Partire per l’estero per restarci – Erasmus ed emigrazione a lungo termine

Qualche tempo fa ho avuto il piacere di intervistare due persone che stimo molto, non solo in termini di amicizia, ma anche e soprattutto in qualità di poliedrici intellettuali e lucidi accademici. Entrambi hanno alle spalle numerose esperienze all’estero, tra le quali un anno di Erasmus in Germania, diversi anni fa.

Giuseppe R., originario di Santeramo in Colle (BA), e Camilla M., cresciuta a Bellinzago Lombardo (MI), sono ora brillanti dottorandi presso due istituti prestigiosi, rispettivamente Harvard (USA) e il Karolinska Institutet di Stoccolma.

A differenza degli studenti universitari undergraduate freschi di Erasmus e ancora lontani dal mondo del lavoro, Giuseppe e Camilla hanno una visione più asettica e critica del mondo accademico in sé e sanno tracciare e analizzare con precisione differenze, pregi, meriti e problemi ben radicati nella realtà universitaria anglofona e nordica e in quella italiana.

Il primo intervistato è Giuseppe. Dapprima studente di Filosofia all’Università di Bari, dopo la Laurea Triennale si è spostato all’Università di Genova, dove ha conseguito la Laurea Specialistica. Ha trascorso sette mesi di Erasmus presso l’Università di Costanza (Germania), affrontando una sfida linguistica, ma innanzitutto un confronto e un riassestamento metodologico. Dopo un anno propedeutico presso l’Università di Pavia e successivamente l’Università di Toronto, è approdato ad Harvard, dove sta completando un dottorato in semantica formale.

 

 

Giuseppe, perché si parte? Non si avverte poi la mancanza di una quotidianità rassicurante?
Sì, e mi piaceva. Non sentire la routine quotidiana è un elemento positivo. Anzi, è il motivo principale per cui si dovrebbe partire. Cambi esattamente il modo in cui fai le piccole cose quotidiane, ad esempio come buttare la spazzatura. In Germania non l’ho vissuta come negli Stati Uniti perché stavo in uno studentato, quindi non esperivo certi aspetti della quotidianità. Fui accolto in una struttura che gestiva per me la vita materiale, quindi era difficile percepire i dettagli della nuova quotidianità.

Qual è stato il ruolo fondamentale dell’Erasmus?
Ho dovuto parlare in un’altra lingua. È stata la prima esperienza autentica di un uso autentico e prolungato di una lingua. Sblocca il cervello e la paura di interagire con i parlanti nativi. Al sesto mese, dopo essere stato esposto ad un’altra lingua tutti i giorni, mi sentivo a mio agio. Per la maggioranza delle persone l’Erasmus rappresenta la primissima esperienza di esposizione ad una lingua straniera.

Hai ravvisato delle differenze nell’ambito accademico?
Ho un’opinione forte. Impari che l’Italia è un’anomalia. È uno dei pochi Paesi sviluppati dove tu scegli la data degli esami, molte facoltà ammettono chiunque e il lavoro nella scuola superiore non viene calcolato nelle ammissione all’Università. Dal punto di vista del modo di selezionare, all’estero lo studente italiano scopre la difficoltà dell’essere ammesso e tenere il passo. In Italia il passo è più lento e agevolato e vige un sistema blando. All’estero si ha una pressione molto maggiore. Il sistema italiano, invece, permette di apprezzare più libertà, il che per un italiano è importante.

Libertà o anarchia?
Anarchia. Se non hai passioni, vieni completamente lasciato a te stesso, galleggi. Altrove si è costretti ad acquisire competenze e ottenere risultati.

