Squadra Mobile Palermo, i soldati silenziosi del Maxiprocesso

La storia del Maxiprocesso a Cosa Nostra è ormai più che conosciuta per le  sue pesantissime condanne, per le sue udienze ostacolate dagli imputati presenti che  facevano di tutto per ritardare lo svolgersi del processo, le comparse dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno che suffragarono e confermarono le indagini e le prove raccolte prima del processo.

Le indagini e le prove raccolte prima del processo.

Spesso i grandi protagonisti della lotta alla mafia vengono individuati in quei magistrati che coordinarono le suddette indagini, magistrati che, da un punto di vista fattuale e mediatico, hanno rappresentato anche le vittime più eclatanti di Cosa Nostra. I nomi di Falcone, Borsellino, o anche di Rocco Chinnici sono quelli che  vengono più soventemente citati.

Pochi però ricordano chi, materialmente, ha affiancato e affianca tuttora la magistratura nelle indagini antimafia.

Negli anni Ottanta, a Palermo, prima che il Maxiprocesso avesse inizio, furono quei pochi poliziotti della Squadra Mobile ad occuparsi di raccogliere prove, informazioni, di organizzare pedinamenti, di infiltrarsi in quel sottobosco urbano dove i mafiosi pullulavano alla ricerca di riscontri utili alle indagini. Erano loro i “soldati silenziosi” della lotta alla mafia, poliziotti anche loro caduti ai quali spesso, almeno mediaticamente, non sempre viene data la memoria e gli onori che meritano. Forse, non tutti li conoscono.

Il frutto del lavoro della Squadra Mobile di Palermo si concretizzo nel cosiddetto rapporto Michele Greco + 161, l’informativa che raccoglieva tutte le informazioni riguardanti le attività di Cosa Nostra, e dei Corleonesi di Totò Riina più nello specifico, degli ultimi anni: dalla “seconda guerra di mafia”, che aveva decimato le file della fazione avversa ai Corleonesi di Riina, al riassetto e i nuovi equilibri delle famiglie mafiose palermitane Questo rapporto rappresenta, nè più nè meno, il “troncone” del Maxiprocesso, la trama principale attorno la quale tutti i fatti portati a processo nè rappresentano una parte o una diramazione.

Esso, inoltre, altro non è che la continuazione del lavoro d’indagine già iniziato, anni prima, dall’allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, ucciso in persona nell’estate del 1979 dal boss e spietato killer Leoluca Bagarella. Le indagini di Giuliano avevano, tra le altre, intercettato il traffico di stupefacenti tra Sicilia e America.

Boris Giuliano

Ma, anni dopo, mentre le attività investigative continuavano febbrilmente, dall’altra parte dell’oceano veniva arrestato, nel 1984, il boss Tommaso Buscetta. Fu grazie alle sue dichiarazioni che nel settembre dello stesso anno fu eseguito, proprio dalla Polizia, quello che passerà alla storia come blitz di San Michele. Le attività della Squadra Mobile, avevano ottenuto risultanze che permisero ai giudici del pool antimafia (Falcone, Borsellino, Caponnetto, Di Lello e Guarnotta) di spiccare ben 366 ordini di custodia cautelare. Un’operazione con centinaia e centinaia di arresti, che portò in manette moltissimi (se non tutti) i futuri imputati del Maxiprocesso.

Ma, prima che questo inizi nel 1986, quei “soldati silenziosi” della Squadra Mobile palermitana pagheranno il conto aperto con Cosa Nostra.

Il 25 settembre del 1982 il primo a cadere fu Calogero Zucchetto, detto Lillo, ucciso in via Notarbartolo, in centro a Palermo, con 5 colpi di pistola. Zucchetto era noto per andare in giro, in sella al motorino col vicequestore Ninni Cassarà per le vie di Palermo, recandosi fisicamente lì dove fosse necessario indagare e compiere sopralluoghi.

Calogero Zucchetto

Tre anni dopo toccherà al commissario Beppe Montana, ucciso nel luglio del 1985, al molo di Porticello dove aveva ormeggiato la sua barca. Montana era a capo della sezione Catturandi della Squadra Mobile e fu colui che si occupò della ricerca e cattura dei latitanti. Era in compagnia della fidanzata e il giorno dopo sarebbero iniziate le sue ferie.

Beppe Montana

E ancora, poco più di una settimana dopo, moriranno uccisi sotto la pioggia dei mitra il vicequestore e capo della Mobile Ninni Cassarà e il suo autista Roberto Antiochia. Che questo omicidio fosse stato programmato lo farà emergere la moglie, la quale dirà che la sera prima, trovò la via di casà al buio, coi lampioni non funzionanti. Insospettitasi, chiamò Cassarà informandolo del fatto, ma fu troppo tardi.

Il giorno dopo, durante l’attentato, compiuto proprio davanti il portone d’ingresso della casa di Cassarà, i killer utilizzarono dei proiettili traccianti, i quali lasciano una scia luminosa quando vengono sparati. L’attentato fu compiuto di mattina, il che non giustificava l’uso di quei proiettili. Di fatti, l’attentato era programmato per la sera prima. In quel modo, se la moglie di Cassarà non avesse interferito, l’utilizzo dei traccianti avrebbe avuto un senso.

Ninni Cassarà

Roberto Antiochia

Nel novembre del 1986, come detto, inizia il Maxiprocesso, con alcuni dei più noti boss di Cosa Nostra, tra cui il capo della Commissione Michele Greco, dietro le sbarre. Cosa Nostra, per evitare di attirare ulteriormente su di sè l’attenzione, vietò che fossero compiuti ulteriori omicidi.

Eppure, inaspettatamente, solo due anni dopo, il 14 gennaio 1988, continuerà a scorrere il sangue, quello dell’agente Natale Mondo. Fu ucciso a Palermo, dove risiedeva con la moglie e la figlia, nonostante fosse passato dalla Squadra Mobile di Palermo tra le fila della questura della vicina città di Trapani. Mondo, inoltre, partecipò e scampo fortunatamente all’attentato contro Ninni Cassarà: fu lui a far notare l’uso dei proiettili traccianti durante la sparatoria.

Natale Mondo

Cosa Nostra non si fermerà di certo. Il peggio, quello delle stragi al tritolo del 1992-93, doveva ancora arrivare.

Ai poliziotti, coloro che “fisicamente” compiono le indagini in cooperazione con la magistratura, tocca il lavoro sporco. Toccano i sopralluoghi, toccano gli arresti, toccano le infinite ore in sala ascolti per registrare e intercettare parole, discorsi, voci catturare dalle cimici e dalle microspie piazzate dove serve. Toccano le notti in bianco, i pensieri e gli arrovellamenti di come organizzare e condurre le indagini stessi. Una vita spesa per un lavoro che paga tanto quanto logora chi lo compie.

Perciò, senza voler con ciò fare a gara a quale morto “valga di più”, è giusto tributare una memoria anche a loro, come a tutti coloro che muoiono, eroicamente, per una giusta causa. Forse, in questo caso, per la più giusta di tutte.

 

 

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

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