La Svezia al bivio

Nella democraticissima e civilissima Svezia, il partito socialdemocratico che domina la scena politica da almeno 100 anni vince ancora, ma è il peggior risultato di sempre. La Destra avanza ed è boom di consensi per la Destra estrema.

Il quadro delineatosi all’indomani delle elezioni in Svezia è chiaro, il futuro del nuovo Governo assai più incerto. Con risultati simili, infatti, sarà difficile anche solo formare la coalizione che tutti si aspettavano alla vigilia: una coalizione Destra-Sinistra, Socialdemocratici e Conservatori. A mettere il bastone tra le ruote a questo piano ci hanno pensato, ovviamente, i Democratici Svedesi dell’estrema destra, ma anche quei tanti, minuscoli partiti che hanno frammentato lo scenario politico svedese.

Il voto del 9 settembre si delinea chiaramente come un voto di protesta e di rifiuto delle politiche socialdemocratiche su due fronti principali: migrazione ed economia. Un apparente ossimoro considerando che sul tema migranti la Svezia ha fatto tantissimo, molto più di Italia e Germania (e la Svezia conta 10 Milioni di abitanti, non 80 o 60) e benissimo; sul tema economico poi va detto che la locomotiva svedese è più efficiente di quella tedesca. Dove sta allora la preoccupazione degli svedesi? La preoccupazione sta nel rapporto tra le due tematiche, nel loro intrecciarsi: il problema sta nel welfare state.

Il welfare state svedese è uno tra i più avanzati del mondo con benefit di ogni genere e dimensione a sostegno della popolazione che si trovasse in difficoltà. Questo modello di Stato Sociale, tuttavia, ha un costo non indifferente: una tra le più alte imposizioni fiscali al mondo. Alti livelli di servizi sono disponibili solo perché buona parte della popolazione ha sempre accettato di buon grado di pagare tasse elevate per servizi di qualità. Ma negli ultimi 5 anni qualcosa è cambiato radicalmente e gli svedesi lamentano sempre più un servizio di welfare inferiore alle aspettative, di qualità non sempre eccellente.

Il Governo ha provato più volte a spiegare che l’aumento dei costi del welfare state (e il suo conseguente calo di qualità) è dovuto all’aumento della popolazione in età pensionabile; ma come fanno notare in molti, la scusa non regge davvero.  Il progressivo crollo del welfare state è coinciso con i fenomeni migratori che hanno interessato il Paese e con una politica d’assistenza che oggi sempre più svedesi vedono con sospetto, se non con aperta ostilità.

Sin dagli anni Trenta, la Svezia ha basato la sua azione su solidi principi di solidarietà e assistenza stabilendo che tutti gli immigrati, profughi e richiedenti asilo, qualora si trovassero inoccupati, possono accedere ai servizi di welfare state (pur non essendo cittadini). Una vera misura questa di civiltà. Ma vi è un problema non indifferente: il costo dell’estensione del servizio. Come ricordato il sistema di welfare state svedese si regge in piedi solo grazie all’elevata pressione fiscale: non un problema per un Paese che ha raggiunto un tasso di disoccupazione del 4% (sì, avete letto bene, 4%); il problema è che questo 4% si applica solo agli autoctoni, la percentuale di disoccupati tra i migranti sale al 22%. Il 22% dei migranti, in Svezia, non lavora e non contribuisce al welfare ma usufruisce dei suoi servizi. Più persone usufruiscono del sistema, ma al contempo le entrate per finanziarlo non vanno esattamente a braccetto con le spese. Il sistema di welfare svedese ha iniziato allora a scricchiolare.

Jimmie Akesson, giovane e carismatico leader dei Democratici Svedesi è il vero protagonista delle elezioni del 9 settembre.

I primi campanelli d’allarme hanno iniziato a suonare fortissimo non solo nei sondaggi, ma anche in importanti Atenei e Scuole economiche del Paese. Campanelli d’allarme che sono stati, per lo più, ignorati. Nel frattempo la percentuale di svedesi che si diceva critica nei confronti dell’elevata tassazione è balzata dal 27% del 2014 all’attuale 45%; sia ben chiaro: la critica non è legata all’elevata tassazione di per sé, ma piuttosto all’utilità marginale in qualità di welfare state per ogni corona investita (pagata in tasse). Un’utilità marginale che si assottiglia sempre di più. Inoltre è più che lecito aspettarsi un futuro calo della natalità, legato anch’esso alla diminuzione dei servizi; questo problema si lega anche a fattori propriamente geografici e climatici: fanno sempre più scalpore le notizie che riportano di partorienti obbligate a far più di 100 Km per arrivare al più vicino ospedale o dei tempi di una visita medica che, per sempre più persone, si allungano ben oltre i 90 giorni.

Cornice a tutto questo: la Svezia non è più un Paese così pacifico e tranquillo. Recenti ondate criminali con gang – per lo più di stranieri – che hanno terrorizzato i cittadini nelle più importanti città e veri e propri ghetti che si sono creati alle porte dei grandi centri alimentano un clima di generale insicurezza, con le forze dell’ordine sempre più in difficoltà. Il caso, ad esempio di Rinkeby, è forse esemplare; si tratta di un sobborgo della Capitale dove il 90% dei residenti non è svedese; si tratta più che altro di Somali, tanto che l’intero sobborgo è stato denominato “Little Mogadiscio”. Questa piccola città dentro la città sta dando sempre più grattacapi alle forze di polizia che devono spesso intervenire per sedare rivolte e attività criminali di varia natura.

Il problema è sempre lo stesso in realtà: la politica della porta aperta – intrapresa della Svezia socialdemocratica – è pericolosa se non accompagnata da reali politiche di integrazione. L’integrazione rischia di fallire e non è un caso che il multiculturalismo venga sempre più criticato proprio in quei Paesi che sino a ieri ne erano stati i campioni. Più voci, ad esempio, si sono alzate per spiegare come l’alto tasso di disoccupazione tra i migranti è riconducibile a una completa assenza di integrazione, con migranti spesso completamente analfabeti e, in altri casi, non disposti né a parlare una lingua che non sia la propria, né ad accettare gli usi e i costumi dei locali. Con una situazione del genere, l’accoglienza diventa difficile, così come il rispetto e la tolleranza.

Ho sempre sostenuto che i processi di integrazione non sono mai univoci: l’integrazione funziona solo se ci sono persone che vogliono integrare da una parte e persone che vogliono farsi integrare dall’altra. In Svezia forse stanno scricchiolando entrambi gli aspetti. La politica della Porta Aperta non porta, automaticamente, a maggior integrazione; gli immigrati diventano una risorsa solo se integrati, altrimenti sono mine vaganti che, ciclicamente, esplodono. Una lezione che forse anche alcuni nostri politici (e politicanti) dovrebbero ben apprendere.

Il futuro della Svezia appare ora incerto e sarebbe quantomeno stupido se i vertici europei a Bruxelles tirassero dei sospiri di sollievo. Il voto svedese rimane un voto euro-scettico (scettico nei confronti dell’UE, sia chiaro, non dell’Euro che la Svezia non ha) e rimarca, ancora una volta, una verità incontestabile: alle prossime elezioni per il Parlamento Europeo, le forze antieuropeiste avanzeranno enormemente e metteranno in seria discussione soprattutto le politiche migratorie.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

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