Premio Nobel per la Chimica, una scelta politica?

Lo scorso 3 Ottobre sono stati assegnati i premi Nobel per la Chimica 2018  a Frances Hamilton Arnold (ingegnere chimico), George Pearson Smith (chimico) e a Sir Gregory Paul Winter (biochimico),“per l’evoluzione diretta degli enzimi e per lo sviluppo del phage display di peptidi ed anticorpi”.

Come la maggior parte di voi sa, il premio Nobel è il massimo riconoscimento che uno scienziato possa ricevere nella sua carriera di ricercatore, insegnante e divulgatore. Queste tre persone, eccellenti nel loro specifico campo di studi, hanno sviluppato una conoscenza e delle tecniche incredibilmente potenti per la creazione di nuove molecole – dai biocarburanti ai nuovi farmaci – sfruttando le implicazioni chimiche che hanno gli enzimi nelle reazioni.

Ma quello che vorrei proporvi non è tanto un’analisi chimica, sebbene molto interessante, sui processi che stanno dietro e che conseguono a questa scoperta, ma piuttosto sulle motivazioni “nascoste” che hanno portato l’Accademia Reale Svedese – organo che si occupa di esaminare e valutare scoperte ed invenzioni papabili per il premio – a scegliere proprio questa scoperta.

Ora facciamo un passo indietro ed analizziamo la scoperta in termini macroscopici.

I nuovi processi proposti dai tre premi Nobel hanno come principale obiettivo quello di sviluppare ancor di più la cosiddetta Green Chemistry.

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Cos’è la Green Chemistry?

Secondo Paul Anastas, primo vero teorico di questa giovane branca della chimica, la Chimica Verde si basa su dodici principi:

  1. Ridurre inquinamento e produzione di scorie tossiche;
  2. Utilizzare completamente i reagenti nelle reazioni chimiche;
  3. Ridurre il rischio delle reazioni stesse;
  4. Produrre molecole sicure;
  5. Utilizzare solventi ed additivi non tossici;
  6. Utilizzare processi efficienti in termini energetici;
  7. Utilizzare fonti rinnovabili;
  8. Ridurre prodotti indesiderati;
  9. Utilizzare catalizzatori;
  10. Prevedere prodotti degradabili facilmente;
  11. Monitorare la produzione di agenti inquinanti durante i processi di produzione;
  12. Scegliere reagenti o sostanze additive corrette per ridurre pericolo incidenti.

Possiamo quindi dire che la scelta della giuria svedese punta evidentemente verso un modello di scienza più pulito, più corretto verso ambiente e uomo,  più rispettoso della vita terrestre in senso lato.

Questa scelta può essere vista come un chiaro segnale politico?

Siamo arrivati finalmente al succo della questione. L’assegnazione di un premio così ambito da tutta la comunità scientifica ad una scoperta così profondamente legata a temi che oggi segnano la coscienza di tutti noi, dalla difesa degli habitat animali alla lotta al riscaldamento globale, non appare per nulla banale. È un netto segnale di “sfida” contro tutti quei paesi che, grazie alla loro forza politico-economica, piegano a loro piacimento le politiche ambientali, contro quei paesi che sembrano disinteressarsi completamente al futuro del pianeta e si curano unicamente dell’“oggi” ricco, dell’”oggi” potente, dell’”oggi” pre-potente; una sfida chiara a tutte le imprese globali che sfruttano senza ritegno risorse che stanno seriamente per scomparire.

Basta ricordare il ritorno, piuttosto primitivo, decretato da Trump dell’America al carbone. Basta ricordare che paesi come Cina e Sud Africa basano – per ragioni storiche o politiche – la loro economia energetica totalmente sull’estrazione di idrocarburi dal carbone. Basta ricordare come alcuni paesi del Sud America – ad esempio il Venezuela – abbiano basato la ricchezza, poi sfruttata solamente dai potenti, sul petrolio.

 

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L’appello che ci ha voluto lanciare molto limpidamente il comitato scientifico svedese e mondiale è quello di rivolgere i nostri sforzi non tanto ad una visione ottocentesca dell’energia, ma ad una visione moderna, pulita, rinnovabile e sicura; non basata sul mero consumo di greggio e petrolio, ma su un serio e completo progetto di riformulazione dei canoni energetici.

A poco servono i trattati sull’ambiente, se poi tutto viene vanificato da qualche uomo legato da un cordone ombelicale al “sublime” interesse monetario.

Caparezza in un suo famoso testo diceva:

“Dove quei furbi che fanno le imprese, no, non badano a spese. Pensano che il protocollo di Kyoto sia un film erotico giapponese”.

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