Salvini indagato, Di Maio impanicato

Salvini, potenzialmente indagato in seguito alla richiesta del Tribunale dei Ministri di Catania è un macigno che cade sulla scena politica italiana. Tuttavia, in modo assai curioso, colui che si ritroverà in difficoltà maggiore non sarà tanto Salvini, ma Di Maio.

La trappola leghista è ben congegnata, un test sull’effettiva fiducia dell’alleato di Governo. Mai come oggi, essere il cosiddetto “ago della bilancia” si rivela essere non tanto un segno di potenza, ma di estrema vulnerabilità.
Andiamo con ordine. Due procure ipotizzavano il reato di sequestro di persona (aggravato dal fatto di esser stato compiuto da un pubblico ufficiale) per la questione dei migranti costretti a rimanere a bordo della nave Diciotti, anche se questa aveva già gettato l’ancora in porto. In un mio precedente articolo scrissi di come la situazione nel giro di qualche settimana sarebbe stata dimenticata del tutto; in altre parole, sostenni che il caso Diciotti non avrebbe cambiato la linea dura del Governo in tema di migranti. I fatti mi hanno dato ragione, anche perché le due procure coinvolte nella questione decisero rapidamente di lasciar perdere il tutto, chiedendo di archiviare il caso. Interessante furono le motivazioni che una di queste procure adottò nel giustificare la richiesta di archiviazione che, sommariamente, possono essere riassunte in: “Si trattò di un atto di natura prettamente politica e quindi non sindacabile da una corte penale”. Sviluppando il discorso si poteva dire che la permanenza delle persone sulla Diciotti non era da ricercarsi in un intento di sequestro (ricordo che rilevano nel reato di sequestro di persona anche due elementi: l’aver la consapevolezza e la volontà di compiere l’atto), ma dipendeva dalla partecipazione dell’Italia e altri Paesi alla comunità internazionale e derivava dalla necessaria trattativa tutta politico-diplomatica (e come tale non sindacabile) tra gli Stati per la ripartizione (poi fallita in gran parte) dei migranti presenti.
Il tribunale dei Ministri di Catania, tuttavia, ha rigettato la richiesta di archiviazione e ha voluto procedere con le indagini, trasmettendo la richiesta a procedere all’apposita Giunta del Senato. Un atto dovuto, in quanto occorre l’autorizzazione della Camera di appartenenza dell’indagato (Salvini è senatore, dunque è il Senato che se ne deve occupare) per poter procedere. La giunta per le autorizzazioni a procedere vaglierà il fascicolo inviato dalla Procura di Catania per la sua ammissibilità, successivamente sarà l’aula ad esprimersi.

Ed è qui che la situazione diventa complessa, non per Salvini, ma per Di Maio. Cosa fare? Qui si aprono diversi possibili scenari, tutti più o meno possibili e tutti con conseguenze dirette pesanti.
La prima soluzione è quella di respingere l’autorizzazione a procedere, “salvando” Salvini. È la soluzione, a mio avviso, più sensata a livello politico. Vi è tuttavia un enorme problema per i Cinquestelle se intraprendessero tale via. Il Movimento è sempre stato caratterizzato da un certo giustizialismo e più volte ha espresso la volontà di permettere sempre alla Magistratura di procedere nel suo lavoro. Salvare Salvini da un’indagine di questo calibro equivarrebbe, per il Movimento, a rinunciare a questo loro giustizialismo, diventando garantisti. Un po’ come i berlusconiani, per intenderci e questo è il vero incubo dei Cinquestelle: diventare non tanto dissimili dai partiti che dicono di odiare.
La seconda soluzione è quella che apre un numero maggiore di possibilità; la più allettante sotto alcuni punti di vista, la più deleteria per le sue conseguenze. Consiste nel votare, insieme a PD e opposizioni di Sinistra, a favore dell’autorizzazione. Il risultato immediato sarebbe, sicuramente, quello della rottura dell’alleanza di Governo e la crisi extraparlamentare conseguente. La caduta della maggioranza, permetterebbe ai Cinquestelle di rimanere “puri” sul fronte giustizia, ma li macchierebbe come “pact-breakers” coloro che per opportunità sono disposti a rompere patti con i propri alleati. Sarebbe una situazione di tale portata che potrebbe portare ad un’ulteriore perdita di voti del Movimento, nonché a future difficoltà nel trovare un alleato di Governo (chi mai vorrebbe stare con uno che, è risaputo, rompe i patti e le promesse fatte?). Anche perché, questo è opportuno ricordarlo, il Movimento5Stelle ha contribuito, in questi anni, a creare molta terra bruciata attorno a sé: se finisse l’alleanza con la Lega, con chi andare? Con il PD? Forse parte del Movimento guarderebbe a questa possibilità, ma con quale coraggio si potrebbe proporre ai propri elettori un’alleanza del genere?

