MidTerms: niente “blue wave”

Che le MidTerms fossero considerate dai più come una sorta di referendum su Trump era risaputo, così come lo erano anche i risultati, complici dei sondaggi che, questa volta,hanno azzeccato in pieno il quadro politico.

Ma se Trump di certo non può dirsi entusiasta del risultato, lo stesso vale anche per i democratici e, più in generale, i suoi avversari. Che l’operato dell’ attuale presidente venga sempre più messo in discussione dal Congresso è naturale; i democratici lo hanno già annunciato sostenendo di esser pronti ad aprire centinaia commissioni di inchiesta per far luce su vicende oscure legate al Presidente. Avere poi uno dei due rami del Congresso in mano nemica costituirà, per Trump, un fastidio aggiuntivo per portar avanti le sue politiche. Rimane lo spettro dell’impeachment, anche se su tale fronte ben poco potrà esser fatto.

Ma come detto, anche i democratici non devono rallegrarsi più di tanto. Anche la loro è stata una mezza sconfitta, o forse un mezzo fiasco. I democratici avranno ottenuto anche la Camera, ma con una maggioranza risicata; un’epidemia influenzale, un matrimonio improvviso o simili rischiano di minare materialmente una maggioranza che si regge in piedi su un numero di “deputati” che si possono contare sulle dita di una mano. Se alla Camera i democratici otterranno qualcosa, hanno perso al Senato e nella sfida per i Governatori; tra le due sconfitte quella che pesa è sicuramente quella al Senato, dove nel rinnovo di 1/3 dei Senatori che avviene ogni due anni, i repubblicani hanno allungato le distanze. I democratici faticano molto e non arrivano a quei 51 seggi necessari per la maggioranza; si fermano a 44 e devono contare sull’appoggio di due Senatori indipendenti di area democratico bloccandosi, in tal modo, a quota 46.

Ma la vera delusione dei democratici risiede altrove. Queste MidTerms dovevano essere, per l’appunto, una sorta di referendum su Trump. Dobbiamo allora domandarci come sia andato questo supposto referendum sulla persona del Presidente. Non esattamente benissimo. I democratici si aspettavano una “valanga blu” in grado di spazzare via Trump; si aspettavano molti più voti non per se stessi, ma piuttosto contro Trump. Lezione non nuova, in verità, considerando che lo spirito era lo stesso che fallì miseramente nel giorno dell’elezione di Trump a presidente.

Trump perde per qualche seggio la Camera, ma vince al Senato e blocca sul nascere la “blue wave”. Un risultato tutto sommato a lui favorevole.

I democratici ci hanno provato in ogni modo a smuovere gli animi dell’elettorato, a sottolineare la deriva nazionalista e razzista dell’amministrazione Trump, ma il Presidente aveva un asso nella manica contro il quale ben poco potevano le vaghe promesse democratiche di dare Sanità, Istruzione e quant’altro completamente gratis. Trump aveva con sé l’asso dell’economia galoppante, il tasso di disoccupazione ai minimi storici, la lotta commerciale alla Cina e l’intransigenza contro l’Iran (quest’ultimi due temi molto sentiti dagli americani). Trump ha poi sapientemente giocato la partita dei migranti, con la carovana umana proveniente dall’Honduras; l’invio dell’esercito, il minacciare di togliere sussidi a quegli Stati che avevano chiuso gli occhi di fronte alla questione, permettendo alla carovana di ingrandirsi. Trump ha mostrato, come suo solito, i muscoli e nulla ha potuto fermarlo. Trump sapeva perfettamente che la Camera era in bilico per le MidTerms e ha voluto salvare il salvabile: ci è perfettamente riuscito, forse con risultati superiori alle sue aspettative.

Poi vi è la più grande sconfitta dei democratici nelle MidTerms. Si scriverà ancora per qualche giorno del primo Governatore omosessuale o della prima donna musulmana al Congresso, ma risulta evidente – su ammissione degli stessi giornali che di certo non possiamo definire trumpiani come nell’area dei Dem sia mancata la scintilla, la nascita di una stella in grado di rivaleggiare con l’aggressività e la potenza di Trump. Le grandi star del rinnovato (in parte) partito democratico perdono tutte. Perdono Stacey Abrams, Andrew Gillum, Beto O’Rorke e tanti altri; perdono coloro che avevano veramente una nuova visione più moderna del partito. Si confermano quelli che qualche nostro politico italiano chiamerebbe “gli zombie”: Bernie Sanders e Tim Kaine (colui che sarebbe dovuto diventare vicepresidente di Hillary Clinton qualora questa avesse vinto le elezioni nel 2016). Per tutto il resto: niente di nuovo sul fronte occidentale.
Gli occhi sono ora tutti alla lotta  per le elezioni del 2020, la quale già si preannuncia infuocata ; non è ancora chiaro cosa intenda fare Trump o il partito repubblicano, ma la confusione regna sovrana anche sul fronte Dem.

Cosa cambia, dunque, per questi altri due anni di Presidenza Trump? Ben poco, quasi nulla.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

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