Quella volta che Pertini graziò un boss della ‘ndrangheta

Un oscuro sodalizio tra la più alta carica dello Stato e un boss della ‘ndrangheta? Con buona pace dei più convinti complottisti, assolutamente no.

Questa storia è piuttosto il racconto di un aneddoto che permise ad un pericolosissimo capo della mafia calabrese di poter vivere indisturbato alcuni anni da membro di spicco nell’Onorata Società (la ‘ndrangheta, appunto). Sandro Pertini, infatti, non è il vero protagonista della vicenda.

Lo è piuttosto Antonio Pelle , detto “Ntoni Gambazza”, storico boss deceduto nel 2009: fu a capo della cosca che porta il suo nome, nonché al vertice della locale di San Luca (una locale è un organo che presiede e controlla i territori in cui è divisa la Calabria sotto la “giurisdizione” della ‘ndrangheta), suo paese di origine.

Antonio Pelle

Antonio Pelle

Il suo soprannome, “Gambazza“, gli deriva da un incidente avuto da giovane, quando fu raggiunto alla gamba da un colpo di fucile, cosa che condizionerà la sua andatura per tutta la vita.

Figlio di una povera famiglia di pastori, senza alcun titolo di studio (non frequentò nemmeno la scuola elementare), fu lui stesso pastore fin da giovane, mestiere che gli permise di girare in lungo e in largo il territorio impervio e fittamente boscoso dell’Aspromonte.

È qui che conobbe la ‘ndrangheta, venendo a contatto con le cosiddette “vacche sacre”, animali appartenenti agli affiliati ai quali era permesso di tutto: potevano liberamente girare per strade e pascolare per campi altrui senza che nessuno dicesse niente. Era un altro dei modi coi quali la criminalità organizzata faceva sentire la sua presenza e il suo radicamento nel territorio.

Pelle maturò così il desiderio di entrare a far parte della ‘ndrangheta: in quel paesino sperduto che era San Luca, senza alcuna prospettiva, per un giovane non vi erano altri modi per emergere e farsi rispettare.

È così che inizia la nostra storia. Antonio Pelle non aveva parenti nell’organizzazione: non poteva dunque beneficiare della possibilità, prevista per tutti i parenti maschi degli affiliati, di entrare a far parte dell’Onorata Società per diritto acquisito. I membri delle varie “‘ndrine” calabresi, infatti, sono tutti parenti. In Calabria, la ‘ndrangheta è una “questione di famiglia”.

Antonio Pelle doveva dimostrare il suo valore, dare la prova di essere degno di entrare a far parte dell’organizzazione.

Nel 1961, proprio nei boschi dell’Aspromonte, venne ucciso tale Sebastiano Pizzata. Alcuni giorni dopo, Pelle va a confessare l’omicidio in una caserma dei Carabinieri, addossandosi la responsabilità del reato.

Molto probabilmente, però, egli non fu il vero esecutore dell’omicidio. La vittima aveva in realtà contrasti con un boss locale, al quale Antonio Pelle si era legato. Egli se ne addossò semplicemente la colpa, condannandosi anche a perdere anni della sua vita dietro le sbarre al posto del vero responsabile. Questo è il prezzo che pagò per poter essere affiliato.

Fu arrestato, e poi mandato inizialmente al carcere di Pianosa, in quello che anni dopo, nel 1992, diverrà uno dei luoghi d’applicazione del cosiddetto carcere duro. Rilasciato nove anni dopo, scappa e si darà alla latitanza.

Come da tradizione di ogni boss mafioso, egli non va però a rifugiarsi lontano da casa. Piuttosto, è proprio nel territorio dell’Aspromonte che si nasconderà. È un rischio ben calcolato: ad un capo mafia, presiedere fisicamente il territorio serve a consolidare il proprio potere, far sentire la sua presenza, rassicurare l’entourage criminale che lo circonda. Non da ultimo, è più facile nascondersi in un territorio che si conosce bene, dove è possibile godere dell’appoggio di amici, conoscenti, affiliati.

Ed è proprio nei boschi che verrà catturato nel 1977. Tre carabinieri, di pattuglia nel territorio lungo la fiumara di Benestare, non distante da San Luca, intravedono nella notte un uomo scappare zoppicando nei boschi. Ntoni Gambazza era stato scoperto. E tornò in carcere, con due condanne ancora pendenti, una per associazione a delinquere e l’altra per l’omicidio di Pizzata.

Spedito nel carcere di Messina, vi rimarrà solo per altri quattro anni circa. Detenuto modello, già nel 1979 il fratello di Sebastiano Pizzata, Bruno, con un atto notarile dichiara di concedere il perdono nei confronti del reo. Insieme alla buona condotta in carcere, si riuscì a raccogliere tutti gli elementi necessari per richiedere domanda formale di grazia al Presidente della Repubblica, che allora era Sandro Pertini.

Il quale, nel 1981, ricevuta la domanda, concede la grazia al Pelle, che vede dunque cadere tutte le condanne nei suoi confronti. Per quanto possa oggi suonare strano un episodio del genere, in realtà è perfettamente spiegabile. Innanzitutto, allora la ‘ndrangheta non era tenuta in considerazione, perlopiù sconosciuta all’opinione pubblica, diversamente da oggi. Quelli erano gli anni di Cosa Nostra siciliana, che catalizzava su di sé tutte le attenzioni. Unitamente alla presentazione di tutti i documenti per la richiesta di grazia, è dunque molto probabile che Pelle sia potuto apparire come un delinquentello qualunque, coinvolto in un omicidio come tanti che sarebbero potuti capitare tra “gente del sud” (la Calabria, e il Mezzogiorno in generale, nel 1961, anno dell’omicidio, era ancora un territorio poverissimo e selvaggio, e in tale considerazione erano tenuti anche i suoi abitanti).

Né si poteva immaginare che il graziato sarebbe diventato presto una delle figure storiche della ‘ndrangheta. La grazia fu infatti il momento di maggior svolta che permise a Pelle l’ascesa presso i ranghi dell’associazione, il quale, pur in libertà vigilata, sarà libero di muoversi e agire per conto dell’organizzazione nel territorio di San Luca.

Gli inquirenti ritengono che proprio all’indomani della grazia ottenne la carica di “capo società” della locale di San Luca, arrivando dunque ai vertici del comando nel suo territorio, e negli anni successivi quella di “capo crimine“, vale a dire la carica più alta ottenibile dai membri dell’Onorata Società, grazie alla quale è possibile fungere da intermediario e paciere per dispute, contrasti, relazioni e affari tra tutte le famiglie dell’intera organizzazione.

Un fatto curioso, per concludere: Pertini non è l’unico Presidente della Repubblica con il quale si intreccia la vita di Antonio Pelle. Prima che ottenesse la più alta carica dello Stato nel 1971, Giovanni Leone svolgeva infatti la professione di avvocato. Il suo ufficio aveva, tra i tanti suoi clienti, proprio il boss di San Luca, la cui difesa di Leone riuscì a farlo assolvere in nove dei dieci processi in cui fu imputato.

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

Articoli Collegati