Scienze economiche e scienze dure: sul Nobel a William Nordhaus

L’economia è definita come disciplina che studia l’uso efficiente di risorse scarse.
Dal momento in cui si è cominciato ad utilizzare il termine “scienza economica” essa ha riconosciuto i due vincoli più stringenti di tutti: natura e conoscenza. La natura detta le condizioni dell’ambiente in cui viviamo, mentre la conoscenza definisce la nostra abilità nel gestire queste condizioni. Eppure, gli economisti tendono a ignorare questi vincoli e in genere non studiano come natura e conoscenza vengono influenzate dai mercati e dal comportamento economico.
Questo non è il caso di William D. Nordhaus (Yale University) e di Paul Romer (NYU Stern School of Business), vincitori del Premio della Sveriges Riksbank per le Scienze Economiche in memoria di Alfred Nobel, conferito ai due dalla Royal Swedish Academy of Sciences; al primo, “per aver integrato il cambiamento climatico nell’analisi macroeconomica di lungo periodo” e al secondo “per aver integrato l’innovazione tecnologica nell’analisi macroeconomica di lungo periodo”.

W. Nordhaus, sulla sinistra e P. Romer, sulla destra

Entrambi i vincitori del premio sottolineano nei loro lavori la rilevanza delle esternalità sul benessere sociale: un’esternalità è un effetto di tipo spill-over non considerato dal singolo agente interno ad un mercato, e a seconda dei casi può essere positiva (un nuovo farmaco può salvare vite umane e contemporaneamente portare profitti a chi brevetta il principio attivo) oppure negativa (la CO2 emessa da un impianto produttivo contribuisce al riscaldamento globale).
In particolare, gli effetti di spill-over studiati da Romer e Nordhaus hanno conseguenze a lungo termine di portata globale; un mercato non regolamentato produrrebbe degli effetti inefficienti e socialmente indesiderabili, per cui i lavori di entrambi propongono argomenti convincenti per l’intervento dei governi nella gestione delle esternalità.
Paul Romer, nato nel 1955, costruendo sulle teorie di Robert Solow propone un modello di crescita endogena dove l’avanzamento tecnologico non arriva da fonti esterne (esogene), come veniva assunto nei modelli macroeconomici precedenti. Al contrario, il progresso della tecnica è generato da attività specificatamente dedicate all’interno della dinamica di mercato (vedi R&D). Il lavoro di Romer ci aiuta a capire quali condizioni favoriscono il fiorire di nuove idee e tecnologie; non solo, esso aiuta il policy-maker nel design di istituzioni e politiche che possano migliorare la condizione umana implementando le condizioni ideali per lo sviluppo tecnico.
William Nordhaus, classe 1941, ha intrapreso le sue ricerche nei primi anni ’70, in reazione alla preoccupazione crescente della comunità scientifica riguardo il cambiamento climatico causato dall’utilizzo sconsiderato di combustibili fossili e dagli effetti che questo cambiamento climatico può avere sull’ecosistema. L’economista di Yale comincia in quegli anni a esaminare le interazioni tra attività umana e clima, combinando teorie macroeconomiche di base con risultati empirici presi dalle scienze naturali come chimica e fisica.
Nordhaus è uno dei primi a intendere l’ambiente non solo come un vincolo all’attività economica dell’uomo, ma come qualcosa di estremamente sensibile alla suddetta attività economica. Egli diventa quindi il primo a disegnare modelli semplici, ma dinamici e quantitativi di sistemi integrati che permettono il dialogo tra macroeconomia e clima, modelli che oggi vengono chiamati modelli di valutazione integrata (integrated assessment models, IAMs). Il premio Nobel gli viene assegnato facendo riferimento proprio a questa attività modellistica.

In questo articolo non si parlerà oltre di Romer, non perché chi scrive non trovi interessante il suo lavoro, ma semplicemente perché lo stesso giorno dell’annuncio del Nobel per l’Economia (8 ottobre), è stato pubblicato un report dell’IPCC che punta i riflettori proprio sugli studi di Nordhaus: lo Special Report on Global Warming of 1.5ºC (SR15).
Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) è un foro scientifico formatosi nel 1988 per volere dell’ONU con lo scopo di studiare il cambiamento climatico globale. Periodicamente IPCC, che nel 2007 è stato insignito del Premio Nobel per la Pace, rilascia dei “rapporti di valutazione”, fondati principalmente su letteratura scientifica pubblicata in seguito a revisione paritaria (peer review) e contenenti valutazioni esaustive ed aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dall’uomo, degli impatti potenziali dei suddetti e delle alternative di mitigazione e adattamento disponibili per le politiche pubbliche.

