Immigrazione: il dramma raccontato da chi l’ha vissuto

Si continua a parlare di immigrazione, tema caldo di questi ultimi mesi. Dopo l’intervista agli operatori di un Centro di Accoglienza Straordinario, adesso la voce a chi ha intrapreso il viaggio della speranza. 

Qualche settimana fa vi abbiamo riportato l’intervista effettuata a tre operatori della Cooperativa Sociale Onlus Arc en Ciel nonché Centro di Accoglienza Straordinario (CAS) operante sul territorio della provincia di Ragusa, in Sicilia. Quella volta abbiamo cercato di smontare tutte le false voci che in questi ultimi tempi girano riguardo soprattutto ai guadagni di queste Cooperative che si occupano di migranti, questa volta invece vi raccontiamo l’esperienza diretta di coloro i quali hanno davvero vissuto il dramma del cosiddetto viaggio della speranza.

Il noto scrittore francese Jean Claude Izzo affermava che “un immigrato è qualcuno che non ha perso niente, perché lì dove viveva non aveva niente. La sua unica motivazione è sopravvivere un po’ meglio di prima” e per rendervi meglio l’idea di quanto questa citazione datata 1960 sia più attuale che mai, vi riportiamo l’intervista fatta ad un ragazzino di 17 anni proveniente dalla Repubblica Centroafricana, una famiglia del Costa d’Avorio composta da padre (28 anni), madre (25 anni) e figlia di appena un mese e due fratelli tunisini di 21 anni (il ragazzo) e 25 anni (la ragazza). Ad ognuno di loro abbiamo posto le stesse domande, ma ovviamente la loro storia è totalmente differente. Per motivi di privacy e di sicurezza, non è stato possibile né filmare l’intervista né inserire il nome degli intervistati.

Prima intervista: minore di 17 anni.

Repubblica Centrafricana

Qual è il tuo paese d’origine?
Repubblica Centrafricana.

Qual è il motivo che ti ha spinto ad intraprendere questo viaggio verso l’Italia? Vuoi raccontare il tuo viaggio?
Ho lasciato il mio Paese perché c’era la guerra e prima sono andato in Camerun. Qui sono stato un anno anche grazie alla presenza di un cugino, ma in poco tempo Boko Haram ha iniziato a dare problemi nella parte nord del Paese e siamo stati costretti a spostarci in Niger. Anche in Niger vi erano conflitti e disordini e quindi siamo scappati in Algeria. Qui abbiamo iniziato a lavorare come elettricisti e imbianchini, ma un giorno un libico ci ha proposto di fare un lavoro in Libia e io e mio cugino ci siamo spostati lì. Abbiamo, quindi, accettato e concluso questo lavoro, ma al momento del pagamento non siamo stati pagati e abbiamo avuto dei problemi con questa persona che ha chiamato la polizia e ci hanno arrestati. In realtà non vi era alcun reato da parte nostra, ma in Libia non vi sono regole, ognuno fa quello che vuole e i cittadini libici vengono prima di ogni cosa. Io sono rimasto in prigione per circa due mesi, poi mi hanno fatto uscire solo perché ho una malattia congenita e ho iniziato a sentirmi male, mentre mio cugino è rimasto in prigione e tutt’oggi è ancora lì. Una volta uscito di prigione mi sono sentito male, ma ero da solo e ho chiesto aiuto ad una persona con cui avevo lavorato insieme. Lui, invece di portarmi in ospedale, ha chiamato altri suoi colleghi libici che mi hanno portato in un centro sulla costa dove ero stipato insieme a tante altre persone. A quel punto siamo stati accerchiati da libici che con le armi ci hanno spinto a salire su un barcone. Noi eravamo su un barcone, il gruppo di libici su un altro. Io non avevo idea di dove mi trovassi e di dove mi stavano portando, ma ad un certo punto abbiamo visto degli elicotteri sopra di noi e abbiamo notato che il barcone dove vi erano i libici era tornata indietro dopo aver indicato la rotta che dovevamo seguire allo scafista. Dopodiché siamo saliti su una nave che ci ha presi a bordo e ci ha portati in Italia, ma io ho realizzato di essere in Italia solo dopo essere sbarcato.

