L’arrivo della legge “Spazza Corrotti”

 Il 4 settembre scorso molti si sono messi a ridere leggendo la lettera ai corrotti e ai corruttori pubblicata su Facebook da Luigi Di Maio, Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nonché Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. La lettera è intesa a presentare il disegno di legge Bonafede, ribattezzato “Spazza Corrotti”. Vuoi per il tono da spiegone usato da Di Maio, vuoi per il nome del ddl, il post su FB e i commenti ad esso sottostanti fanno effettivamente sorridere. Ciò non toglie però che quella contro la corruzione sia da sempre una battaglia del MoVimento 5 Stelle, di cui Di Maio è il capo politico, e che le proposte avanzate abbiano generato un discreto interesse nell’opinione pubblica. Due giorni dopo, in seguito alla presentazione ufficiale del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, lo Spazza Corrotti ha ottenuto l’approvazione del CdM.

Il post su Facebook di Di Maio, risalente al 4 settembre

Seppur in ritardo rispetto alla votazione, ritengo possa essere interessante fare un’analisi il più possibilmente neutrale delle norme contenute nel ddl, e per farlo partirò dall’analisi del problema della corruzione in Italia, trattato in maniera chiara e sintetica nel secondo capitolo di I sette peccati capitali dell’economia italiana (Feltrinelli 2018) scritto dal direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano, Carlo Cottarelli.

Carlo Cottarelli, I sette peccati capitali dell’economia italiana, 2018, Feltrinelli

Il nome dell’economista è giunto alle luci della ribalta politica quando, nell’ottobre 2013, è stato nominato Commissario straordinario della spending review (incarico poi lasciato a novembre 2014); i riflettori hanno tornato a puntarsi verso il nome di Cottarelli il 28 maggio di quest’anno, in seguito alla turbolenza politica e alla sua nomina a Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’economista ha però rinunciato il 31 maggio”essendosi nuovamente create le condizioni per un governo politico” (La Stampa).
Nel suo libro Cottarelli prende in esame i problemi che ritiene più rilevanti nella nostra economia, utilizzando la metafora dei sette peccati capitali. È interessante notare che tra questi peccati c’è una interrelazione, per cui un problema ne alimenta un altro e via dicendo (una burocrazia asfissiante potrebbe essere un incentivo a corrompere, per esempio). Il secondo capitolo, che si concentra proprio sul problema della corruzione in Italia, comincia specificando subito che, anche a causa di questa interrelazione, quantificare l’estensione della corruzione e valutare i costi che questa comporta in termini di PIL è estremamente complicato. Altre cause di questa difficoltà di calcolo risiedono nel fatto che la corruzione ha la tendenza a non avere testimoni, se non chi ha un interesse comune nel tenerla nascosta; è inoltre complicato identificare una vittima poiché spesso non si tratta di privati cittadini, ma della collettività nel suo insieme.
In generale, esiste potenzialità di corruzione ogni volta che un appartenente al settore pubblico (sia egli un funzionario o un politico) deve prendere delle decisioni che influiscano su interessi privati o sulla cosa pubblica. Cottarelli dedica qualche pagina a smentire le bufale sulla portata economica della corruzione, chiarendo che, anche se viene spesso citata la cifra di 50-60 miliardi di euro l’anno come stima dei costi della corruzione per lo Stato, essa è da ritenersi priva di rilevanza. Come specifica il rapporto del Servizio anticorruzione e trasparenza (SAeT) della presidenza del Consiglio, risalente al 2 marzo 2009 “le stime che si fanno sulla corruzione […] senza un modello scientifico diventano opinioni da prendere come tali”.
Quali metodi abbiamo dunque a disposizione per misurare l’estensione del fenomeno? Per farlo ci si può basare su due approcci, uno basato su elementi oggettivi, e uno basato su sondaggi della percezione o dell’esperienza diretta di episodi di corruzione. L’analisi di questi approcci porta l’economista a tre conclusioni, che qui riassumo:

1. Rispetto agli altri paesi avanzati, siamo messi peggio: il Corruption Perception Index (Cpi) di Transparency International trova l’Italia al 54° posto per la sua edizione 2017, dietro a paesi dell’Europa Meridionale come la Spagna (42° posto) ma anche a paesi dell’Africa subsahariana come Rwanda (48°) e Namibia (53°). Rispetto ai paesi avanzati, in Italia la corruzione è più presente nelle grandi decisioni prese dalla PA.
2. C’è più corruzione nelle regioni del Sud che in quelle del Nord: a questa conclusione ci si può arrivare sia con l’approccio di tipo sondaggistico che con quello basato su misure oggettive, come il numero delle denunce e delle condanne per reati di corruzione. La metodologia di calcolo dei costi della corruzione in varie regioni di Italia, basato sul confronto tra spese per investimento e stima del valore effettivo delle infrastrutture, da attribuirsi a Miriam Golden e Lucio Picci (Corruption and the Management of Public Works in Italy, 2005), può essere di grande aiuto nel mettere in luce il fenomeno. Il metodo usato da Golden e Picci infatti, pur incorporando di fatto anche l’inefficienza economica all’interno del proprio indice, ci mostra una situazione chiara: nelle regioni del Sud l’indice di corruzione/inefficienza è dai 30 ai 60 punti percentuali più elevato rispetto alla media nazionale, fatta eccezione per la Sardegna (deviazione del 20%). Le valutazioni, pur approssimative, suggeriscono che la corruzione (o l’inefficienza) sia più presente nel meridione che nel resto del paese.
3. Non è chiaro se, rispetto al passato, la corruzione sia aumentata o meno: nel pre-Tangentopoli, la corruzione politica era molto più diffusa di oggi, con un sistema accentrato che portava versamenti occulti alle segreterie di diversi partiti politici e, accanto a questo, un sistema decentrato di corruzione che coinvolgeva soggetti che ricevevano tangenti di importo meno rilevante; alla corruzione politica si affiancava poi quella burocratica. Sebbene dopo Tangentopoli la prima tipologia (corruzione politica accentrata) abbia subito duri colpi, la seconda e la terza (corruzione politica decentrata e corruzione burocratica) sono ancora diffuse.

Insomma, la corruzione è effettivamente un peccato capitale in Italia, ma quali sono gli effetti economici sulla nostra economia e in particolar modo sulle finanze pubbliche?

Bisogna specificare innanzi tutto che non sappiamo quanto costi esattamente la corruzione in termini di maggiore spesa pubblica o di minori entrate; di sicuro, il costo della corruzione va ben al di là della somma degli importi delle tangenti, ma attualmente non ci sono stime affidabili delle maggiori spese pubbliche o delle minori entrate disponibili. Un altro problema di stima, già citato parlando dello studio di Golden-Picci, è che è complicato fare una distinzione netta tra costi della corruzione e costi dovuti all’inefficienza.
La stima che viene citata in materia di corruzione, il 3,5% del PIL , “ci costa 60 miliardi l’anno” , è da ritenersi inaffidabile poiché non si capisce né da dove provenga in origine, né a cosa si riferisca esattamente: l’errore è partito per la prima volta nel 2009 da un fraintendimento tra il Servizio Anticorruzione e Trasparenza, che citava la cifra per criticarne la validità, e la Corte dei Conti che, pochi mesi dopo, attribuiva al SAeT proprio quella stima. Inutile dire che fact-checkers e studiosi hanno già “sbufalato” suddetta stima più volte, partendo dal Sole24Ore, passando per Agi News, fino allo stesso Cottarelli. Ciononostante, è questa cifra a cui fanno riferimento molti politici, anche del M5S, come Alessandro Di Battista che, nel 2016, la citava come copertura per un eventuale reddito di cittadinanza.
Di certo c’è che un’economia corrotta funziona male, produce meno e cresce meno, e questo porta ad una perdita di PIL che coinvolge tutti; Cottarelli distingue tre canali attraverso il quale la corruzione colpisce l’economia di un paese. Primo, la corruzione danneggia il meccanismo della concorrenza, fondamentale in un’economia di mercato come la nostra: se a emergere non sono le imprese più competitive (efficienti) ma quelle più disposte a corrompere, c’è un problema. Secondo, la spesa pubblica viene distorta dalla corruzione: ad avere priorità sono non i progetti più urgenti, bensì quelli che incanalano un numero maggiore di tangenti. Terzo, la lotta alla corruzione ha dei costi, e i controlli che essa finisce per imporre aumentano ulteriormente il peso della burocrazia: a farne le spese sono le imprese più piccole, che hanno meno risorse da spendere per impegnarsi in controlli e adempimenti burocratici.