Torniamo all’Erasmus in generale: sono davvero i migliori a partire?
È un problema. Molte persone che potrebbero o avrebbero potuto beneficiare di questo programma, lo vedono come un ritardo nel piano di studi, un impiccio. In Italia si soffre la mancanza di momenti per decidere. Non si ha il concetto di guardarsi intorno prima di iniziare un percorso, non si hanno momenti in cui esplorare e cambiare idea. I corsi, ad esempio, si decidono sin da subito, senza una prova per frequentare. In Erasmus si cambia idea su come l’istruzione universitaria si deve fare. Scopri che il modo in cui ti sei formato è ristretto. Sfortunatamente molta gente non parte per l’Erasmus per l’idea che a volte se ne ha. In effetti ci sono persone che fanno baldoria ogni giorno e su questo non mi esprimo. Sicuramente non c’è una grande selezione, a meno che non si tratti di un’università ambita. L’idea è che si conceda questa opportunità a chiunque.

Ti senti riconosciuto in Italia e all’estero?
L’Italia è autoreferenziale. All’estero il ritmo è più veloce ed è più facile emergere. Chi non ha lavorato, non riesce a dare un buon esame. L’Italia costituisce un paradosso: le persone possono dare delle ottime performance diluendo l’intensità del lavoro, quindi è difficile da valutare. Come si valuta? Ma soprattutto, cosa si valuta? La capacità di contrazione del lavoro o la capacità di lavoro stessa? Negli USA si vive l’università come un lavoro, il che è una differenza fondamentale. Nel sistema italiano si lavora poco durante i corsi, in altri Paesi, invece, proprio durante le lezioni. In Paesi come la Germania e gli Stati Uniti, però, manca una chiave di lettura generale: ad esempio non si ha la possibilità di esplorare ed approfondire testi più antichi perché si mira subito a dare un tipo di lettura che serve a produrre qualcosa nell’immediato. Manca l’idea che ci siano dei classici che vadano digeriti affinché si possa produrre qualcosa. Digerire è difficile! Deglutire frettolosamente non agevola la gestazione di idee. Se tu sei un italiano che ha sperimentato la possibilità di digerire il materiale che legge, è più difficile ad adattarsi ad un sistema più rapido perché non senti tuo ciò che impari, non senti di fare il lavoro dello studioso come lo concepiamo in Italia. Negli USA l’attività di studio è pensata per rendere più competitivo e sportivo perché ognuno è chiamato a dare una performance. Bisogna leggere molto in tempi ridicoli. Recentemente, ad un corso di lettura, ci è stato detto che leggere parola per parola è l’errore più grande che si possa fare. Ciò riassume come si intende lo studio. L’Italia, come sistema di produzione accademica, non è competitiva. Ci si dovrebbe abituare ad un passo più rapido e dal carattere meno solitario.

Sei contento di stare ancora all’estero?
Non ho niente contro l’Italia. È legittimo non voler stare o non voler tornare finché in Italia sarà dominante la mentalità secondo cui anche i mediocri avranno opportunità nella vita, persino più di chi ha passione ed è serio. In queste condizioni mi sento a disagio. Essere serio e appassionato in Italia ti fa sentire stupido e il furbo ti scavalca. Il sistema è pensato per agevolare queste forme di scavalcamento. Nonostante il dottorato sia un posto di lavoro, non si è competitivi dopo. È una logica contorta. In Italia non si punta a produrre gente competitiva e il sistema è corrotto: non sai nemmeno con chi lamentarti se qualcuno ha scavalcato la fila. Quindi preferisci stare in altri posti in cui questa sensazione, se non eliminata, è attenuata. Nel sistema accademico americano devi produrre paper, dare un contributo e non sei lasciato a te stesso. La libertà di esplorare è fondamentale, ma deve essere professionale.

La seconda intervistata, Camilla, ha fatto ben presto conoscenza con il sistema educativo all’estero quando, a 17 anni, aderì ad un programma di scambio ESF e trascorse un anno ad Arendal, in Norvegia. In seguito ha studiato Biologia alla Statale di Milano e all’Università di Pavia. Durante la Triennale ha partecipato al programma Erasmus, grazie a cui ha soggiornato per un anno a Costanza (Germania). Dopo la Laurea Specialistica, ha vinto una borsa di dottorato presso il Karolinska Institutet di Stoccolma, dove lavora ad un progetto di ricerca in Neurobiologia applicata alla Medicina.

Ciao Camilla, come stai?
In balia del caos.

