Nadia Toffa e il dono della menzogna

I tumori, per la loro gravità, devono essere trattati con particolare attenzione e con quanta più divulgazione scientifica possibile. Questo non è stato, purtroppo, fatto da Nadia Toffa tramite i suoi post e relative risposte.

In questi giorni non si fa che discutere dei tweet e dei post su Facebook e Instagram della nota inviata e conduttrice de Le Iene Nadia Toffa. Tutto ha avuto inizio da un post in cui la giovane conduttrice ha deciso di pubblicizzare il suo nuovo libro, dove racconta la sua esperienza di malata oncologica, in un modo davvero particolare e arrivando a definire il cancro come un dono. Adesso, il post è stato senza ombra di dubbio recepito male o in maniera troppo esagerata, ma l’intento di questo articolo non è di fare l’analisi logica delle parole della Toffa cercando di spiegare cosa volesse affermare e se sia stato recepito bene o meno. Vorrei, invece, analizzare in maniera più dettagliata possibile quanto siano state infelici e gravi alcune sue risposte a dei commenti di parecchi utenti indignati. Andiamo per ordine:

  •  “Ogni tumore è uguale. Stesse difficoltà”

Davvero ogni tumore è uguale? Ovviamente la risposta è no. I tumori non solo sono diversi proprio per loro natura, ma mutano la loro gravità sia da persona a persona, che da luogo a luogo. Cercherò di analizzare ogni aspetto partendo dalla natura dei tumori. I tumori, per loro natura, si differenziano in tumori benigni e maligni in base alla proliferazione cellulare. Nel primo caso le cellule, pur riproducendosi, restano limitate all’organo in cui sono nate, nel secondo mutano ancora estendendosi agli organi vicini, fenomeno che è comunemente conosciuto come metastasi. I tumori maligni vengono chiamati anche cancro proprio per la particolare forma con la quale le cellule si diffondono agli organi vicini. Le cellule si modificano quanto necessario per poter attecchire su un organo diverso da quello di partenza, ma allo stesso tempo, restano riconoscibili dal sistema immunitario come parte dell’organismo, così da evitare che questo le attacchi e le distrugga.

Vi è inoltre una seconda grande differenza tra i tumori benigni e maligni ed è che questi ultimi portano spesso al decesso del paziente, a differenza dei primi, proprio a causa del processo di metastatizzazione, che fa sì che le cellule sbagliate colonizzino tutto l’organismo, attaccando organi vitali come cuore e cervello. Per questa ragione in caso di tumore maligno diventa fondamentale intervenire, anche chirurgicamente, prima che le cellule tumorali arrivino ad altri organi. La medicina, inoltre, non è ancora perfettamente cosciente del funzionamento della metastasi. Non si riesce a capire perché alcuni tumori della pelle, melanoma escluso, pur essendo maligni è più raro che diano vita a un processo di metastatizzazione. Qui entra a far parte anche il discorso apparato sanguigno e linfatico e della difficoltà che ha una cellula tumorale a raggiungere un suddetto apparato.

La distinzione tra tumori maligni e benigni è abbastanza risaputa, ma oltre a questa distinzione vi è quella meno conosciuta, ovvero in base al tipo di tessuto in cui prendono origine. Tra i tumori maligni ci sono i carcinomi, i sarcomi e la leucemia. I carcinomi coinvolgono i tessuti epiteliali, tra cui anche quelli ghiandolari, che hanno la funzione di proteggere l’organo dall’esterno, come anche di secernere e assorbire di alcune sostanze. I carcinomi colpiscono soprattutto i polmoni, la prostata, il colon-retto, l’utero e le mammelle. I sarcomi nascono all’interno dei tessuti molli, come vasi sanguigni e linfatici, muscoli, grasso corporeo e nervi. Possono interessare gli arti come gli organi interni e la regione addominale chiamata retroperitoneo, ricca di tessuto adiposo.
La leucemia è un tumore del sangue che si distingue in leucemia mieloblastica, se colpisce la linea da cui prendono origine i globuli rossi e alcuni globuli bianchi, o leucemia linfoblastica, se colpisce la linea da cui nascono i linfociti, un tipo di globuli bianchi.

Anche all’interno dei tumori benigni ci sono delle distinzioni e alcuni di essi sono molto conosciuti e mediamente diffusi. I fibromi uterini, ad esempio, sono dei tumori benigni tipici delle pareti dell’utero, che spesso risultano asintomatici, anche se possono essere un ostacolo per il concepimento o dar luogo a un’emorragia se le dimensioni diventano importanti. Anche gli angiomi, i polpi nasali e le cisti ovariche sono tumori benigni abbastanza diffusi nella popolazione. La differenza tra tumore benigno e maligno sta proprio nel fatto che mentre col primo si può convivere, a volte anche ignorando di averlo, col secondo bisogna correre ai ripari il prima possibile perché potenzialmente mortale.

