Il caporalato silenzioso del nord Italia

Nel nord Italia, nel cuore pulsante dell’imprenditoria e dell’agricoltura italiana, dove si presume che la criminalità non abbia spazio, esistono sacche di speculazione e di schiavitù non tanto diverse dalle situazioni dei lavoratori sfruttati del foggiano o della Piana di Gioia Tauro, messe alla ribalta dalla cronaca.

Dal quarto rapporto 2018 sulle agromafie di Flai-Cgil e Osservatorio Placido Rizzotti, emerge che il business del lavoro irregolare relativo al caporalato valga 4,8 miliardi di euro all’anno e copra il 39% dei rapporti di lavoro in agricoltura.
La mappa del caporalato non interessa solo una porzione d’Italia: il virus dello sfruttamento ha infettato tutta la penisola, propagandosi non solo nell’agricoltura, ma anche nell’allevamento, nei servizi di logistica e nell’edilizia. Il caporalato è un fenomeno che toglie la dignità al lavoro attraverso sfruttamento, abusi e a salari bassissimi, inferiori rispetto alle regolari tariffe del mercato. Tale pratica ruota attorno alla figura del caporale che è colui che recluta la manodopera a basso costo fornendola alle aziende.

 

Distribuzione regionale di arresti e denunce per caporalato. Dati Flai-Cgil, Istituto Placido Rizzotti

 

Le principali regioni colpite da questa piaga, in base al numero degli arresti e delle denunce (Dati Flai-CGIL), sono le regioni del sud Italia, soprattutto la Sicilia, seguita dalle insospettabili Emilia Romagna, Toscana e Veneto. Molto spesso soprattutto nel nord Italia, la manodopera è straniera, con una suddivisione quasi equa fra lavoratori comunitari e lavoratori non appartenenti all’Unione Europea.

Le condizioni lavorative disumane a cui sono costretti gli operai sono difficilmente denunciate per paura di perdere il lavoro e, di conseguenza, per i lavoratori extracomunitari regolari, di non riuscire più a rinnovare il permesso di soggiorno, in quanto per la legge Bossi-Fini per rimanere regolarmente in Italia è necessario avere uno stipendio e un reddito.
Il caporalato risulta pertanto  alimentato dalla paura delle ripercussioni che la perdita del lavoro può comportare e dall’estrema esigenza di mantenere un’occupazione.

Storie di sfruttamento nel nord Italia.

Nel 2016, è stata portata alla luce, nel veneziano, una piccola baraccopoli in cui vivevano stipati in condizioni sanitarie pessime alcuni braccianti bengalesi, fra questi alcuni irregolari, che lavoravano sette giorni su sette a 150-200 euro al mese. A settembre 2018, è stata sgominata una rete di caporalato che faceva riferimento a due cooperative fittizie che reclutavano in nero la manodopera dall’Albania e dalla Romania, facendo fare ai lavoratori la spola fra i campi del Veneto e della Toscana. Gli operai avevano una paga oraria di 4-5 euro a cui veniva sottratto il vitto e l’alloggio, senza ferie né contributi. L’indagine sulla rete di sfruttamento e il conseguente arresto dei caporali è nata in seguito alla morte per infarto di un bracciante rumeno durante la raccolta delle olive nei campi della Toscana, nel dicembre 2017.

                                                            Stabile in cui gli operai sfruttati vivevano.

L’Emilia Romagna, terra in cui, all’inizio del ‘900, le cooperative sociali sono nate, sta facendo i conti con il pullulare di società false che nascondono storie di sfruttamento. Come la cooperativa fittizia, gestita da tre marocchini prestanome,  scoperta il 22 settembre 2018 dalla Polizia economico-finanziaria di Forlì e  accusata di caporalato e di sfruttamento della manodopera clandestina, impiegata nell’allevamento di pollame. Gli operai, stranieri, erano costretti a vivere in condizioni abitative di miseria e a lavorare fino anche a 14 ore al giorno con una paga oraria che oscillava fra i tre e i sei euro, spesso senza cibo né acqua.

Le cooperative spurie.

Lo sfruttamento del lavoro è una pratica che si sta infiltrando anche fra gli interstizi dell’imprenditoria, meno controllata, del nord Italia, che spesso affida a cooperative fittizie, in gergo spurie, l’incarico di fornire la manodopera. Le cooperative spurie, come sostiene Stefano Patrizi, responsabile agroalimentare LegaCoop Romagna, stanno diventando un fenomeno sempre più frequente nella regione. Si tratta di società non  iscritte all’albo e sono gestite da prestanome che senza scrupoli accumulano debiti e sfruttano i lavoratori, tenendo i costi del lavoro bassissimi. Tutto ciò permette loro di fare guadagni facili eludendo le tasse per un totale di 750 milioni di euro, secondo le stime di Alleanza cooperative italiane.

 

Proposta di legge di Alleanza cooperative italiane per contrastare il fenomeno delle false cooperative.

Da nord a sud, sempre caporalato è.

L’ampia presenza di manodopera a basso costo incentiva alcuni imprenditori ad affidarsi a questa logica, che è attraente per via dei salari minimi che tralasciano però la dignità del lavoro degli operai. I diversi meccanismi dell’imprenditoria del nord Italia, rispetto a quelli del sud, si riflettono anche nelle diverse forme che il caporalato assume lungo la penisola.
A nord, l’enorme presenza di forza lavoro, a bassissimo costo, disponibile sulla piazza, invoglia alcune fra le innumerevoli aziende agricole ad impiegarla.
Dall’altro capo dell’Italia, invece, a sud, le imprese agricole, che si estendono su ettari ed ettari di terreni, per rifarsi sia degli alti costi di produzione sia dei bassi prezzi che la grande distribuzione commissiona loro e per avere comunque un guadagno, utilizzano un ingente numero di forza lavoro, retribuita con salari irrisori.

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