Gli anni bui della Repubblica: dal Maxiprocesso alle stragi del ’92

Negli ultimi anni, i media italiani non hanno mai mancato di celebrare la memoria di chi ha combattuto la mafia, specie di coloro che hanno rischiato e sacrificato la propria vita. Il cosiddetto Maxiprocesso, in questo senso, rappresentò un punto di svolta.

Quella contro Cosa Nostra è una guerra che iniziò negli anni del Maxiprocesso, tenutosi dal 1986 al 1992, anno delle stragi. Proprio quest’anno, mamma Rai dal 23 ottobre,ha deciso di raccontare in sei puntate la storia del più grande processo giudiziario della storia del nostro paese.

E noi siamo qui per raccontarvi brevemente cosa successe in quei tragici e decisivi anni.

Agli inizi della anni ottanta del secolo scorso, la città di Palermo si macchiò col sangue di centinaia e centinaia di vittime durante quella che fu definita la “seconda guerra di mafia“: anni difficili nei quali divenne chiaro che all’interno della più nota associazione criminale italiana correvano fratture insanabili che divisero la fazione dei Corleonesi da quella capeggiata da Stefano Bontate (col cui omicidio si aprì la suddetta guerra), Gaetano Badalamenti (boss di Cinisi già conosciuto per l’omicidio dell’attivista Peppino Impastato) e il futuro pentito Tommaso Buscetta.

Maxiprocesso” fu il titolo giornalistico dato alla vicenda, svoltasi, come anticipato, tra il 1986 e il 30 gennaio del ’92, giorno della sentenza finale in Cassazione; titolo giustificato dal record di processo penale più grande del mondo: più di quattrocento gli imputati, più di duecento gli avvocati, diciannove gli ergastoli e più di duemilacinquecento di anni totali di detenzione per altri imputati.

Palermo nel sangue: la formazione del pool antimafia

Si è accennato sopra a quella seconda guerra di mafia combattuta tra i Corleonesi di Totò Riina e il gruppo di Bontate. Fu proprio Riina ad aprire le ostilità in seno a Cosa Nostra con l’uccisione di Bontate; negli anni successivi si susseguirono oltre seicento omicidi,alla fine i Corleonesi ne uscirono vincitori.

Tra le vittime vi furono, oltre che esponenti mafiosi di ambo le parti, numerosi uomini delle istituzioni italiane, tra i quali il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il commissario Boris Giuliano, il presidente della regione Piersanti Mattarella (fratello dell’attuale Presidente della Repubblica), Pio La Torre, Rocco Chinnìci (il giudice che per primo creò e guidò il nucleo formativo del futuro pool antimafia) e altri.

L’idea di riunire un gruppo di giudici istruttori che si occupassero della questione fu proprio di Chinnici, che sarà però ucciso nel 1983, lasciando la situazione in mano al giudice Antonio Caponnetto. Sarà lui che “strutturerà” il gruppo in un vero e proprio pool, ispirandosi a quanto compiuto dalla Procura di Torino durante gli anni del terrorismo. Tra i giudici coinvolti, vi furono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

L’arresto di Tommaso Buscetta

Sempre nel 1983 si verificò un primo fondamentale successo, l’arresto e poi l’estradizione dal Brasile di Tommaso Buscetta, boss che lì era fuggito dopo che gli fu sterminata la famiglia da una cosca rivale e da dove gestiva un traffico di droga tra le due sponde dell’Atlantico (cosa che gli fece guadagnare il soprannome di “Boss dei Due Mondi“).

Precedentemente all’estradizione, Falcone si era  recato personalmente in Brasile per interrogarlo. Buscetta è storicamente noto per esser stato il primo pentito di mafia.

Sebbene ciò sia incorretto (il primato spetta piuttosto a Leonardo Vitale, pentitosi più di dieci anni prima), di fatto, le sue confessioni rappresentano il più importante documento storico e giudiziario sulla mafia, che permisero sia di ricostruire con precisione le gerachie, la storia e i progetti di Cosa Nostra, sia di individuare i mandanti e gli esecutori dei tanti delitti di mafia, e grazie ad esse i magistrati ottennero numerose prove a carico degli imputati del futuro Maxiprocesso.