Grazie mille per il tuo racconto. L’Italia, comunque, è il Paese in cui vorresti stare o la tua idea è quella di andare in qualche altro Paese?
Dal momento in cui io sono andato in Camerun, la mia idea era quella di spostarmi nel mio Paese d’origine non appena si fosse sistemata la situazione. Il peggioramento delle condizioni mi ha portato a lasciare anche il Camerun, fino a quando mi sono trovato qui in Italia, seppur casualmente. Nel mio Paese ho lasciato mia madre, due fratelli e due sorelle e non so nemmeno come stanno. Quindi se riesco a crearmi un futuro qui in Italia bene, altrimenti lo cercherò altrove, ma mi serve per poter aiutare la mia famiglia.

Stando qui in Italia, in particolare in Sicilia, ti stai trovando bene o hai assistito a qualche episodio di razzismo nei tuoi confronti?
Mi trovo bene, non ho ricevuto nessun insulto o attacco razzista. Devo, però, dire che io sono arrivato qui in Italia a luglio del 2017 e ho passato quasi tre mesi in ospedale nel reparto di pediatria e lì ho conosciuto tutto il personale medico e i volontari AVO (Associazione Volontari Ospedalieri) che mi hanno subito preso a cuore. In particolare, una coppia di volontari AVO mi ha subito trattato come un figlio. Sono stato molto fortunato. 

Nella situazione attuale, hai un messaggio che vorresti lanciare a qualche esponente del Governo italiano per quanto riguarda la tua situazione?
Vorrei lanciare un invito in particolare al Ministro Matteo Salvini: al momento si è molto interessato all’immigrazione facendo credere che noi immigrati siamo l’unico problema e siamo visti come nemici. Invece io vorrei invitarlo alla ricerca di un progetto di crescita e di sviluppo dell’Italia stessa che possa includere anche gli immigrati. Basta guardare altri Paesi europei come la Francia e la Germania che hanno molti più immigrati dell’Italia, ma che comunque hanno avuto una crescita economica più vantaggiosa dell’Italia. Quindi non vedo perché noi immigrati dovremmo essere visti necessariamente come un problema e non come un vantaggio.

Seconda intervista: famiglia del Costa d’Avorio.

Costa d’Avorio

Qual è il vostro Paese d’origine?
Costa d’Avorio.

Quale è il motivo che vi ha spinto ad intraprendere il viaggio verso l’Italia?
Il ragazzo: Abbiamo avuto dei problemi familiari molto gravi. Abbiamo subito delle violenze e non potevamo più restare nel nostro Paese e siamo stati costretti a scappare. Nel nostro Paese sono rimaste mia madre, le mie due sorelle piccole, mia zia e altri parenti che vorrei rivedere. 

La ragazza: Io vorrei rivedere i miei genitori, ma il motivo per cui sono scappata è legato a mio padre che si è rifiutato di accettare lui (indica il suo ragazzo) e potrei rischiare la vita se tornassi.

Il ragazzo: Esattamente. Io non sono stato accettato in famiglia, in particolare dal padre, perché lei era già incinta.

Vorreste raccontare come è stato il vostro viaggio verso l’Italia?
La ragazza: Il viaggio è stato fatto di notte. Ricordo solo che eravamo ammassati in una piccola barca in cui ci caricavano a forza. Dopodiché non ricordo più nulla.

Vorreste rimanere in Italia o la vostra intenzione è quella di andare in qualche altro Paese?
Il ragazzo: Al momento siamo in Italia in attesa dei documenti, grazie ad essi possiamo trovare lavoro. A noi piace l’Italia, se troviamo lavoro qui potremmo anche decidere di rimanere, non abbiamo intenzione di andare in altri Paesi. Avendo, però, una figlia molto piccola la priorità è il suo futuro. Dopotutto ogni Paese è uguale, noi stiamo in Italia e qui attendiamo i documenti. Se dovessimo spostarci senza documenti verremmo visti come dei clandestini.

Stando qui in Italia, in particolare in Sicilia, vi state trovando bene o avete assistito a qualche episodio di razzismo nei vostri confronti?
Il ragazzo: Non ho avuto particolari problemi. Noto molto silenzio e distacco quando ad esempio incontro qualcuno e gli rivolgo un saluto. Da noi si usa salutare e fare un sorriso a chiunque si incontri per strada, qui vedo che questa cosa non avviene e viene vista con diffidenza. Però, nonostante questo, non ho avuto alcun problema. 

Nella situazione attuale, avete un messaggio che vorreste lanciare a qualche esponente del Governo italiano per quanto riguarda la vostra situazione?
Il ragazzo: Noi siamo venuti in Italia perché purtroppo non potevamo rimanere nel nostro Paese. A noi basta avere i documenti e provare a fare una vita dignitosa qui, magari potremmo anche aiutare la nostra famiglia in Costa d’Avorio. Se non avessimo avuto i problemi che abbiamo avuto e se avessi trovato un lavoro che mi permettesse di portare avanti la famiglia, saremmo rimasti nel nostro Paese, ma quando si arriva a rischiare la vita l’unica salvezza è la fuga. 