Logo dell’IPCC

L’ultimo di questi report risaliva al novembre del 2014, ma l’8 ottobre IPCC ha pubblicato il Rapporto Speciale citato poco più sopra, l’SR15, approvato ad Incheon (Corea del Sud), e redatto da novantuno autori provenienti da quaranta paesi. Il Rapporto Speciale contiene oltre 6,000 riferimenti scientifici ed è stato scritto al fine di “consegnare una guida autorevole e scientifica ai governi” per affrontare la sfida del cambiamento climatico.
A meno di tre anni dalla chiusura dell’Accordo di Parigi, e a un anno dall’uscita degli Stati Uniti ad amministrazione Trump, IPCC fa squillare il campanello di allarme: se l’obiettivo è davvero quello di limitare al di sotto dei 2° C il riscaldamento medio globale rispetto al periodo pre-industriale tramite la riduzione delle emissioni di gas serra, siamo pericolosamente vicini alla soglia limite. Stando al Rapporto infatti il mondo è sulla buona strada per arrivare a circa 3° C di riscaldamento entro la fine del secolo, e potrebbe superare la soglia di 1,5 °C tra il 2030 e il 2052 se il trend continuerà al suo ritmo attuale.
Per dare un’idea di come un cambiamento del genere potrebbe influenzare l’ecosistema, due gradi di riscaldamento potrebbero distruggere circa il 13 per cento degli ecosistemi terrestri del mondo, aumentando il rischio di estinzione di molti insetti, piante e animali, mentre mantenere il riscaldamento a 1,5 °C ridurrebbe il rischio della metà.
Il Rapporto dell’IPCC cerca di concentrarsi sulla definizione delle misure su cui governi, imprese e individui dovrebbero focalizzarsi per mantenersi a +1,5° C. Tra queste misure troviamo l’installazione di sistemi energetici a bassa emissione di carbonio (come eolico e solare) per fornire tra il 70% e l’85% dell’elettricità mondiale entro il 2050, l’espansione delle foreste per aumentare la capacità del pianeta di assorbire CO2 dall’atmosfera. Quasi tutta la comunità scientifica è più o meno concorde sul come diminuire le emissioni quindi, ma è giusto sottolineare che molti studiosi sono dubbiosi sulle tempistiche e ritengono che sia già troppo tardi e che il treno per salvare il pianeta sia partito da un pezzo.

È importante sapere che rapporti come quelli dell’IPCC, che sono alla base di accordi internazionali sul cambiamento climatico, hanno tra i propri riferimenti autorevoli anche gli studi del novello Nobel per l’Economia William Nordhaus. In particolare, come affermato prima, il premio gli viene conferito per l’aver introdotto al mondo i modelli di valutazione integrata: come Romer, anche Nordhaus costruisce sulle teorie di Solow includendo gli effetti delle esternalità negative causate dalle emissioni di CO2.
L’economista di Yale si accorge subito che un modello puramente economico non può bastare per parlare di cambiamento climatico: un’analisi globale del fenomeno deve necessariamente avere un approccio integrato in cui società e natura interagiscono in modelli dinamici. I due modelli più recenti di Nordhaus sono il DICE (Dynamic Integrated Climate – Economy), battezzato in modo da dare l’idea della scommessa che l’umanità sta facendo con l’ecosistema, e il RICE (Regional Integrated Climate – Economy), una versione che complica il DICE scorporandolo in otto regioni separate. Entrambi i modelli sono composti da tre moduli interattivi:
1. Modulo di circolazione della CO2: basato sulla chimica di base, il modulo descrive come le emissioni globali di biossido di carbonio circolano attraverso tre serbatoi di CO2: l’atmosfera, la biosfera e le profondità degli oceani. L’output del modulo è un sentiero temporale della concentrazione di CO2.
2. Modulo climatico: riflesso della fisica di base, il modulo descrive come la concentrazione atmosferica di biossido di carbonio e di altri gas serra influiscono sui cambiamenti dei flussi di energia da e verso la Terra. L’output del modulo è un sentiero temporale per la temperatura globale, misura chiave del cambiamento climatico.
3. Modulo di crescita economica: descrive un’economia di mercato globalizzata che produce beni e servizi utilizzando capitale, lavoro ed energia come inputs; una porzione dell’energia proviene dai combustibili fossili responsabili delle emissioni di CO2. Il modulo è utile per valutare come differenti politiche pubbliche – come imposte o permessi di inquinamento negoziabili – impattano su economia ed emissioni di anidride carbonica. L’output del terzo modulo consiste quindi in un sentiero temporale del PIL, del benessere e delle emissioni globali, e in una funzione del danno causato all’ambiente dal cambiamento climatico.
Il modello permette, grazie all’interazione tra scienza economica e scienze naturali, di rispondere a domande quali: quale è il percorso ottimale delle emissioni affinché la crescita della temperatura sia mantenuta sotto i fatidici 2°C? Tenendo conto dei costi e dei benefici della mitigazione del cambiamento climatico, quale è la temperatura ottimale? Quale è il costo sociale del carbonio?
Stando ai risultati che il professor Nordhaus ottiene dalle sue ricerche, la risposta più efficiente ai problemi causati dai gas serra consiste nell’applicazione di uno schema globale di tassazione di tipo carbon tax, un’imposta sulle risorse energetiche che emettono biossido di carbonio nell’atmosfera. La raccomandazione di Nordhaus riprende le teorie dell’economista A.C. Pigou, secondo le quali l’inquinatore dovrebbe essere colui che si sobbarca il costo sociale dovuto all’esternalità, ovvero alle emissioni.