Non bisogna farsi ingannare però: il suo “pentimento” e le sue confessioni non furono frutto di una crisi di coscienza moralmente sostenuta, quanto un tentativo di vendetta nei confronti di quei Corleonesi che uccisero membri della sua famiglia. Buscetta non rinnegò mai il suo essere mafioso, anzi riteneva che fossero i Corleonesi i veri traditori dei “valori antichi” di Cosa Nostra.

L’aula bunker e il Maxiprocesso

Sia prima che dopo l’arresto di Buscetta, il pool fu febbrilmente impegnato nella ricerca di prove e nell’esecuzione di catture ed arresti. Un problema di non secondaria importanza fu quello di trovare un luogo adatto allo svolgimento del processo. Si decise quindi di edificare accanto al carcere Ucciardone a Palermo la famosa aula bunker: un’ enorme aula di tribunale capace di ospitare centinaia di persone e di resistere perfino ad attacchi missilistici.

Fu in quell’aula che il 10 febbraio 1986 ebbe inizio il processo. Tra gli imputati presenti, oltre che centinaia di persone tra avvocati e giornalisti, vi erano figure di spicco della mafia, tra cui Luciano Leggio, Pippo Calò, Leoluca Bagarella, Michele Greco e altri. Erano assenti invece il boss Totò Riina e Bernardo Provenzano, che verranno infine condannati entrambi in contumacia.

Il processo, vista la sua imponenza, fu lungo e travagliato. Il vero e proprio Maxiprocesso per definizione terminerà il 16 dicembre 1987 con la lettura della sentenza in primo grado, poi confermata, sebbene con una lieve riduzione delle pene, in appello.

La vicenda intera segnò l’epilogo quando il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione emise le numerose e definitive condanne a carico degli imputati, confermate poi nel futuro processo di rinvio svoltosi tra il ‘93 e il ‘95. Per la giustizia italiana, quella fu una vittoria schiacciante nei confronti di Cosa Nostra.

1992 annus horribilis

La mafia subì un duro colpo, ma le sue armi erano ancora pronte ad uccidere.

E continuò ad uccidere in quello che è ricordato come l’anno più buio della storia italiana: oltre alle stragi del titolo, un altro esponente della giustizia italiana, Antonio Di Pietro,  affaccendato a Milano con la vicenda di Mani Pulite e il relativo processo, ma questa è un’altra storia…

Non ultimo, erano ancora latitanti i Boss Totò Riina (il quale venne arrestato l’anno seguente) e Bernardo Provenzano (per il suo arresto dovremo invece aspettare il 2006).

Prima di Falcone e di Borsellino, una vittima di spicco di quell’anno fu Salvo Lima: costui, oltre ad esser stato membro di spicco della Democrazia Cristiana siciliana e parlamentare durante il governo Andreotti (la cui collusione con Cosa Nostra fu provata, sebbene “mitigata” dalla prescrizione con cui terminò il processo in cui era imputato), fu “incolpato” dalla mafia di non esser riuscito a modificare le sentenze in Cassazione a carico degli imputati, fallimento che gli costò la vita (anche la vicenda dei rapporti tra Lima e la mafia fu oggetto di processi giudiziari).

Fu così che venne freddato con tre colpi di pistola il 12 marzo 1992: fu affiancato in macchina da un commando di due killer; tentò successivamente la fuga, ma i proiettili furono più rapidi della sua corsa.

Il peggio avvenne il 23 maggio dello stesso anno, quando la provincia di Palermo fu scossa dall’esplosione di circa mezza tonnellata di tritolo, destinati a quel Giovanni Falcone che tanti danni aveva causato a Cosa Nostra insieme ai colleghi del pool antimafia.

Egli era di ritorno da Roma, dove svolgeva la mansione di direttore degli affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia: a lui si deve la creazione della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) e della DNA (Direzione Nazionale Antimafia), oltre alla riuscita approvazione di un pacchetto di leggi che prevedevano confische di beni e carcere duro per chi si macchiasse di reati connessi alla mafia ( l’allora presidente Giulio Andreotti dovette fare buon viso a cattivo gioco).

