I film più controversi del 2018

Dicembre è il mese dei bilanci e come redattrice della sezione Intrattenimento ho deciso di occuparmi dei film che nel 2018 hanno fatto più discutere, nel bene e nel male. Quelli che hanno suscitato polemiche, dibattiti, standing ovation, grandi lodi o feroci critiche.
Ecco a voi i cinque film più controversi dell’anno che sta per concludersi.

1. Sulla mia pelle di Alessio Cremonini

Sulla mia pelle è, sotto molti punti di vista, un film scomodo: lancia un grido sotto forma di rantolo doloroso, quello di Stefano Cucchi (interpretato da Alessandro Borghi), morto nove anni fa in seguito alle percosse ricevute dopo un arresto per detenzione di sostanze stupefacenti. Il film ha fatto molto parlare di sé per le tante proiezioni collettive e spontanee (nonché non ufficiali) che sono state organizzate in giro per l’Italia. Ma, soprattutto, ha suscitato polemiche la decisione di Lucky Red, casa produttrice del film assieme a Cinemaundici e Netflix, di distribuire la pellicola anche sulla piattaforma streaming, oltre che nelle sale cinematografiche. E come non citare, poi, gli applausi lunghi e calorosi che l’opera di Cremonini ha ricevuto alla 75a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (dove è stata presentata in anteprima) e gli abbracci tra il cast e Ilaria Cucchi, che in qualche modo sembrava restituissero – solo in parte – quel tanto, quell’indicibile che alla famiglia è stato portato via.
Cremonini ha raccontato fedelmente una realtà affatto isolata, quella delle morti in carcere che, non solo grazie al cinema ma anche a Netflix, ha raggiunto migliaia di persone. Il regista ha scelto di non far vedere il pestaggio: una decisione sensibile, interessante e senza dubbio azzeccata. L’atto non si vede ma si vedono i lividi, e l’omissione accresce l’orrore nello spettatore. Intenso e veritiero, il docu-film lascia parlare i fatti: è un diagramma piatto che s’impenna quando vediamo Stefano soffrire, quando seguiamo l’agonia della sua ingiusta morte vissuta in completa solitudine.

2. Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome racconta la storia d’amore tra Elio (Timothée Chalamet) e Oliver (Armie Hammer) che, donandosi reciprocamente i propri nomi, mettono nelle mani dell’altro la propria essenza. Il tutto durante un’estate lombarda degli anni ‘80.
Ha fatto scalpore il fatto che Elio abbia solo 17 anni e Oliver una decina in più. Eppure Guadagnino non racconta la vicenda (tratta dal romanzo di André Aciman) con malizia: c’è solo vita, impeto, un desiderio che proietta entrambi i protagonisti, che lo subiscono, in avanti, in avanscoperta.
Un’altra critica rivolta al film riguarda la “non totale” italianità di Guadagnino: seppure sia palermitano, il regista da anni viene acclamato e apprezzato all’estero, non in patria. Eppure i suoi lavori sono ambientati in Italia, sostenuti da troupes e da case di produzione nostrane. In Chiamami col tuo nome si vedono Crema e svariati affreschi lombardi in tutto il loro splendore e c’è tutta l’atmosfera musicale e modaiola degli anni ’80 italiani. Guadagnino, come tanti grandi del passato, va dove viene apprezzato, lasciando però il cuore a casa. Anche se, lo concedo, la pellicola è un prodotto diverso rispetto ai lungometraggi italiani d’autore a cui siamo abituati: ha un sapore vagamente hollywoodiano e mostra lo stivale con gli occhi di uno straniero.
Il padre di Elio, alla fine del film, recita uno dei monologhi cinematografici più belli degli ultimi anni: viviamo le emozioni fino in fondo, dice, positive o negative che siano, perché sono quelle che ci rendono ricchi, che ci permettono di donare qualcosa a chi amiamo. Chiamami col tuo nome va visto, permettendosi di provare i sentimenti che suscita, qualsiasi essi siano. Infine va detto che è arrivato fino all’Academy hollywoodiana (che l’ha candidato a ben quattro Oscar) portandosi a casa una statuetta per la miglior sceneggiatura non originale. Non pare un traguardo così deprecabile, in fondo.

