Sumud Freedom Camp, un anno dopo la resistenza continua

Il 5 settembre 2018 a Forlì si è tenuto un incontro, organizzato dal gruppo “Forlì Città Aperta“, con Sami Huraini, giovane palestinese del villaggio di At-Tuwani, zona C della Cisgiordania, per parlare di resistenza non violenta all’occupazione israeliana in Palestina. Quando ho conosciuto Sami, due anni fa a Tuwani mentre ero in missione con Operazione Colomba, aveva appena iniziato l’università e già aveva vissuto più esperienze traumatiche di quante io, ragazzina in procinto di cominciare il primo anno di triennale, probabilmente vivrò in una vita. A distanza di due anni, gli è stata rotta una gamba da un colono israeliano che lo ha investito con un quad ed è stato arrestato, per l’ennesima volta. Colpa, l’essere palestinese e, non solo, essere un palestinese con la presunzione di voler rimanere sulla sua terra scegliendo di resistere in modo non violento all’occupazione israeliana.

Sami Huraini

Per farlo, Sami e altri ragazzi hanno ripopolato un’area che era stata evacuata alla fine degli anni ’70 dall’esercito israeliano e ci hanno fondato il Sumud Freedom CampL’area è stata rinominata dagli israeliani Firing zone 918Secondo l’esercito di Israele e secondo la Corte di Giustizia, quella zona che si estende per 3.000 ettari di terreno nelle colline a sud di Hebron, doveva essere adibita a esercitazioni militari. Eppure era abitata da una dozzina di famiglie, i profughi del ’48, gli esiliati nel loro stesso paese, i nonni di Sami. Nel ’99 quelle famiglie si videro costrette, di nuovo, ad abbandonare le loro caverne che avevano trasformato in case, e i loro campi coltivati, caricati su camion dell’esercito e trasportati altrove. Nel 2000, grazie anche all’aiuto dell’Association for Civil Rights in Israel, alcune famiglie sono riuscite a tornare. Da allora è stato un tira e molla continuo di ritorni, sgomberi, altri ritorni. La danza dell’occupazione.

Sami racconta: “la resistenza nonviolenta è iniziata con mio nonno, poi con mio padre. I miei nonni sono arrivati a Tuwani dopo la Nakba [Ndr:”la disgrazia” in arabo, così i palestinesi chiamano il 1948]. Crescendo ho visto i miei genitori, i miei parenti, i miei amici, venire picchiati e arrestati durante le manifestazioni non violente dai soldati dell’esercito di Israele. Quando sei piccolo e cresci vedendo certe immagini non stai bene.” È consapevole, Sami, del prezzo da pagare per rimanere sulla terra dei suoi avi. Un prezzo che ha pagato duramente suo padre, Hafez Huraini, in anni di lotte civili per evitare la costruzione del muro, per denunciare la violenza dell’occupazione. “Quando Israele ha iniziato a costruire il muro [vicino a Tuwani]”, racconta Sami,“abbiamo organizzato manifestazioni  pacifiche. La risposta dell’esercito è stata attaccarci in modo più violento possibile, picchiandoci e arrestandoci, per dissuaderci dall’usare questa strategia. Ma abbiamo continuato e dopo due anni di manifestazioni settimanali siamo riusciti a impedire che costruissero il muro“.

La resistenza continua di generazione in generazione. Sami, con un gruppo di ragazzi palestinesi, nel maggio del 2017 ha deciso di tornare in Sarura, una valle della Firing zone 918, e di ripopolarla. “All’inizio eravamo solo noi ragazzi, lavoravamo e dormivamo nelle caverne. Il villaggio è in mezzo a due avamposti israeliani, quindi in una zona molto pericolosa. Il nostro obiettivo era, ed è, quello di ricostruire il villaggio, di renderlo sicuro, accessibile e abitabile per convincere le persone a tornare.” Ciò non ha fatto piacere alle forze israeliane, “dopo tre giorni che eravamo lì a lavorare con i nostri materiali, i soldati hanno fatto un raid nel villaggio e hanno distrutto le tende nelle quali dormivamo, hanno confiscato il generatore e tutto quello che avevamo.” Nella zona C della West Bank, sotto controllo militare e civile israeliano, i palestinesi non possono costruire niente senza il benestare di Israele, che non lo da quasi mai, o trova soluzioni geniali per non darlo, per esempio approvando la costruzione del primo piano di una struttura, ma non del piano terra.

Questi raid intimidatori si sono protratti nei giorni successivi, nella speranza di smantellare il Sumud Freedom Camp. “Dopo il quinto giorno di raid, i soldati sono tornati e a questo punto non c’era più niente da confiscare perché si erano già presi tutto, così hanno sequestrato i nostri materassi e le coperte che usavamo per dormire. In quel frangente abbiamo trovato il supporto della nostra gente, delle nostre madri, che, sebbene spaventate dalla situazione, ci hanno inviato nuovi materassi e nuovo materiale. A quel punto sono iniziati gli attacchi dei coloni, che di notte arrivavano per spaventarci, picchiarci o impedirci di lavorare nelle caverne. Ma questo non ci ha fermato e abbiamo continuato a costruire bagni, piantare ulivi e vivere lì la nostra quotidianità.” La violenza dei coloni ha portato all’ospedalizzazione di Sami con una gamba rotta, dopo un attacco il 30 marzo 2018.

Sami Huraini mentre veniva soccorso dopo essere stato attaccato da un colono israeliano

Adesso il Sumud Freedom Camp è attivo e funzionante. Uno sforzo comune di palestinesi, israeliani e internazionali di vivere quotidianamente quella terra chiamata in mille modi diversi, ma che per loro è semplicemente casa. Sami conclude dicendo, “noi vogliamo vivere una vita normale, come le altre persone in questo mondo. Siamo persone di pace ma vogliamo che smetta questa situazione di apartheid contro di noi. Il nostro cuore è con il vostro, vogliamo tutti le stesse cose, una vita tranquilla e senza guerra”. È difficile far capire una situazione di occupazione a chi non l’ha mai vissuta, il livello di umiliazione e disperazione alla quale porta, lasciano tracce indelebili. “L’occupazione non ti lascia libero di sistemare le cose alla tua maniera. Interferisce con ogni aspetto della vita e della morte, con la maniera in cui decidi di trascorrere le serate, la mancanza che senti dei tuoi cari, la rabbia, il desiderio e mentre cammini per strada”, scriveva Murid al-Barghuthi in Ho visto Ramallah. I ragazzi del Sumud Freedom Camp sono nati e cresciuti sotto occupazione, è l’unica realtà che conoscono, sono tutti stati arrestati, picchiati, umiliati in più modi. Eppure in Sarura si continuano a piantare ulivi e attivisti israeliani lavorano fianco a fianco ai palestinesi.

Credits to Tariq Hathaleen

Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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