Un’altra grande differenza è la mortalità: ve ne sono alcuni definibili “big killer” come quello al polmone (33.836 morti nel 2015), seguito dal colon-retto (18.935), mammella (12.381), pancreas (11.463) e fegato (9.675). Sul fronte opposto ci sono tumori che possono vantare un elevato indice di sopravvivenza come il melanoma (87% di sopravvivenza), la mammella (87%), il testicolo e prostata (91%) e la tiroide (93%). Esistono poi tumori che possono colpire con una maggiore frequenza, ad esempio negli uomini è il tumore alla prostata (18% dei tumori maschili) mentre nelle donne è quello alla mammella (29% tra tutti i tumori femminili). È poi altrettanto importante sapere che molti tumori, si stima circa il 40%, potrebbero essere evitati adottando un corretto stile di vita. Proprio per quanto riguarda quest’ultimo punto è emersa una differenza di insorgenza tumorale e di relative cure enorme tra il sud Italia e il nord Italia. Sebbene l’insorgenza dei tumori è in costante crescita con una media giornaliera di 1000 casi in più (solo nel 2017 vi sono stati 369mila casi di cancro in più rispetto all’anno prima), al Nord ci si ammala in misura maggiore o, probabilmente, lì funzionano meglio i programmi di screening per cui i tumori vengono diagnosticati in misura più puntuale, mentre al Sud, sebbene i casi diagnosticati siano in numero inferiore, la mortalità è superiore. Negli Stati Uniti, ad esempio, il tasso di remissione a cinque anni dalla diagnosi è del 98,6 percento per il cancro alla prostata e del 46,5 percento per quello alle ovaie. Tutto questo per dire che l’insorgenza tumorale e il tipo di tumore varia anche in base all’area geografica dove si vive. Un conto è vivere in aperta campagna, un altro conto è vivere a due passi da una raffineria di petrolio o in una grande e trafficata metropoli.

  •  “L’università ti è servita poco alla cultura. Che peccato soldi dei tuoi genitori buttati nel cesso.”

Per diventare oncologo, bisogna prima iscriversi all’Università alla facoltà di Medicina e Chirurgia che prevede innanzitutto i test di ingresso. Dopo aver superato questi test, bisogna frequentare la suddetta facoltà per ben sei anni. Dopo questi sei anni, si arriva alla parte più importante: il corso di specialistica in oncologia. Prima di accedere al corso, bisogna iscriversi e partecipare al concorso aperto a tutti i laureati in medicina e una volta superato il corso avrà durata di quattro anni. In tutto questo tempo è assolutamente consigliato partecipare a master anche all’estero e fare esperienza in ospedali e centri di ricerca.

  • “In questo libro vi spiego come sono riuscita a trasformare quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, una opportunità. Pieno d’amore”

Avevo detto che non avrei analizzato la frase con il riferimento al “dono”. Effettivamente non farò l’analisi logica del periodo, ma lo collegherò ad un altro tweet: “Anche io potrei non guarire. Che c’entra? Ci arrivi?! O troppo alto il discorso per te? Rimani coi piccioni di piazza San Marco io vado a volare con le aquile eh. Non tutti possono volare alto stai lì tu”.

Il tweet di partenza e queste risposte piene di gioia, ma anche presunzione e arroganza delineano un aspetto medico molto ben preciso: CBT in inglese o efficacia della terapia cognitivo-comportamentale nel trattamento della depressione. Si è infatti riscontrato che la CBT si concentra sul rendere gestibili le emozioni “negative” che interferiscono con una vita normale, senza interrogarsi a fondo sulle loro vere e remote cause: secondo i suoi detrattori, questo equivale a curare i sintomi senza preoccuparsi della patologia e rischia di colpevolizzare quei pazienti per i quali la terapia dovesse rivelarsi inefficace, e che invece di trarne la conclusione di dover provare un altro approccio tenderanno ad addossarsi la responsabilità del fallimento. È proprio quello che, magari inconsciamente, ha fatto Nadia Toffa: ha colpevolizzato tutti quei pazienti che per diversi motivi non hanno la forza o il coraggio di andare avanti. Quei pazienti che non vedono la loro malattia come un dono da pubblicizzare, ma come una maledetta e grave malattia che inesorabilmente potrebbe far cessare la loro esistenza da un momento all’altro.

In tutto questo, ciò che manca davvero – oltre che un’approfondita conoscenza – è una dignità. La dignità di non usare la propria malattia con un duplice scopo: forza personale e arma di attacco verso gli altri. La dignità si cerca quando, dinnanzi a certe malattie, si chiede il silenzio e il rispetto, ma dignità si dà anche chi davanti a tali situazioni non accetta di essere indebolito ancor di più con attacchi e falsità. Non si può mai sapere cosa possano scaturire le parole nelle menti di persone che stanno vivendo gli stessi drammi, e una persona con più di un milione di follower e milioni di spettatori del suo programma dovrebbe saperlo e stare attenta. Buona guarigione Nadia!

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