Il suicidio di Majakovskij | Come una pioggia obliqua d’estate

Quando il 19 aprile 1930 Vladimir Majakovskij prende una pistola e si spara un colpo al cuore ci dimostra cosa succede quando la cultura è presa di mira da un regime populista e ottuso. Ci racconta quel che succede quando quel regime impone che sia definita arte solo quella che possa essere compresa dalle masse e pone, così, l’asticella ad un livello così basso e infimo da diventare inarrivabile.

Quando Majakovskij impugna quella pistola e se la punta al cuore ci racconta tutta la sua disillusione che certamente ha del personale e del biografico, ma che ha anche e forse in gran parte, del politico.

Il suicidio di Majakovskij non è solo un atto personale, è un atto politico. È un j’accuse silenzioso e schivo verso l’indifferenza popolare per la cultura, da un lato, e verso l’accanimento e la persecuzione dell’intellettuale non pedissequamente allineato al regime, dall’altro.

Vladimir Majakovskij suicidio

 

Il suicidio di Majakovskij

“Come si dice, / l’incidente è chiuso. / La barca dell’amore / s’è spezzata / contro il quotidiano. / La vita ed io / siamo pari. / Inutile elencare / offese, dolori, torti reciproci.” Voi che restate, siate felici.

Sono queste le parole con cui prende congedo Majakovskij, poeta folle, eccentrico, avanguardista, gradualmente addomesticato dal regime, inadeguato, gigante – nella stazza, nell’intelletto, nel portamento.

L’incontenibile Majakovskij, alla fine, si infrange contro il quotidiano e muore.

Scrive Pasternak, in merito alla sua morte:

“[…] Forse, tutto sommato, ci si uccide non per tenere fede alla decisione presa, ma perché è insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua.”

vladimir majakovskij suicidio

Molti intellettuali hanno provato a comprendere ed analizzare il gesto di Majakovskij e ciò che emerge più o meno indistintamente da tutte le indagini fatte è che l’animo di Majakovskij era irrequieto e disperato, che eventi della sua vita privata hanno contribuito a quella disperazione e che anche il regime e il popolo sovietico hanno fatto la loro parte.

Quando nel 1987 Brodskij, poeta russo perseguitato dalla censura di regime, ritira il Premio Nobel per la letteratura, pronuncia parole durissime contro l’indifferenza di un popolo verso la letteratura:

“[…] Poiché non ci sono leggi che possono proteggerci da noi stessi, nessun codice penale è in grado di prevenire i reati contro la letteratura; anche se possiamo condannare la materiale soppressione della letteratura – la persecuzione degli scrittori, gli abusi della censura, i roghi di libri – siamo poi impotenti di fronte al delitto più grave: l’indifferenza verso i libri, il disprezzo verso i libri, la non-lettura. Per questo delitto una persona paga con tutta la sua vita, e se il delitto è commesso da una nazione intera, essa lo paga con la sua storia.”

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Il contesto storico: il regime sovietico e la letteratura proletaria

Fra gli anni Trenta e i Quaranta, gli intellettuali in Russia cadono come mosche: molti si suicidano, molti vengono uccisi, fucilati, o, in molti casi, suicidati.

Ne abbiamo già parlato a proposito di Tina Modotti: Stalin è ossessionato dal tradimento e dal complotto, non si fida di nessuno e mette sotto il controllo dei suoi servizi segreti i maggiori intellettuali del periodo.

Nel suo saggio dedicato al suicidio di Majakovskij, Leon Trotsky racconta come il regime di Stalin si sia premurato di far sapere che quel suicidio non aveva alcun rapporto con le attività sociali e letterarie del poeta. Una excusatio non petita di un’eloquenza impressionante.

 

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Prima di diventare uno dei massimi poeti del regime sovietico e dedicare la sua intera opera a cantare la Rivoluzione, Majakovskij era stato un avanguardista, uno sperimentatore.

Scrive Angelo Maria Ripellino, uno dei più grandi slavisti italiani, che le metafore di Majakovskij sono attrazioni, gag verbali, anche quando parla degli ultimi, dei reietti che popolano gli ambienti più torbidi e indecenti della sua contemporaneità.

 

Io uscii sulla piazza

a mo’ di parrucca rossiccia

mi posi sulla testa un quartiere in fiamme.

Gli uomini hanno paura perché dalla mia bocca

penzola sgambettando un grido non masticato.

 

Eppure, Vladimir Majakovskij (1913)

 

Vladimir Majakovski crede talmente tanto in quella Rivoluzione da piegare la sua arte alle richieste del regime. Non è arte se non può essere compresa dal popolo, questo è quel che si chiede.

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Così, solo qualche mese prima di darsi la morte, Majakovskij aderisce inaspettatamente all’Associazione degli scrittori proletari russi, un circolo di intellettuali di regime lanciato in una furiosa campagna contro le tendenze artistiche d’avanguardia e fautore della letteratura proletaria per cui solo il realismo è arte, perché solo il realismo può essere compreso dalle masse.

Così, come lui stesso dichiarò, per essere più vicino al pubblico operaio, Vladimir Majakovskij accettò il ricatto di un regime che giocava al ribasso, che annientava la grandezza, che livellava al minimo consentito qualsiasi manifestazione artistica.

Scrive Trotsky:

I migliori rappresentanti della gioventù proletaria, la cui vocazione è preparare le basi di una nuova letteratura e di una nuova cultura, sono stati messi al servizio di persone che hanno convertito in criterio della realtà la propria mancanza di cultura.

 

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In questo modo banale, una generazione ha dissipato i suoi poeti” scrive Pablo Echaurren, citando Jakobson, nella sua graphic novel dedicata alla vita di Majakovskij.

Era – già allora – il giochino a noi tristemente noto di élite versus popolo: se non scrivi in modo che il popolo ti possa capire vuol dire che gli sei ostile.

Così, se da un lato il regime addita il poeta tacciandolo di scarsa apertura verso il popolo, dall’altro riduce il popolo entro la sua statica definizione di incolto, togliendogli ogni aspirazione ad essere di più.

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