Minniti. Le Primarie. Il PD

Dopo mesi di stallo, finalmente si apre quella fase congressuale che porterà – tra febbraio e marzo – alle nuove Primarie del PD. In ballo non vi è solo il cambio di leadership del partito, ma l’ intera ricostruzione considerando che vi è un elettorato da riconquistare, offerte politiche da rivedere e in generale, tanto lavoro da fare.

Minniti sotto questi aspetti si è dimostrato, come al solito, il più pragmatico e realista. Cambiare nome al PD non servirà se non si affronteranno i problemi che portarono alla disfatta del 4 marzo. Minniti,  l’ex guida al Viminale, il Maestro delle Spie secondo il NYT, ottiene ottimi risultati nei sondaggi per la corsa alla segreteria risultando il secondo tra i favoriti, dietro solamente a Zingaretti il quale, tuttavia, guarda con ansia lo specchietto retrovisore, consapevole che Minniti lo sta tallonando.
Non ho mai nascosto le mie simpatie per Minniti, pur non essendo un elettore PD ( dunque ben lontano dalla partecipazione al voto delle Primarie), Minniti ha tutte le carte in tavola per essere l’uomo giusto al momento giusto. Di lui ho sempre apprezzato la sua grande pragmaticità, qualità assai rara in politica – sempre più avvezza a giochini politici alla Game of Thrones (possibilmente senza incesti e sgozzamenti vari) –  una qualità che costituisce quasi un unicum nell’universo di una Sinistra che, sin dal fallito referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, sembra aver perso la capacità di guardare in faccia alla realtà e comprendere i suoi sbagli. Minniti è diverso, lo dimostrò perfettamente nel tempo trascorso al Viminale. Fermezza, pragmatismo e realismo: tre qualità politiche di altri tempi, di altri Paesi. La gestione dei migranti gli è costata cara, con accuse di “giocare sul campo della Destra” rivoltegli da suoi compagni di partito e persino da suoi colleghi Ministri. Il codice di condotta per le ONG, un piccolo gioiellino che con accuse pretestuose è stato rigettato da alcune di esse a tal punto che hanno preferito uscire dai giochi, piuttosto che attenersi a qualche regola. Le trattative con le due Libie, una presa d’atto del fallimento occidentale nella gestione del paese nel tragico post-Gheddafi, tanto vale trattare con tutte le varie anime di un Paese che l’Occidente ha deciso di lasciare al suo destino.
Certo, occorre distinguere due differenti Minniti. Il Minniti ministro e il Minniti candidato Segretario (e quindi candidato Premier per il PD). Le carriere di Ministro e Primo Ministro sono infatti diverse, con pregi e limitazioni differenti. E dunque risulta evidente che il pragmatismo ministeriale di Minniti difficilmente può essere preso e copiato nell’attività da Primo Ministro, ruolo che chiede maggior discrezionalità, maggior apertura a compromessi, maggior discussioni; questo è stato capito perfettamente da Salvini che, tutto sommato, se la gode ad esser Ministro dell’Interno e non Primo Ministro, preferendo che sia qualcun altro, Conte nel nostro caso, a dover correre a destra e sinistra per mettere toppe e mediare tra due alleati di Governo così differenti. Ecco, il Minniti premier dovrebbe fare la stessa cosa e in uno scenario del genere il pragmatismo non è così utilizzabile.

Non ho mai nascosto le mie simpatie per Marco Minniti. Realista, pragmatico ed esperto; le qualità più necessarie al PD in questa difficile fase.

