare il semplice populismo di Greta è dunque assai facile; peccato che chi prova a fare questo viene pesantemente insultato e/o criticato. Perché? Sbugiardare le posizioni populiste di un partito va bene, ma se si prova a fare lo stesso con le posizioni di Greta, la macchina del fango è pronta a partire. Perché ci si ostina a voler usare un trattamento così differenziato per l’identica fattispecie?
Il silenzio di Greta sull’inquinamento di tanti altri Paesi si traduce, necessariamente, con l’incapacità di considerare il vero problema che i decisori politici affrontano nei consessi internazionali. È il delicato problema del gap tra aspettative e capacità. Un problema che interessa davvero poco agli ambientalisti gretini (con la G di Greta), ma fondamentale. Molti Paesi non hanno le capacità per abbassare il loro impatto ambientale. Con capacità si intendono sia capacità tecnologiche (know-how e tecnologie tout-court) sia capacità finanziarie. La rivoluzione green, infatti, è costosa e questo è un aspetto che mai viene detto da buona parte degli ambientalisti da quattro soldi. Dire che basta “inquinare di meno” è troppo semplice, dietro c’è un mondo fatto di R&D, di sacrifici e di tentativi che molti Stati non possono attualmente affrontare senza sprofondare.
Le posizioni di Greta falliscono nel comprendere che lo sviluppo porta necessariamente inquinamento ed è lì che occorre agire in primis. Il problema è che uno sviluppo ad inquinamento zero non esiste, o per meglio dire: esiste, ma non si chiama sviluppo, si chiama “decrescita felice”, una cretinata da hippies.  Ecco perché si parla, allora, di sviluppo eco-sostenibile. Ma anche qui i politici si trovano a dover affrontare questioni delicate, con il rischio di far riaffiorare in superficie antichi rancori. Lo sviluppo eco-sostenibile è di sua natura, più lento (e costoso). Si vuole dunque chiedere ai paesi di svilupparsi più lentamente, in modo da inquinare di meno. Dubito altamente che Greta abbia il coraggio di andare da un bambino africano e dirgli che dovrà soffrire la fame per un periodo di tempo un po’ più lungo del preventivato in quanto il suo Paese deve “svilupparsi in maniera più eco-friendly”. O forse Greta sa benissimo tutto questo e così si spiega il suo assordante silenzio nei confronti dei Paesi che oggi inquinano di più. E non è la scoperta dell’acqua calda, sia chiaro: i Paesi in via di sviluppo inquinano di più non perché siano meno sensibili alla tematica ambientale, ma perché provano a svilupparsi più che possono per raggiungere standard di vita quantomeno soddisfacenti. Questo è l’altro aspetto critico nel pensiero di Greta: pensa solo alle generazioni future, ma non pensa al fatto che i bambini in Africa muoiono per l’assenza di energia elettrica, e questi bambini muoiono oggi. Facile poi andare dai Paesi in via di sviluppo e dire loro di “inquinare meno”, quando l’intero Occidente si è sviluppato ai livelli attuali grazie a due secoli di inquinamento continuo.

Che fare allora? Qui è dove i politici incontrano difficoltà, non perché sono brutti e cattivi, ma perché si muovono su un terreno difficile. Si potrebbe pensare ad un meccanismo di limitazioni alle emissioni proporzionale al grado di sviluppo già raggiunto (più sei sviluppato e più hai limitazioni), ma questo comporta necessariamente un certo grado di limitazione per quei Paesi che oggi consideriamo “in via di sviluppo”, limitazioni che questi Paesi non potranno mai accettare. Si potrebbe, allora, pensare ad un meccanismo di quote alle emissioni con crediti e di debiti ambientali, nel quale i Paesi virtuosi accumulano crediti che possono vendere ai Paesi più inquinanti qualora questi avessero bisogno di sforare la loro quota per raggiungere un certo livello programmatico di sviluppo; ma questa soluzione verrebbe facilmente tacciata di esser neo-colonialista (e a ragione!) in quanto costringerebbe gli Stati bisognosi ad una sorta di subordinazione agli Stati ricchi in quanto dipenderebbero da essi per l’acquisizione di concessioni sulle quote. Capite, dunque, che “trovare la quadra” è difficilissimo.
Tutte queste riflessioni sono, tuttavia, completamente assenti dal gretin-pensiero. Molto meglio scioperare per il clima, non andando a scuola. Greta è molto fortunata nel poter scioperare non andando a scuola; peccato che molti suoi coetanei la scuola non sappiano nemmeno cosa sia.
Vi è poi un altro aspetto, le soluzioni alternative per l’approvvigionamento energetico. Del resto. quando si parla di ambiente si finisce a parlare principalmente di questo: alternative al petrolio. Greta lo ha detto: “Tenete il petrolio sotto terra”. Quali alternative? La risposta che Greta si fa è la stessa che gli ambientalisti danno da anni, nonostante tutti i problemi che tale risposta comporta: “le rinnovabili”. Tuttavia, è già stato detto da molti che sebbene siano una risorsa importante e in continua crescita (proprio grazie, ancora ad una volta, alle iniziative di alcuni politici), le risorse rinnovabili presentano limiti non da poco. Non tutti i Paesi possono sfruttare l’energia geo-termica; non tutti i Paesi sono ventosi per poter sfruttare l’eolico (senza considerare l’inquinamento acustico e visivo che tale soluzione comporta); non tutti i Paesi sono abbastanza soleggiati per il solare/fotovoltaico; non parliamo poi dell’idroelettrico con l’acqua che risulta sempre più una risorsa non infinita e causa di conflitti proprio dovuti alla sua scarsità; la fusione nucleare è ancora quasi fantascienza, dunque servono ancora svariati anni, se non secoli. Insomma, ci sono dei problemi e il principale riguarda proprio il fatto che queste risorse non sono distribuite in modo omogeneo sul Pianeta e dunque ricorrere a tali risorse sposterà gli equilibri mondiali di nuovo, con conseguenze sicuramente positive per l’ambiente, ma non così prevedibili su altri fronti. Sia chiaro, non chiedo a Greta un’approfondita analisi geo-strategica, ma deve essere chiaro che tensioni e conflitti internazionali ci sono oggi per il petrolio esattamente come ci saranno domani per le rinnovabili. Ancora una volta, occorre analizzare con attenzione le proprie mosse, cercare l’equilibrio che porta al compromesso e tutto questo è difficile e richiede tempo.

Greta, in conclusione, è il volto angelico scelto da un ambientalismo spicciolo e poco impattante. Per quanto mi riguarda, potete anche dargli non uno, ma due premi Nobel per qualunque cosa vogliate. Ciò non cambierà il fatto che il suo ambientalismo non affronta i reali problemi ambientali, preferendo frasi di una banalità sconcertante, semplicemente populiste, ma ben attente a non urtare le sensibilità di chi, al momento, sta contribuendo maggiormente all’inquinamento mondiale. Non considera basilari aspetti dello sviluppo; non si interessa alla disomogeneità presente nel Mondo per quanto concerne le capacità; la sua è una retorica anti-occidentale già vista e sentita.
Insomma, sembra quasi che Greta non stia nemmeno parlando, per davvero, di ambiente.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

Articoli Collegati