Mafia vecchia, mafia nuova: verità o stereotipo?

Durante lo svolgersi del Maxiprocesso, nel 1986, la Rai si attrezzò in modo tale da poter trasmettere in diretta la famosa aula bunker di Palermo. In quel momento il superpentito Tommaso Buscetta ci tenne a specificare che lui, in realtà, non si era pentito di nulla. Secondo le sue parole, le confessioni erano frutto di un tradimento che Cosa Nostra aveva fatto a sè stessa, alle sue vecchie tradizioni, alle sue vecchie regole, al suo vecchio onore. La “vecchia mafia” non esisteva più.

L’idea di una “vecchia mafia“, contrapposta alla “nuova“, è uno stereotipo duro a morire, in cui identità, morale, storia ed economia si sovrappongono in maniera confusionale tra verità e menzogna. Spesso, infatti, ci si imbatte nell’idea del “vecchio mafioso“, l’immagine del classico don in abito e coppola, personificazione di quella dimensione morale tradizionale, dei valori della campagna contadina del sud, in cui i concetti di onore e rispetto si mischiano insieme a quell’idea radicata di famiglia e all’attenzione per determinati riti sociali e  ad una determinata formalità.

C’è differenza, però, tra quelli che possono essere considerati i “valori tradizionali” della società siciliana di un tempo, e quelli più propriamente mafiosi, che al più inglobano i primi secondo regole ulteriori.

Torniamo a Buscetta:

Non sono un infame. Non sono un pentito. Sono stato mafioso e mi sono macchiato di delitti per i quali sono pronto a pagare il mio debito con la giustizia.

Il nostro superpentito, come detto, non negò mai la sua natura di criminale. Ma ci tenne a specificare, durante gli interrogatori con Falcone,  quello che stava facendo non era, appunto, un tradimento da infame. Coloro che avevano tradito le antiche regole di Cosa Nostra furono i suoi avversari, i Corleonesi di Riina, che per ottenere il potere non avevano risparmiato sangue e uccisioni di chiunque non fosse dalla loro parte. Buscetta pagò con la morte di tredici dei suoi familiari, tra cui figli e fratelli.

Ma queste antiche regole di Cosa Nostra, posto che siano davvero esistite, non hanno mai fermato la Mafia dal comminare, anche in passato, delitti verso donne e bambini, generalmente ritenuti al di fuori delle controversie; non hanno risparmiato ritorsioni vendicative verso familiari dei nemici; non hanno impedito che si trafficasse droga nonostante per alcuni il narcotraffico fosse un affare “sporco”; non hanno impedito, soprattutto, che ci si rivolgesse ad apparati deviati dello Stato pur di ottenere coperture e garanzie utili alla perpetuazione del potere e al tranquillo svolgimento degli affari, nonostante per diversi decenni i mafiosi si fossero proposti come alternativa allo Stato di diritto. E di tutto questo, la storia della mafia ci lascia parecchie testimonianze.

Quelle regole e quel senso di onore cui Buscetta fa riferimento altro non è che un rimando a quella dimensione ontologica ed identitaria dell'”essere mafioso“, dell’appartenente a Cosa Nostra, dell’essere un uomo distinto dai comuni mortali, che in quanto tale viveva secondo regole e principi ferrei . Principi che, all’occasione, venivano travisati e/o disattesi secondo quel distorto senso dell’onore e del rispetto, di chi è convinto che la giustizia si faccia da sè e non secondo le regole dello Stato. Tale dimensione identitaria, tuttavia, si mantiene identica a sè stessa tutt’ora.

Esiste, tuttavia, una distinzione storica tra la bipartizione, pur imprecisa e fuorviante, tra vecchia e nuova mafia.

Ci riferiamo infatti agli adattamenti di Cosa Nostra nel ventennio del secondo dopoguerra, anni che segnano il progressivo distacco dalla (ora si) “vecchia” mafia campestre, quella dei campieri, dello sfruttamento agricolo, dell’abigeato, delle relazioni coi grandi latifondisti, a quella che di lì a poco avrebbe iniziato a dominare il paesaggio urbano della Sicilia del boom economico.

E’ una trasformazione che ha investito innanzitutto la sfera economica, in quanto l’espandersi delle città permise agli uomini d’onore di introdursi in nuovi affari, espandendo le richieste di pizzo, infiltrandosi negli appalti pubblici e nelle costruzioni e nel traffico di droga. In ciò la mafia siciliana è stata anticipata storicamente dalla sua “sorella” americana, quella delle Cinque Famiglie newyorkesi, che già negli anni venti si era radicata nelle grandi metropoli americane, trafficando in alcol e stupefacenti,  intessendo rapporti con l’ establishment politico borghese statunitense.

L’espandersi degli affari non ha fatto si che venissero abbandonate le antiche pratiche criminali attuate nel contesto della campagna sicula. Ha invece giovato la possibilità di infiltrarsi nel settore pubblico-amministrativo delle città, similmente a quanto avvenne già in America. Fu tale processo a dare inizio al fenomeno della mafia dei colletti bianchi, etichetta che indica il districarsi dei contatti e del potere mafioso presso quell’area grigia in cui si incontra con le classi medio-borghesi che dirigono e condizionano la vita cittadina, con tutti i perversi annessi e connessi che ne conseguono.

Segno del definitivo cambiamento dei tempi è segnato dalla vicenda resa nota alle cronache, e passata alla storia poi, col nome di sacco di Palermo: nel 1959, dopo la nomina ad assessore ai lavori pubblici, Vito Ciancimino, uomo vicino ai Corleonesi di Riina e Provenzano e che Falcone definì “il più mafioso dei politici e il più politico dei mafiosi“, rilasciò in brevissimo tempo circa 4000 licenze edilizie di cui buona parte intestate tutte a pochissimi prestanome. La ricostruzione e l’espansione edilizia della città di Palermo nel dopoguerra fu uno dei più proficui affari della mafia di allora.

Per concludere, Cosa Nostra, così come qualsiasi altra associazione criminale di stampo mafioso, non invecchia mai. Esse hanno la capacità innata di adattarsi molto bene a mutate condizioni politico-sociali, riuscendo a trovare spesso un modo per continuare a far soldi (ottenendo dunque anche più potere) con sempre nuove modalità e sempre nuovi affari.

Riportiamo un ultimo episodio, per comprendere quanto la nuova generazione di boss abbia ben fiutato la possibilità di ottenere guadagni cospicui investendo in nuove attività: tralasciando i casi di sfruttamento della migrazione (vedasi il caso di Roma Capitale), finchè era in vita,  in carcere, il capo dei capi Totò Riina fu intercettato mentre esprimeva dissenso nei confronti del boss Matteo Messina Denaro, per aver scelto quest’ultimo di fare affari attraverso l’installazione di pali eolici nell’entroterra della provincia di Trapani: quello dell’energia è uno dei vari settori in cui si sono infiltrati gli uomini d’onore in anni relativamente recenti e le critiche di Riina verso quello che fu uno dei suoi pupilli dimostra che anche per il più sanguinario dei boss mafiosi i tempi erano decisamente cambiati.

Per approfondire la tematica, si consiglia la lettura di:
– J. Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Laterza, 2007, Bari
– S. Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, 2004, Roma
(quest’ultimo in particolare si consiglia per una dettagliata disamina della vicenda trattata)

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

Articoli Collegati