L’elezione di Bolsonaro e gli indigeni del Brasile

Domenica 28 Ottobre 2018 in Brasile si è votato per eleggere il nuovo Presidente. Come era prevedibile e come era già stato annunciato sia da segnali che ormai riconosciamo, se non altro per pessimismo, sia dai sondaggi, il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro ha vinto con il 55,1%. Comprensibilmente il popolo internazionale, tendenzialmente ma non esclusivamente, di sinistra, si è sentito scoraggiato e oltraggiato dalla vittoria di quello che è stato più volte descritto, al meglio, come il Donald Trump del Sud America e al peggio come un fascista xenofobo. Non sembra ma c’è una differenza.

Sono diventati famosi i suoi commenti apertamente sessisti, omofobi e razzisti. Per non parlare delle sue strizzate d’occhio a dittature e la sua pericolosa relazione con l’esercito. Ricordiamo, per la cronaca, che il suo vice-candidato era il Generale Hamilton Mourão e che poco prima della fine delle elezioni Bolsonaro ha dichiarato: “Non posso parlare per i comandanti delle forze armate, ma per il supporto che vedo nelle strade, non accetterò nessun risultato elettorale che non sia una mia vittoria”, minacciando velatamente un colpo di stato. Forse una sua vittoria, in fondo, ha impedito quest’ultima possibilità. A che prezzo e con che ripercussioni lo scopriremo nei prossimi mesi, stay tuned.

Un’altra citazione particolarmente inquietante che va analizzata è la seguente: le minoranze si devono piegare alla maggioranza… le minoranze devono adattarsi o semplicemente scomparire“. Ci sono diversi strati di significato in questa frase. Primo, coloro ai quali questo messaggio è destinato sono la “minoranza” più dimenticata del Brasile, gli indigeni. Secondo, queste popolazioni indigene, che rappresentano anche quella parte di Brasile coperta da uno dei polmoni cruciali del nostro pianeta, sono a disposizione e ad assimilazione di una maggioranza che è autorizzata a sfruttarle. In questo caso il plurale si riferisce sia alla foresta che ai suoi abitanti. Terzo, in questo nuovo Brasile non c’è posto per nessun tipo di minoranza, tanto meno per quella che risiede sopra una miniera d’oro che aspetta solo di essere sfruttata.

L’Amazzonia ricopre il 60% del Paese, nonostante si sia stata ridotta del 20% dal 1970. Le popolazioni che ci abitano hanno diverse colpe agli occhi di coloro che la vorrebbero sfruttare (prevalentemente governi e società multinazionali), si ostinano caparbiamente a voler abitare in quelle terre e, come se non bastasse, la loro presenza impedisce a noi l’accesso a una cornucopia di materie prime che loro neanche sanno utilizzare, facendoci sprecare, in una logica distorta di mercato, risorse che potrebbero finanziare un avanzamento economico. Per chi e di chi, è meglio non chiedere.

                               Protesta dei Kayapo contro la diga di Belo Monte.

La parte di Brasile coperta dalla foresta Amazzonica è la casa di circa 900.000 indigeni. Christian Poirier, direttore programmi per la ONG Amazon Watchha dichiarato poco prima delle elezioni di domenica “l’antagonismo di Bolsonaro per i diritti sulla terra delle popolazioni indigene e disprezzo per la protezione ambientale mette a rischio vasti tratti di foresta protetta, che potrebbe cadere vittima di uno sviluppo industriale sconsiderato come quello agroalimentare o minerario.” Durante la campagna elettorale, Bolsonaro ha più volte minacciato di ritirare il Brasile dall’accordo di Parigi facendo dietro front poco prima di domenica. Mercoledì sera ha infatti annunciato, “proteggeremo l’ambiente, ma non disturberemo le vite dei produttori in Brasile. Le sue parole non sono molto diverse in sostanza da quello che a suo tempo disse l’ex-presidente Lula, il quale riconobbe l’importanza dell’Amazzonia come bene dell’umanità, tuttavia ci tenne a sottolineare che la decisione di come disporre di questo bene spettava al Brasile.

                                           Costruzione della diga di Belo Monte.

Tutto ciò per dire che, non importa la natura del governo in carica, la vita delle popolazioni indigene dell’Amazzonia e la vita della foresta sono sempre subordinate alle leggi di mercato. Lula fu un grande promotore della diga di Belo Monte, impianto costato 11 miliardi di dollari e terza diga idroelettrica più grande del mondo. Bolsonaro invece ha altri interessi, in particolare è sostenuto dalla lobby della carne che attualmente influenza un terzo del Congresso in Brasile. Paragonato a dighe e miniere, la lobby della carne sembra inoffensiva, ma non lo è. Per produrre carne ci vogliono pascoli, per ottenere i pascoli bisogna bruciare la foresta. Già l’anno scorso il comitato agroalimentare aveva spinto per passare legislazioni che riducessero gli ettari di foresta protetta e la demarcazione dei territori indigeni. Adesso al governo avranno un alleato.

Una delle promesse fatte da Bolsonaro durante la campagna elettorale è stata quella di ridurre il crimine e liberalizzare il possesso di armi. Solo nel 2017 110 indigeni sono stati uccisi. Il Conselho Indigenista Missionario (Cimi) che ha raccolto questi dati ha aggiunto che la maggior parte di queste uccisioni sono legate a conflitti per la terra e mancanza di diritti a protezione delle popolazioni indigene. Gli attivisti ambientali indigeni non godono di particolare protezione in Sud America, basti ricordare il recente caso di Berta Càceres in Honduras o Rigoberto Lima Choc in Guatemala. Armare la popolazione e liberalizzare lo sfruttamento incontrollato della foresta non sembra conciliare la promessa di riduzione del crimine. Sempre Poirier ha messo in guardia sulla linea autoritaria di Bolsonaro che potrebbe scatenare “un’ondata brutale di conflitti che andranno a beneficiare la mafia rurale in competizione per risorse e terre contestate“, cioè terre indigene attualmente protette.

La “minoranza” che non si sottomette e non si agglomera, è una “minoranza” pericolosa e vulnerabile. L’elezione di Bolsonaro non avrà ripercussioni solo a livello democratico. Quando in Europa ci indigniamo per l’estremismo delle parole di Bolsonaro, ricordiamoci che queste parole non feriscono solo a livello ideologico la nostra concezione di democrazia, ma vanno a minare praticamente la sicurezza, già da tempo precaria, delle popolazioni indigene, delle quali sempre meno si parla e sempre meno si sa. I primi che sentiranno le ripercussioni di questo voto sono loro e mentre il mondo occidentale sarà preoccupato a proteggere un’idea di democrazia, quella parte di potere legata al mercato avrà pochi oppositori e continuerà nella sua corsa distruttiva, con buona pace della nostra indignazione.

                                                          Manifestazione indigena alla conferenza sul clima a Parigi.

Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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