Emissioni di biossido di carbonio nel tempo per quattro diverse politiche climatiche (predizioni del DICE model)

Caratteristica peculiare della modellistica di Nordhaus è di essere completamente open source: sul sito web del professore (https://sites.google.com/site/williamdnordhaus/dice-rice), sono minuziosamente descritti equazioni, codici e calibrazioni, al fine di rendere tutto riproducibile. L’economista, mosso dal desiderio di confrontarsi su una tematica attuale e “sfidante” come il cambiamento climatico, apre così le porte della modellizzazione integrata, di cui lui è pioniere, ad un’intera generazione di ricercatori tramite la matematica, linguaggio comune a chimici, fisici, ingegneri ed economisti.

Per la chiusa di questo articolo, mi si perdoni un’osservazione personale.
Non sorprende che i due premi Nobel per l’Economia provengano entrambi dagli Stati Uniti, come spesso è accaduto in passato; il fatto che di frequente i membri del comitato della Royal Swedish Academy of Sciences peschino i ricettori del premio dalle università della Ivy League, è dovuto principalmente all’autorevolezza che queste ultime possono vantare.
Le università statunitensi sono state culla di generazioni di ricercatori e studiosi che per anni si sono dedicati, tra i vari campi di ricerca, al cambiamento climatico di tipo antropogenico e ai suoi probabili impatti negativi sulla “astronave Terra”: come specificato poco fa, Nordhaus intraprende i suoi studi sul cambiamento climatico nei primi anni 70.
Appare lecito pensare che gli Stati Uniti dovrebbero essere, grazie al lavoro dei propri ricercatori e alle enormi risorse che un Paese di quelle dimensioni è in grado di mettere sul tavolo, i primi ad interessarsi alla sfida ecologica. Ma la realtà, per chi nutrisse aspettative del genere, può essere ironica.
Ironica perché sono stati proprio gli Stati Uniti ad amministrazione Trump a rispedire al mittente l’Accordo di Parigi, accordo che esiste anche grazie ai calcoli e agli studi di Nordhaus, tirandosi indietro dagli sforzi globali per limitare il cambiamento climatico e muovendosi verso la riduzione dei controlli sulle emissioni. Nella migliore delle ipotesi, gli Stati Uniti stanno posticipando la questione, nella peggiore stanno ignorando quello che, presto, diventerà un problema così grande da non potere essere ignorato.
Il timore, purtroppo, è che la risposta nazionalista data da Trump al problema del cambiamento climatico sia una non-risposta, o quantomeno una risposta miope. Per citare un esempio fatto anche da Y.N Harari nel suo ultimo saggio 21 lezioni per il XXI° secolo: gli Stati Uniti a gennaio 2018 hanno imposto una tariffa del 30 % sugli impianti a pannelli solari di importati dall’estero, mettendo al primo posto il sostegno ai produttori locali del solare anche a costo di rallentare il passaggio all’energia innovabile.
Il New York Times ha riportato le dichiarazioni di Nordhaus risalenti a poco dopo aver appreso del premio, che qui traduco liberamente: “le politiche pubbliche sono indietro – miglia e miglia indietro rispetto alla scienza e a ciò che deve essere fatto”, “Essere ottimisti è duro. E attualmente negli Stati Uniti stiamo facendo retromarcia con le disastrose policies dell’amministrazione Trump”.
Lo stesso articolo riporta anche le parole di Robert Stavins, direttore del Programma di Economia Ambientale ad Harvard che, commentando l’annuncio del Nobel fa anche lui riferimento esplicito a The Donald: “Ogni premio Nobel collegato al cambiamento climatico sarà inevitabilmente visto come una critica internazionale alla brusca opposizione di Trump alle azioni contro il cambiamento climatico sia a livello locale che a livello globale”.
L’economista, il Consigliere del Principe di machiavelliana memoria potrà anche vincere un Nobel insomma, ma viene da chiedersi: cosa succede se “Il Principe” non presta orecchio ai suoi consigli, per quanto autorevoli essi siano? Cosa succede se tali consigli (una carbon tax su scala globale) richiedono sforzi cooperativi notevoli da parte di una marea di “Principi”?

Sull’Autore

Classe 1996, studente della Scuola di Economia Management e Statistica a Bologna (corso di laurea triennale in Economia Mercati e Istituzioni), mi interesso anche di politica e filosofia.

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