BREXIT, quale Unione per il Regno?

 A distanza di 24 ore circa, due voti dai risultati opposti hanno scosso il Regno Unito e  il futuro di BREXIT appare sempre più incerto.

Che l’accordo raggiunto dalla Premier Theresa May non piacesse era risaputo da tempo; per comprenderlo bastava osservare il continuo “tira-e-molla” tra il Governo inglese e la Commissione UE. Era dunque scontato che, in una trattativa che si tirava per le lunghe, i compromessi ai quali necessariamente si sarebbe dovuti scendere avrebbero inficiato sull’appetibilità dell’accordo stesso. Accordo che la Premier May si è visto rigettare, in Parlamento.
Il rigetto dell’accordo, questo lo voglio precisare e ripetere, non è un voto PRO UE o per il REMAIN.  I parlamentari inglesi che, poi, vogliono la ridiscussione stessa della partecipazione, o meno, all’UE tramite un secondo referendum – appartenenti al Labour Party – rischiano di fare il passo più lungo della gamba nel chiedere un secondo voto popolare. Il no al piano della May rimane chiaramente un voto Pro BREXIT; quella che è mancata è stata una “soddisfazione soddisfacente”. In altre parole, si volevano maggiori vantaggi dall’uscita; vantaggi ai quali l’UE ha detto semplicemente di “no”.

Solo in questo modo si può spiegare il risultato del secondo voto, quello sulla mozione di sfiducia nei confronti della May. Mozione che non è passata in quanto la maggioranza dei conservatori si è ricompattata prontamente. Un modo per certificare, sia chiaro, non tanto la fiducia alla persona di Theresa May come Premier – è risaputo del resto che la May sia sempre più indigesta anche ai suoi -ma piuttosto la volontà nel voler proseguire su la strada della BREXIT.

Teresa May si trova in una difficile posizione. Risolto il problema della mozione di sfiducia, May si trova a dover elaborare un piano alternativo per BREXIT.

Anche perché le soluzioni alternative a BREXIT mancano o risultano poco appetibili ed efficienti. Persino il ricorso ad un secondo referendum sopra menzionato risulta essere poco convincente e dai possibili effetti deleteri sull’ordinamento inglese. Al di là dei costi e dei tempi troppo ristretti – l’UE inizia, sul fronte temporale, a mostrare segni di preoccupante nervosismo e intransigenza – il ricorso ad un secondo referendum a così breve distanza dal primo risulterebbe un pericoloso precedente. Si potrebbe insinuare l’idea che è possibile cambiare idea su un tema ogni 12 mesi, demolendo in tal modo ogni possibile costruzione di certezze;  l’incertezza generale fa sempre male ad un Paese e lo blocca in un immobilismo completo. “Perché mai fare qualcosa se, ogni 12 mesi, un referendum può far saltare il tavolo?”. Del resto, il Governo UK è ben conscio di questo problema. All’indomani del fallito referendum secessionista della Scozia, il Governo UK si affrettò a dire che la “questione scozzese” era stata risolta e che non avrebbe permesso altri referendum sulla questione per un bel po’ di tempo. Che nel voto a favore del LEAVE vi siano state spinte emotive irrazionali e abilmente manipolate è risaputo. Il popolo inglese si è dunque sbagliato su BREXIT? Probabilmente sì, ma questo non giustifica affatto un secondo referendum.

Spesso si dice come la democrazia sia, un po’ ovunque, in decadenza, con i vari popoli – specie occidentali – sempre meno interessati ad essa. Una santa verità, ma occorre ricordare che la democrazia non è solo “diritti”, ma anche “doveri” e “responsabilità” o, per meglio dire, “responsabilizzazione”.
Il popolo, in una democrazia, deve ritenersi responsabile delle sue scelte, sia che esse si rivelino giuste, sia che si rivelino sbagliate (Il popolo non ha una sfera di cristallo, non può sapere a priori se una scelta sarà buona o cattiva). Questo è il modo di vedere la democrazia nel 21° secolo, altrimenti il popolo si riduce ad un mero “addetto ai timbri”, chiamato a “diventare intelligente” solo quando è chiamato alle urne. Si rischia il pericoloso affermarsi della ferrea regola dell’oligarchia. Un popolo attivo e democraticamente interessato è anche un popolo che fa scelte e ne accetta le conseguenze. Siamo tutti d’accordo che non è il sistema tra i più efficienti al mondo, ma sempre meglio che vivere in una dittatura, no?

Se poi, in un futuro anche prossimo, gli inglesi esprimessero il loro desiderio di ritornare in seno alla famiglia europea, penso che nessun Stato Membro avrebbe davvero argomentazioni per opporsi. La BREXIT non è permanente, ma in seguito al voto che si è tenuto è fondamentale che gli inglesi si prendano “una pausa di riflessione” per un po’.

Se proprio poi vogliamo essere provocatori, si potrebbe far notare ai nostri amici di Albione come la partecipazione stessa del Regno Unito all’UE è sempre stata assai particolare.
Niente Euro, ampie libertà in merito a scelte di politica monetaria ed economica, riserve addirittura sulla Carta europea dei diritti umani. Provocatoriamente – e lo ripeto, è una semplice provocazione – si potrebbe dire che il Regno Unito non è mai stato per davvero nell’Unione e che chi, oggi, vuole il REMAIN o non è conscio della grande disparità di trattamento di cui gode il Regno o invece, al contrario, ne è ben conscio; ma nel secondo dei casi chiedo gentilmente agli inglesi di smetterla di definirsi europei.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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