Emanuele Notarbartolo, il primo omicidio “eccellente” della mafia

Il 1 febbraio 1893  in una carrozza del treno fra Termini Imerese e Trabia,  vi era l’ex sindaco di Palermo ed ex direttore del Banco di Sicilia.

Era il 1876 quando ad Emanuele Notarbartolo, marchese di San Giovanni, fu affidato quest’ultimo incarico, che mantenne fino al 1890, riuscendo ad evitare il tracollo del Banco e salvare l’economia siciliana da un crollo improvviso, inimicandosi parecchi individui della classe dirigente (la stragrande maggioranza dei quali collusi già allora con la mafia),

Ma torniamo al treno. Viaggiava da solo in quella carrozza, per sua espressa volontà (temeva già per la sua vita, da quando riuscì a scampare insieme a suo figlio da un imboscata mafiosa). Ma la sua prudenza non fu sufficiente. Quando il treno entrò in una galleria, al buio totale, due uomini, Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, lo raggiunsero all’interno della carrozza da una di quelle ad essa contigue.

Nell’oscurità, Notarbartolo ebbe solo il tempo di realizzare di essere stato raggiunto da due sconosciuti, che  lo pugnalarono ventisette volte. I controllori del treno,durante l’ interrogatorio in merito all’omicidio, giurarono di non saperne niente né di conoscere i sicari. È legittimo pensare che queste affermazioni puzzassero di bugia. Nel frattempo, la mafia aveva appena fatto la prima “vittima eccellente” della sua storia.

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Nato nel 1834 ,figlio di una famiglia aristocratica palermitana, Nobartolo crebbe in Sicilia per poi trasferirsi a metà del secolo prima a Parigi e poi in Inghilterra. Tornato in patria, entrò nelle file dell’esercito garibaldino dei Mille. Finita la spedizione rimase per un po’ come membro del regio esercito, per poi entrare in Polizia e fare i primi passi nel mondo della politica come assessore a Palermo.

Nel 1872 ebbe i primi contatti col mondo criminale siciliano, in quanto vittima di un rapimento dalla quale ne uscì illeso, non prima che ai rapinatori fossero versate cinquantamila lire.

Fu sindaco di Palermo dal 1873 al 1876, anno in cui gli verrà affidato l’incarico di direttore del Banco di Sicilia. Fu quest’ultima mansione, che svolse come sempre con grande energia e massima integrità, a procurargli le inimicizie della classe dirigente siciliana.

Durante il governo Depretis, Notarbartolo fu affiancato in alcune mansioni del Consiglio d’Amministrazione del Banco da altre persone, tra cui tale Raffaele Palizzolo, deputato italiano e chiacchierato per la sua vicinanza agli ambienti mafiosi palermitani.

Raffaelepalizzolo

Raffaele Palizzolo

Palizzolo era noto già da tempo a Palermo: si dice che ricevesse nel suo studio chiunque chiedesse di lui o avesse bisogno del suo aiuto (un po’ come Don Vito nella scena iniziale de Il Padrino).

Ebbene, possiamo supporre che la vicinanza di Notarbartolo ad un personaggio del genere,diametralmente opposto a lui, abbia innescato i primi screzi, i quali aumentarono a causa dello scandalo dei finanziamenti illeciti autorizzati dal successore di Notarbartolo alla direzione del Banco di Sicilia e operati da prestanome di Palizzolo, utilizzando denaro direttamente prelevato dalle casse del Banco stesso.

Il beneficiario dei finanziamenti era la Navigazione Generale Italiana, società armatoriale della famiglia Florio, anch’essa già da tempo vicina agli ambienti mafiosi. Era stata aperta un’inchiesta sulla faccenda e si vociferava che Notarbartolo sarebbe eventualmente tornato a dirigere il Banco, bloccando i finanziamenti e portando alla luce gli intrecci di cui sopra.

E’ possibile dunque che Palizzolo possa aver ordinato l’omicidio per proteggere i suoi affari e di tutti coloro che stavano dietro a queste operazioni illecite. Un eventuale ritorno di Notarbartolo alla direzioni poteva far tremare infatti le persone coinvolte nella faccenda.