3. BlacKkKlansman di Spike Lee

Quest’anno Spike Lee è tornato in tutto il suo splendore. BlacKkKlansman (tratto da una storia vera) ha per protagonista Ron Stallworth (John David Washington) che negli anni ’70 approda a Colorado Springs nell’omonimo stato americano, diventando il primo detective afroamericano. È il periodo delle accese battaglie dell’unione studentesca nera e dello sloganblack power” urlato a squarciagola dai tanti ragazzi di colore stufi di subire razzismo e ineguaglianza e decisi a cambiare le cose. Anche Ron partecipa alla lotta, ma a modo suo, un modo ancor più rischioso, che si rivela però efficace. Telefona in risposta a un annuncio sul giornale volto a reclutare nuovi membri per il Ku Klux Klan e così ha inizio la spassosa e assurda vicenda attorno alla quale ruota tutta la pellicola. Ovviamente Ron non può presentarsi all’incontro con i membri del KKK, quindi chiede aiuto al suo collega bianco ed ebreo Flip Zimmerman (Adam Driver) che finge d’essere lui. L’obiettivo (non servirebbe nemmeno dirlo) è quello di stanare una cella del KKK. Ron arriva persino a instaurare un rapporto di fiducia (sempre tramite telefono) con l’allora Gran maestro dell’organizzazione, David Duke (che poi, per la cronaca, ha intrapreso la carriera politica ed è attualmente un accanito sostenitore di Donald Trump). Spike Lee ha avuto il fegato di portare sullo schermo una storia simile proprio in questo preciso momento storico-politico – e non l’ha certo fatto in maniera casuale. Il suo film è brillante, pieno di un’ironia tagliente capace di squarciare il velo d’ignoranza e omertà e catapultare, alla fine, nella realtà. Lee chiude infatti il suo lungometraggio con immagini documentaristiche tratte dalla marcia per i diritti civili di Charlottesville, in Virginia, tenutasi più di un anno fa. Non mancano anche discorsi e dichiarazioni agghiaccianti del vero David Duke nonché del presidente Trump. La sconcertante realtà in cui viviamo viene sbattuta sullo schermo e per un attimo pare filmica (magari lo fosse!) e lo sgomento aumenta vertiginosamente grazie all’accostamento con la vicenda (veritiera anch’essa, ma risalente a quasi cinquant’anni fa) di Stallworth. Il messaggio di Spike Lee è chiaro e forte: non deve, non può esserci, né potere nero né potere bianco. Dev’esserci solo il potere di combattere uniti contro la violenza, il razzismo, l’odio, l’ignoranza dilagante, contro un’idea di umanità che uccide l’umanità stessa. Nel film Ron combatte usando l’astuzia e la via “legale”, non si schiera con i suoi compagni neri perché non approva i loro metodi aggressivi che non fanno che generare ulteriore odio e ulteriore violenza. Basta per definire BlacKkKlansman uno dei film più controversi del 2018?