Il tribunale dei Ministri di Catania vuole procedere con le indagini. Una decisione che potrebbe dare a Salvini la possibilità di verificare la solidità dell’Alleanza di Governo.

La vera speranza dei Cinquestelle sarebbe un Mattarella, quello che volevano accusare di Alto Tradimento/Attentato alla Costituzione, disposto a dar loro la carta delle urne. Anche in tal caso, tuttavia, gli effetti sarebbero deleteri. Il recente audio rubato di Conte con la Merkel a Davos dimostra come è chiara, per i pentastellati, la preoccupazione per i sondaggi. Il ricorso alle urne porterebbe sicuramente ad una sconfitta dei Cinquestelle a favore della Lega (data virtualmente, oggi, tra il 33 e il 36%). Un ricorso alle urne potrebbe addirittura far ricompattare la coalizione di Destra che ora, calcoli alla mano, potrebbe davvero riuscire a Governare da sola. Ricordando che tutto questo va inserita nel quadro sempre più prossimo delle elezioni europee, un elemento che aggiunge ulteriore incertezza per il Movimento.
Il test dell’autorizzazione a procedere risulta poi essere una partita fondamentale per lo stesso Di Maio che si accorge, sempre più, di avere sul collo il fiato di almeno due suoi presunti “compagni”. Le comparsate di Di Battista in Italia sono sempre più frequenti, segno che il Movimento è pronto a giocare la sua carta; anche Fico assume sempre meno la figura super-partes del Presidente di un ramo del Parlamento per buttarsi a capofitto nelle questioni politiche. Il rischio, per Di Maio, è che uno dei due (o entrambi) gli facciano le scarpe. Ecco quindi che la questione assume valore personale non indifferente. Di Maio dovrà dimostrare nervi d’acciaio e fare bene i suoi calcoli: in gioco non vi è solo la sopravvivenza al Governo del Movimento, ma anche la sua testa. Dovrà stare soprattutto attento ai dissidenti interni, quelli di “Sinistra” tradizionalmente più vicini a Fico, che potrebbero decidere addirittura di tradire Di Maio al momento del voto e votare in modo difforme. In tal caso, più di qualche voce si leverebbe per chiedere la rimozione del giovane pentastellato.
Questioni interne al Movimento, ma anche questioni di numeri. Il Movimento5Stelle rappresenta ora l’ago della bilancia, ma è una pressione immensa, una posizione davvero poco invidiabile. Fratelli d’Italia, Lega e sicuramente anche Forza Italia voteranno contro l’autorizzazione; le Sinistre voteranno a favore. In mezzo a tutto ciò, il Movimento, con il suo impressionante numero di seggi. La tentazione di far fuori Salvini è forte, anche per bloccare la sua avanzata a Roma e, questo è ancor più rilevante, al Sud. D’altro canto, si deve esser consapevoli che se cade il Governo è molto probabile che si vada tutti a casa, con tanti parlamentari cinquestelle che brucerebbero, così facendo, uno dei due mandati a loro disposizione per (non)Statuto.

Salvini sa perfettamente bene tutto questo. Sbaglia chi reputa mutata la posizione di Salvini sulla questione dell’autorizzazione. Salvini non ha mai pregato – quasi fosse in lacrime – il Senato a non concedere l’autorizzazione. Salvini ha fatto un messaggio molto chiaro: “Spero che il Senato non approvi”. Parole che hanno tutt’altro significato da quello che ho visto attribuire da molte testate italiane. Non è una preghiera, è una minaccia! Minaccia di far cadere il Governo, di dimostrare che i Cinquestelle sono inaffidabili, davvero pericolosi per la democrazia. Salvini sa delle difficoltà di Di Maio e questa volta si divertirà  vederlo annaspare, non correndo in suo aiuto. È un modo, anche, di togliersi qualche fastidioso sassolino della scarpa per recenti accadimenti legati proprio ai migranti.
Infine, per concludere, siamo davvero sicuri che anche se Salvini finisse in carcere le cose cambierebbero? Siamo così sicuri che basta un Salvini fuori dai giochi per distruggere la forza leghista? E cosa accadrebbe mai se, invece di diminuire, i voti per la Lega aumentassero? Del resto, la storia politica italiana ce lo insegna: abbiamo avuto un pluri-indagato che per decenni ha fatto – che piaccia o no è indifferente – la storia politica di questo Paese. Del resto, la recente condanna inflitta alla Lega con annessa multa di svariati milioni di euro, non ha minimamente intaccato la solidità leghista, anzi, l’ha rafforzata. In altre parole: “Se Salvini indagato e arrestato venisse visto come un martire?” Anche perché, le parole di una delle due procure che poi hanno archiviato il caso è stata molto chiara: “Salvini ha difeso i confini nazionali”. La pulce nell’orecchio è stata ormai messa, da una Procura, da un organismo della Magistratura. Sarebbe facile costruire, da simile contesto, la nota retorica delle “toghe rosse” che, ricordiamolo, ha sempre funzionato.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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