Bisogna inoltre ricordare che prima di pensare a un Minniti Premier occorre verificare il consenso nei suoi confronti, da parte della base del PD. Un primo passo che appare già difficile considerando come, che piaccia o meno allo stesso Minniti, l’ex guida al Viminale è giudicato, da molti, come l’erede di Renzi; in buona parte del PD, il cognome “Renzi” risulta essere quasi una bestemmia. È dunque possibile che l’elettorato PD, ormai stufo del “rottamatore”, volti le spalle a Minniti, non tanto perché sia anti-Minniti, ma piuttosto perché anti-Renzi. La personalizzazione della politica è anche questa: votare o meno non tanto il personaggio politico in base alle sue proposte e idee, ma piuttosto farlo o non farlo in base alle sue alleanze tutte interne al partito. Ma superato lo scoglio delle Primarie, Minniti (o chi vincerà le Primarie) si renderà conto di trovarsi di fronte all’ennesima montagna, molto difficile da scalare. Fermo restando che il PD è dato, ad oggi, a meno del 20%, la strada per tornare al potere è lunga e complessa, specie considerando che il PD non ha più alleati su cui contare. Gli scissionisti di MdP prima e LeU dopo si sono sciolti, ma è evidente come questi preferiscano frammentarsi ulteriormente in partitini da 1% piuttosto che tornare in seno al PD dove, occorre ricordarlo, anche in caso di sconfitta dei renziani questi rimarranno comunque soci azionari di tutto rispetto e rilevanza. Sfuma anche la riproposizione di un Nazareno 2.0 con Berlusconi ormai consapevole di esser, per lo più, la ruota di scorta della Lega e con una base forzista che in caso di alleanza con quei traditori del PD preferirebbe saltare giù dal treno per andare tra le fila della Meloni, se non direttamente di Salvini. Forza Italia non naviga in buone acque, è risaputo, e Berlusconi sa bene che la nascita di una corrente interna nel suo partito, denominata “Forza Italia con Salvini” è solo l’ennesimo campanello d’allarme che non dovrebbe essere ignorato. Ma anche se il PD riuscisse a tornare al 20% e Forza Italia decidesse di suicidarsi politicamente con una riproposizione del Nazareno, la nuova coalizione si fermerebbe al 28-29%, persino sotto ai singoli partiti che oggi sono, con una coalizione, al Governo.

No, prima di pensare alle alleanze il PD dovrebbe sfondare almeno la soglia psicologica del 20% ,ciò può farlo solo con la riformulazione della sua offerta politica nonché con la creazione di legami veri con i territori. Per ora le idee sono, in tal senso, piuttosto vaghe. Minniti dice che starà dalla parte dei poveri, una frase che vuol dire tutto, come vuol dire nulla e già mi vengono i dubbi che egli si sia già politicizzato a tal punto di divenire un Grasso 2.0 che da politico integerrimo e coerente si trasformò in un politico di bassa lega disposto a dire di tutto pur di sembrare innovativo.
Il PD ricordi che dall’altra parte della barricata vi sono quelli che sono, tutt’ora, due colossi e questo elemento deve essere tenuto in attenta considerazione per la corsa alle Primarie. Che il matrimonio tra M5S e Lega sia destinato a non durare pare ai più evidente: troppe le contraddizioni, troppe le differenti visioni del mondo, troppo diversi gli elettorati di riferimenti. Eppure, nonostante tutto, per ora la relazione tiene. I voti persi dai 5Stelle passano alla Lega, in un meccanismo di cui il PD non può certo gioire. Se il M5S si può giudicare, sotto molti aspetti, inesperto (e non è una colpa, sia chiaro) e relativamente nuovo; la Lega di Salvini è un paradosso, un’anomalia particolare. “Una corazzata da guerra con la velocità di una motovedetta verrebbe da descriverla. Una corazzata che è passata dal 4% al 17% in una manciata di anni e oggi è data virtualmente a più del 30%. Un partito che non ha più nulla a che fare con i forconi di Bossi, una dédiabolisation tutta nostrana che, udite udite, permette alla Lega di farsi sentire sempre più anche al Sud. E il Capitano (mai appellativo fu più azzeccato) di questa nave è oggi il personaggio politico più gradito d’Italia, con una macchina mediatica (e social) alle sue spalle da far invidia a quella di Obama per le Presidenziali del 2008.

Questi sono i dati, i fatti che il PD che potrebbe divenire di Minniti  si troverà a dover affrontare. Ben venga dunque la fase congressuale e le Primarie del PD, ma questi sono solo i primi passi di un percorso che si preannuncia assai arduo e tutto in salita.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

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