4. Bohemian Rhapsody di Bryan Singer

Bohemian Rhapsody, la pellicola biografica dedicata ai Queen e in particolare alla figura di Freddie Mercury, interpretato dal Rami Malek di Mr. Robot, è sulla bocca di tutti. Controversa è stata la regia: il film risulta diretto da Bryan Singer (I soliti sospetti, X-Men) ma il cineasta è stato silurato dalla 20th Century Fox poiché per motivi personali non si è presentato sul set per alcuni giorni, senza dare spiegazioni; sembra inoltre che abbia avuto delle divergenze piuttosto accese anche con il cast e la troupe. A Singer è subentrato Dexter Fletcher (che non risulta accreditato) che ha portato a casa il film – anche se le riprese erano ormai praticamente concluse.
Bohemian Rhapsody è uno di quei film che va visto. Fan dei Queen o meno, tutti conoscono le loro canzoni, così orecchiabili ed epocali. Decidere di girare un biopic su di loro, o meglio su Mercury, è stata una scelta sicuramente coraggiosa. E che ha fatto da catalizzatore: tutti sono andati al cinema, bambini accompagnati dai genitori, giovani, vecchi, nostalgici dei Queen, gente che non li conosce quasi per nulla e persone che al cinema non ci vanno mai. Tutti incuriositi, desiderosi di prendersi con gli occhi e con il cuore un pezzetto di Freddie, ancora una volta. Non a caso, Bohemian Rhapsody è il lungometraggio biografico più visto di sempre.
Di certo il finale, con la ricostruzione (fedelissima) della performance dei Queen al Live Aid, lascia senza parole, fa venire la pelle d’oca e gli occhi lucidi. E aggiungo: Rami Malek è il film (senza nulla togliere agli altri interpreti, comunque bravissimi). L’attore sfoggia una mimica straordinaria, diventa Freddie Mercury, si muove come lui, si mangia gli spettatori. Per il resto, Bohemian Rhapsody rimane un po’ irrisolto. Molti aspetti della vita di Mercury e della band non vengono approfonditi ma solo accennati, peraltro un po’ confusamente (proprio queste sono state le critiche più frequenti rivolte al film). Il risultato finale sa un po’ di “artificiale”: è come se mancasse genuinità e pathos. È solo sul palco che (grazie a Malek) si ritrova la tipica verve del frontman. Buona la scelta, tuttavia, di non calcare troppo la mano sulle preferenze sessuali del cantante (che era molto geloso della sua privacy) né sulla sua malattia o sulla sua morte (concludere con il Live Aid è stata una mossa vincente). Insomma, di questo biopic ne stiamo parlando tutti: discutiamo, restiamo ammirati, storciamo il naso. Riuscire a far parlare così tanto e a voce così alta di sé, non è cosa da poco.

5. Roma di Alfonso Cuarón

Anche per Roma, così come per Sulla mia pelle, le polemiche riguardano Netflix e le sale cinematografiche. Entrano in causa, però, anche Cannes e il Festival del Cinema di Venezia. Sì, perché l’intimistico racconto di Alfonso Cuarón (premio Oscar per Gravity) è uscito nelle sale italiane per pochissimi giorni a inizio dicembre, per poi sbarcare su Netflix (ovviamente per scelta di Cuarón stesso). Il Festival di Cannes ha pertanto rifiutato la pellicola: essa non rispettava alcuni dettami legislativi francesi riguardanti appunto l’uscita dei film nelle sale e la distribuzione degli stessi su canali televisivi e/o piattaforme streamingQuel dommage! Ma Cuarón se n’è fatto una ragione: la sua opera in bianco e nero è sbarcata sul Lido Veneziano, aggiudicandosi il Leone d’Oro. Critici, esercenti e cinofili hanno gridato allo scandalo: Roma non è un blockbuster né un filmetto senza pretese, eppure è su Netflix. Con questa pellicola, che Cuarón ha cullato nella sua mente brillante per chissà quanti anni, il regista messicano ha reinventato il neorealismo rendendolo più cinematografico. Anzi, siamo di fronte a un tipo di neorealismo ancor più “popolare“: perché il cinema d’autore s’avvicina anche a chi l’ha sempre respinto e Netflix cessa, in questo modo, d’essere solo serie tv o cultura pop. Esso può diffondere un film come questo, dove a parlare sono i volti naturalmente espressivi, i sentimenti più primordiali e la vita quotidiana. Un racconto struggente (in lingua originale e sottotitolato) dove la protagonista, la tata e cameriera mixteca Cleo, al servizio di una famiglia benestante ma emotivamente precaria (quella dello stesso regista) residente nel quartiere Colonia Roma di Città del Messico, scopre quanto la vita possa essere dura e imparziale. Cleo si muove in un mondo fatto di donne che resistono e di uomini che non ci sono, che spariscono nelle loro debolezze eludendo le responsabilità. Roma mette inoltre in scena la storia: lo sfondo è la capitale messicana nei primi anni ’70, sconvolta dalle lotte studentesche e dalle pesanti repressioni.
Siamo liberi di pensare che un film così vada visto al cinema per poter essere davvero apprezzato. Oppure che un lungometraggio possa essere meraviglioso e potente a prescindere dallo schermo sul quale lo si guarda (i ventenni e i trentenni di oggi hanno visto capolavori come Ladri di biciclette La dolce vita in televisione o sul monitor di un computer). L’importante, come sempre, resta guardare ciò che merita d’essere visto.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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