Sveglia Commissione! La procedura di infrazione è anacronistica

Che l’Italia sia ai ferri corti con la Commissione Europea sulla questione bilancio/deficit è risaputo, ma ben poca chiarezza viene fatta sul tema dell’ormai annunciata procedura di infrazione.

Stando a diversi commentatori nazionali, la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per deficit è ormai alle porte. Oggetto del contendere, come risaputo, è la manovra finanziaria varata dal Governo giallo-verde, la quale preoccupa i vertici europei per la scarsità delle coperture e i dubbi sul suo impatto vero sulla crescita, il tutto ovviamente inserito in un contesto di debito pubblico già assai elevato. Non voglio qui discutere sul merito della riforma, ma piuttosto voglio chiarire un elemento che spesso viene ignorato anche da molti laureati in Scienze Politiche e Legge. La procedura di infrazione, così come descritta dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE d’ora in poi), è quanto di più discrezionale possibile.

Mentono, dunque, i tanti commentatori che scrivono da settimane come la procedura d’infrazione sia una sorta di automatismo al quale la Commissione Europea, volente o meno, si deve attenere. Mentono, o sono ignoranti in materia.

Una semplice lettura del TFUE permetterebbe di chiarire rapidamente l’oggetto della questione. Gli articoli di riferimento per la procedura d’infrazione sono tre: art. 258, art. 259 e art 260, tutti e tre del TFUE. Si può tranquillamente sorvolare sul secondo dei tre, l’art. 259, in quanto questo si applica nel caso in cui sia un Paese membro a denunciare un altro Paese membro per sospetta violazione del diritto europeo; una eventualità, questa, che ha dei chiari risvolti politico-diplomatici che fanno sì che tale articolo sia stato applicato ben poche volte. Una rapida lettura degli art. 258 e 260 TFUE ci permetterebbe di comprendere come la Commissione Europea goda di un’estrema discrezionalità nell’apertura e nella conduzione di una procedura di infrazione. In qualunque lingua dell’Unione risulta infatti che la Commissione può inviare una lettera di messa in mora; può inviare un parere motivato, può adire la Corte; può chiedere l’applicazione delle sanzioni finanziarie. La Commissione può fare tutte queste cose, come può anche decidere di non farlo. La discrezionalità è talmente assoluta che in diverse occasioni vi sono stati Paesi membri che per lo stesso illecito sono stati trattati in due modi radicalmente differenti; con l’apertura di una procedura d’infrazione in un caso e con il totale eclissamento del caso nell’altro. Un’estrema discrezionalità che, occorre dirlo, è stata confermata dalla Corte di Giustizia in svariate sentenze (cause riunite C-20/01, C28/01, C-531/06 e altre), ma che rende meno “imparziale” il lavoro della Commissione. La Commissione, nel decidere l’attivazione o meno di una procedura di infrazione, agisce spesso per calcoli politici e convenienze contingenti.
Potere discrezionale unito ad una certa antipatia per la trasparenza in merito alle procedure di infrazione, così come stabilito dal Regolamento n. 1049/2001 che disciplina l’accesso del pubblico agli atti dell’Unione. In particolare, l’art. 9 del suddetto Regolamento stabilisce una sorta di procedura “aggravata” per ottenere informazioni. Tutto questo mettere a rischio il ruolo di imparzialità della Commissione e rischia di dar fiato a chi cerca lo scontro con l’Unione a tutti i costi.

La Commissione Europea ha recentemente minacciato l’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia.

Vi è poi un grave problema insito nella natura stessa della procedura d’infrazione. È l’eterno dilemma tra i modelli di compliance, ovvero come spingere sulla conformità al diritto europeo. Esistono due grandi famiglie di pensiero per attuare la compliance: un modello che possiamo definire di “enforcement” e un modello di “management”. I due sistemi sono agli antipodi, il primo è rappresentato sicuramente dalla procedura di infrazione, i secondi da strumenti dotati di una softness maggiore (EU-Pilot, in un certo senso anche SOLVIT rientra in questa categoria). I modelli di enforcement hanno effetti psicologici non indifferenti sullo Stato membro che viene colpito; la procedura di infrazione viene vista come una decisione imposta dall’alto (tra l’altro, come visto, con una discrezionalità elevata e scarsa trasparenza) di fronte al quale lo Stato può fare ben poco. Ecco dunque che molti Stati reagiscono negativamente ad una procedura d’infrazione o al suo paventato utilizzo. La sparata del Governo giallo-verde del “Che ci diano pure la procedura di infrazione, tanto noi non paghiamo” è dunque essenzialmente normale alla base; ogni Paese reagisce in questo modo, non vi è nulla di “populista” o “sovranista” nel dimostrarsi avversi ad una procedura di infrazione.

Senza contare che permane un altro grande elemento di dubbio nell’operato della Commissione. Occorre chiedersi quale sia lo scopo della Commissione. Appurato che la minaccia di procedere alla procedura d’infrazione (scusate il gioco di parole) non solo non funziona – ma fa irrigidire ulteriormente la posizione del Paese membro sotto accusa – quale azione è prioritaria per la Commissione? Se l’obiettivo ultimo della Commissione è far cambiare idea allo Stato membro, ancora una volta si sta usando lo strumento sbagliato, lo Stato membro non cambierà idea. Se si vuole procedere rapidamente per la soluzione del caso, ancora una volta lo strumento della procedura di infrazione è quello errato; le procedure di infrazioni si trascinano infatti per anni e anni e in taluni casi non si viene a capo di niente. L’Italia potrebbe sforare il tetto del deficit anche per un decennio intero prima che la procedura d’infrazione porti a qualcosa.

Dunque, ricapitolando: non esiste automatismo della procedura di infrazione, questa procedura è sottomessa alla grande discrezionalità della Commissione che può agire anche per calcoli politici; la procedura di infrazione irrigidisce la posizione dei Paesi membri; la procedura di infrazione, anche se portata avanti, richiederà anni per essere conclusa. Qualcuno allora mi spieghi perché si parla ancora tanto di una simile possibilità? Anche chi, in questi mesi, tifa per la Commissione europea deve prendere atto che non vi è un solo, singolo, vantaggio di minacciare l’Italia in questo modo.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

Articoli Collegati