L’11 novembre 1899, ben sette anni dopo l’omicidio, grazie alle pressioni di Leopoldo, figlio di Notarbatolo che chiedeva giustizia per l’assassinio del padre, cominciò il processo presso la Corte d’Assise a Milano. Furono convocati i due controllori del treno di turno il giorno dell’omicidio.

Durante il processo, grazie anche alla coraggiosa deposizione di Leopoldo, che lanciò pesanti accuse nei confronti di Palizzolo, uno dei due controllori messo sotto pressione fece infine i nomi di Fontana, uno dei due sicari e del deputato corrotto.

La vicenda finì per mobilitare enormemente l’opinione pubblica intorno all’ affaire mafia. Il processo d’appello contro Fontana e Palizzolo si svolgerà a Bologna, in quello che allora era il più imponente palazzo di giustizia d’Italia. Nel processo furono coinvolti anche Ermanno Sangiorgi, ex questore di Palermo che anni addietro stilò un rapporto, passato inosservato, sulla preoccupante situazione mafiosa palermitana e Giuseppe Pitrè, il più noto antropologo e studioso del folklore siciliano, che deporrà in favore di Palizzolo.

Era il 20 luglio 1902 quando fu pronunciata la sentenza definitiva di condanna nei confronti di Fontana e Palizzolo , a cui vennero dati trent’anni di carcere . Fuori dal palazzo di Giustizia si era già radunata una numerosissima folla che accolse all’uscita i colpevoli con fischi e i vincitori del processo con applausi gioiosi. Una situazione di analogo gaudio si ebbe a Palermo non appena si diffuse la notizia.

Quello che si rivelò uno dei processi giudiziari più coraggiosi ed impegnativi della storia italiana sembrava aver reso giustizia a chi la chiedeva. Ma la storia non era ancora finita.

Sei mesi dopo, inaspettatamente, la Corte di Cassazione annullò la sentenza bolognese per un vizio di forma.

Il 5 settembre 1903 cominciò quindi a Firenze il nuovo processo. Gli avvocati di Leopoldo Notarbartolo riuscirono a convincere a testimoniare Matteo Filippello, l’altro presunto sicario di Notarbartolo padre. Inutile dire che il giorno in cui doveva presentarsi in aula scomparve, per essere ritrovato impiccato nella pensione dove risiedeva.

Questo, unito ad una migliore performance della difesa, alle varie mobilitazioni post-sentenza bolognese dei “pezzi grossi” siciliani vicini a Palizzolo (Pitrè, ad esempio, creò un comitato apposito) e alla figura di Palizzolo stesso, che apparve in aula smagrito, emaciato e presentato quasi come un martire, il 23 luglio 1904, con una decisione a maggioranza, la giuria fiorentina assolse gli imputati per insufficienza di prove.

Alla fine della guerra, Palizzolo ebbe tristemente la meglio. L’altro assolto, Giuseppe Fontana, emigrerà poi a New York, per proseguire la sua “carriera” in seno agli ambienti americani di Cosa Nostra.

La vicenda ha dunque un triste epilogo. E non sarà, purtroppo, nè la prima nè l’ultima volta in cui la mafia riuscì a scampare all’onere della giustizia.

Il processo ebbe però il merito di fungere da spartiacque per la Storia italiana. Se prima la mafia non risultava essere poco più che una parola dall’etimologia incerta, a designare un fenomeno criminale che molti addirittura negavano, e i cui detrattori, tra i quali il suddetto ex questore Sangiorgi, passarono quasi sempre inascoltati e incompresi, adesso era l’etichetta di una realtà portata alla luce dell’opinione pubblica italiana, responsabile dei più loschi ed efferati intrecci politici ed economici che caratterizzarono la storia del paese ben prima che si giungesse all’unità del 1861.

Qualcosa di simile, in seno alla società civile italiana, accadrà nuovamente soltanto negli anni della seconda guerra di mafia che precedette il Maxiprocesso del 1986.

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

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