Dopo essersi fatti un’idea (pur sommaria) del fenomeno della corruzione grazie all’analisi di Cottarelli, vediamo quali sono le misure di lotta alla corruzione introdotte con il ddl Bonafede, lo Spazza Corrotti.

il Premier Conte con il Ministro della Giustizia Bonafede e il Ministro Del Lavoro e dello Sviluppo economico Di Maio il 6 settembre (fonte agi)

Pene più alte: la proposta del Ministro Bonafede comporta l’innalzamento delle pene per i reati di corruzione per l’esercizio della funzione; la pena minima passa da uno a tre anni di reclusione, mentre la massima aumenta dai sei agli otto.
Poliziotto infiltrato: già previsto per le indagini per mafia e terrorismo, viene esteso anche a quelle per reati contro la Pubblica Amministrazione; l’agente sotto copertura “come un moderno Donnie Brasco”, citando il post di Di Maio, avrà il compito di agire laddove emerga un sospetto di corruzione.
Pentiti della corruzione: il ddl prevede, per i pentiti, alcune cause di non punibilità, tra cui la confessione volontaria su fatti ancora non oggetto di indagine (whistleblowing), la restituzione dei soldi illegittimi presi entro 6 mesi dalla confessione, la fornitura di informazioni utili alle indagini; sono esclusi dalla non punibilità i reati commessi non più di 6 mesi prima della confessione e quelli premeditati.
Daspo: viene introdotto il ban per corrotti e corruttori; i primi vengono interdetti dal pubblico ufficio e ai secondi viene applicato il divieto di contrattare con la PA. Il daspo può essere temporaneo, oppure a vita: per le condanne inferiori a 2 anni di carcere, esso può durare tra i 5 e i 7 anni, mentre per chi viene condannato a più di 2 anni di reclusione, il ban è da considerarsi a vita. Nel ddl si elenca una serie di altri reati cui si può applicare il daspo, oltre a quelli per corruzione, tra cui istigazione alla corruzione, peculato, concussione e traffico di influenze illecite, per citarne alcuni.
Confisca: la confisca dei beni o del denaro ottenuto tramite reati di corruzione avviene anche in caso di amnistia o di prescrizione.
La misura prevede inoltre la perseguibilità d’ufficio (e non a querela di parte ) per reati di corruzione tra privati e appropriazione indebita aggravata; in ultimo, sono presenti nuove norme in materia di trasparenza e controllo per partiti e movimenti politici e per le fondazioni o gli organismi ad essi collegati, volte a rendere sempre tracciabile la provenienza di tutti i finanziamenti.

Come scritto inizialmente, il ddl Bonafede ha ottenuto la maggioranza dal Consiglio dei Ministri il 6 settembre scorso; il 9 di settembre, tramite Twitter, lo stesso Cottarelli scrive:

In conclusione, l’obbiettivo di lotta alla corruzione è nell’interesse comune; le norme con cui si intende potenziare la capacità della giustizia e della PA di combattere corrotti e corruttori grazie allo Spazza Corrotti sono sicuramente degne di nota. Cottarelli nel suo saggio conclude la trattazione dell’argomento invocando lo “sviluppo di una nuova cultura dell’anticorruzione”, cultura di cui i pentastellati da sempre dicono di voler essere portavoce, notando inoltre come “la corruzione sia un fenomeno seriale e diffusivo”, un fenomeno per cui il peccatore che ha successo torna con più alta probabilità a peccare e per cui chi vive in un ambiente corrotto è più portato a corrompere o ad essere corrotto a propria volta, in un circolo vizioso. Il punto sta tutto nel vedere se il ddl Bonafede riuscirà a invertire la tendenza, poiché quando si parla di circolo vizioso bisogna tenere in mente che esso si può trasformare in circolo virtuoso, in cui la cura è contagiosa quanto la malattia. Il tempo ci dirà se la direzione è quella giusta.

Sull’Autore

Classe 1996, studente della Scuola di Economia Management e Statistica a Bologna (corso di laurea triennale in Economia Mercati e Istituzioni), mi interesso anche di politica e filosofia.

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