Terza intervista: fratelli tunisini

Tunisia

Qual è il vostro Paese d’origine?
Tunisia.

Quale è il motivo che vi ha spinto ad intraprendere il viaggio verso l’Italia?
Il ragazzo: Inizio col dire che non sono scappato dalla Tunisia per venire in Italia, il mio obiettivo è quello di andare in Francia o in Germania. Al momento sto qui perché sto bene, sono in attesa dei documenti e di poter lavorare così da crearmi una indipendenza economica e poter andare via. 

La ragazza: Siamo comunque venuti qui perché avevamo dei problemi molto gravi in Tunisia, in particolare con mio marito, da cui ho ricevuto parecchie minacce e violenze e che è arrivato al punto di voler rapire nostro figlio e portarselo chissà dove. Allora ho deciso di prendere mio figlio, di coinvolgere mio fratello e scappare. Ho pensato subito a lui perché per intraprendere il viaggio serve l’accompagnamento di un uomo e non avevo intenzione di farlo con uno sconosciuto. Nostra madre, a malincuore, ha pagato tutte le spese del viaggio e adesso siamo qui. 

Vorreste raccontare come è stato il vostro viaggio verso l’Italia?
La ragazza: Siamo stati due giorni in una barca strapiena al freddo e senza cibo con mio figlio molto piccolo. È stato molto pesante e triste.

Il ragazzo: Ad un certo punto non riesci più a capire se stai per morire o meno e chi aiutare per prima, o tua sorella o il bambino e gli altri della nave, solo che materialmente non puoi aiutare nessuno perché tutti siete nella stessa situazione. 

Mi viene difficile anche solo immaginarlo, grazie per il vostro racconto. Da quanto tempo siete in Italia? Vorreste ritornare nel vostro Paese?
Il ragazzo: Non ho particolari motivazioni per tornare in Tunisia, se non per rivedere i miei genitori. Comunque siamo qui da due mesi. 

Stando qui in Italia, in particolare in Sicilia, vi state trovando bene o avete assistito a qualche episodio di razzismo nei vostri confronti?
La ragazza: No, non abbiamo mai avuto particolari problemi. Anzi, quando ci incontrano col bambino, ad esempio, sono molto dolci e disponibili. 

Cosa vorreste fare di preciso in Italia o in altri Paesi?
Il ragazzo: Io ero animatore turistico in Tunisia, so ballare, so intrattenere, conosco quattro lingue e potrei lavorare dove capita, anche in un bar.

La ragazza: Io ho il diploma in farmacia e ho studiato per due anni all’università di sociologia, che ho dovuto abbandonare dopo essermi sposata. A me non dispiacerebbe riprendere gli studi, magari anche in farmacia coprendo i divari formativi tra Tunisia e Italia. Sono disposta anche a studiare e nel frattempo lavorare. La mia priorità è quella di lavorare, ma non mi dispiacerebbe riprendere gli studi. Anch’io conosco tre lingue: arabo, inglese e francese e sto cercando di imparare l’italiano. 

Nella situazione attuale, avete un messaggio che vorreste lanciare a qualche esponente del Governo italiano per quanto riguarda la vostra situazione?
La ragazza: Le uniche cose che chiedo sono il rispetto e la tranquillità. Io sono qui non per creare problemi, ma per trovare un mio futuro e il futuro del mio bambino, futuro che purtroppo nel mio Paese non ho trovato. Non cerco nulla di più che trovare lavoro e continuare gli studi.

Il ragazzo: Anch’io. Inoltre, vorrei ripagare i sacrifici fatti da nostra madre per farci venire qui. Lei ha dato tutto per noi, e a me basta semplicemente trovare un lavoro per poter aiutare lei e la mia famiglia. Tra l’altro in Tunisia la pensione è molto particolare, non si percepisce una vera e propria pensione, ma bisogna mettersi qualcosa da parte durante la vita lavorativa. Mia madre ha usato quei risparmi per farci venire fin qui e adesso ha bisogno di aiuto. Il tempo passa velocemente e se invece di aiuto riceviamo attacchi e veniamo ostacolati senza motivo, non potremo mai trovare un nostro futuro e aiutare i nostri cari. 

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