Quel pomeriggio il mafioso Giovanni Brusca, braccio destro di Riina, dall’alto di un casolare che dominava sull’autostrada A29 di Palermo, schiacciò il pulsante che innescò la carica esplosiva. Falcone si trovava all’interno di una Fiat Croma bianca preceduta e seguita da altre due auto di scorta. L’esplosione avvenne all’altezza dello svincolo di Capaci, l’esplosivo fu piazzato in dei fustini sotto il canale di drenaggio dell’autostrada.

Invero, l’esplosione investì in pieno la macchina di scorta in testa, uccidendo tutti gli agenti e non quella in cui viaggiavano il giudice e la compagna Francesca Morvillo.

strage-di-capaci

È bene chiarire che il giudice non morì per l’esplosione in sé, quanto per lo schianto tra la macchina e il muro di cemento e detriti che si alzarono dopo l’esplosione. Accanto a lui sedeva la moglie Francesca Morvillo, che trovò la morte insieme al marito. Incredibilmente si salvò l’autista giudiziaro Giuseppe Costanza, seduto sul sedile posteriore, avrebbe dovuto guidare la Croma Bianca se Falcone non avesse insistito a guidare lui la macchina, rompendo col protocollo di sicurezza.

È lecito e fa quasi venire i brividi pensare che se si fosse seguito il protocollo, egli potrebbe essere ancora vivo, scampato per miracolo ad un attentato organizzato proprio contro di lui.

Paolo_Borsellino

Il collega Paolo Borsellino trovò la morte poche settimane dopo: recendosi, nel pomeriggio del 19 luglio, in Via d’Amelio per fare visita alla madre. Vicino il portone dell’abitazione, una Fiat imbottita di tritolo esplose quando Borsellino premette il pulsante del citofono: la mafia aveva messo a segno un altro omicidio. Morirono anche i suoi agenti della scorta.

Le vicende appena raccontate segnano un punto di svolta nella storia (giudiziaria e non) italiana. Fino ad allora solo a sentir parlare di mafia si facevano spesso e volentieri orecchie da mercante, sminuendo o addirittura negando l’esistenza del fenomeno mafioso (atteggiamento a cui non si sottrassero nemmeno esponenti di spicco delle istituzioni italiane).

L’eco mediatico del Maxiprocesso e delle stragi ebbe il merito di rendere la mafia un fenomeno provato ed evidente, portandolo alla ribalta dei media nazionali ed internazionali. Falcone in primis fu colui che si adoperò affinchè la giustizia italiana si adeguasse e fosse in grado di combattere Cosa Nostra, dotandola degli apparati e delle istituzioni adeguate e ad essa conformi.

La sua morte può spiegarsi con la caparbietà con la quale affrontò Cosa Nostra e certo la sua morte rese evidente anche il fatto che la mafia non si sentiva intimidita dopo le sentenze del maxiprocesso.

L’uccisione di Borsellino solleva invece non pochi dubbi: che bisogno c’era di uccidere ancora, dopo lo shock della morte di Falcone? Il fatto è che Borsellino era divenuto scomodo, poichè nel frattempo i vertici di Cosa Nostra erano stati impegnati in quella trattativa Stato-mafia che prese piede dagli incontri dell’allora sindaco di Palermo e mafioso, Vito Ciancimino, e il generale dei Carabinieri Mario Mori.

È questa, secondo le testimonianze di Massimo Ciancimino (figlio di Vito), l’inizio della storia del papello, un foglio di carta che sarebbe stato consegnato a Mori  nel quale Riina avrebbe esposto tutte le sue richieste: se fossero state soddisfatte, la mafia avrebbe fermato le stragi. Il magistrato ucciso in Via d’Amelio si sarebbe fortemente opposto alla trattativa, convito che con la mafia non si dovesse scendere a patti. Una morte dunque, quella di Borsellino, che rivelò i retroscena più oscuri dell’anno più buio della nostra storia nazionale.

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

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