Se fossi rimasta in Italia, ci sarebbe meno caos?
Attorno a me no, ma avrei la mia famiglia, una certa quotidianità, regolarità, ma anche più imposizioni. In Norvegia eravamo inseriti in un contesto familiare all’interno di una realtà aliena che puoi arrivare a comprendere, ma non totalmente. In Erasmus tu sei il centro del tuo mondo e per alcuni non c’è quotidianità. Dipende, però, da come la vivi. Se non si ha intenzione di rimanere all’estero e la si vive come una parentesi, si ha l’illusione di libertà e si fanno anche stupidaggini secondo il motto “What happens in Erasmus, stays in Erasmus.”

Sono veramente i migliori a partire per l’Erasmus?
No, il contrario. Le facoltà scientifiche tendono a non incentivare a partire e molti credono che l’Erasmus sia un anno perso. Non è un programma d’élite. L’anno di scambio come quello in Norvegia sì. I voti contano e si sostiene anche un test psicoattitudinale da 200 domande a crocette. Si deve anche partecipare ad un colloquio con i volontari del centro locale. In base ai risultati del test, del colloquio e alla media scolastica, viene stilata una graduatoria. Assegnano poi una quota da pagare o una borsa. È possibile che avvenga anche un colloquio conoscitivo con la famiglia del candidato. Questo programma segna l’individuo in maniera significativa e profonda.

Sei contenta di stare ancora all’estero?
No. Non ritengo l’Italia meglio o peggio, solo diversa. Me ne sono andata sostanzialmente senza dare una chance al mio Paese e questo dà fastidio. D’altra parte, se fossi rimasta in Italia, avrei un’altra vita, forse sarei circondata da persone troppo chiuse nella quotidianità.

Ti senti riconosciuta professionalmente?
No.

Ti senti riconosciuta come persona?
No. All’estero, però, sei una pagina bianca, non sei imbrigliato in schemi precostituiti, puoi mostrare quello che vuoi mostrare di te. Puoi tornare indietro lasciando i rapporti intessuti all’estero. Tuttavia tornare com’eri prima non è possibile, alla fine non ce la fai. La vita è meno rilassata. Tu sei come una pagina bianca non tridimensionale, puoi piegarti quanto vuoi. Stare in una città italiana diversa da quella di origine è, in questo senso, come stare all’estero.

L’Erasmus ha giocato un ruolo fondamentale nella tua decisione di restare?
Certo, ma l’anno di scambio alle superiori ancora di più. L’Erasmus dà più coscienza di sé e delle possibilità. Però sono in pochi a capire quanto possa valere. Ciononostante io credo nella ricchezza dell’anno di scambio, che è determinante per vivere all’estero in seguito perché ti dà la possibilità di capire che puoi farlo, puoi vivere una parentesi temporanea avendo una rete di promozione sotto. Bisogna adattarsi a questa sfida personale, senza la pressione lavorativa ed esistenziale (o solo in parte).

Perché non ti senti riconosciuta?
Non si è chiamati all’estero solo per la professionalità. Mi sento chiamata perché nel mio Paese mi formano, ma non mi danno le condizioni. Ma non è impossibile e io ho cercato relativamente poco. Lo stato svedese non ci sta facendo la carità, anche se questa è l’idea che si vuol far passare. Gli stati del Nord non aiutano. Gli studenti dell’Europa settentrionale non sono preparati come quelli meridionali. Gli studenti dell’Europa del Sud hanno una preparazione superiore, soprattutto dal punto di vista contenutistico e lo dico con una commistione di orgoglio e tristezza. Bisogna ricordarsi, però, che il mondo accademico non è veramente la realtà all’estero. Gli accademici non sono veramente integrati. L’Accademia è internazionale, offre opzioni e possibilità diverse, non è realmente il Paese.

Pensi che al di fuori del mondo accademico cadano gli idealismi?
Almeno un anno all’estero è imprescindibile per chiunque perché ti obbliga ad un adattamento che non riterresti possibile. Secondo me, se scegli di vivere all’estero da molto giovane, non puoi essere lineare. Per partire all’estero, hai essenzialmente qualche problema: l’ambiente e l’inquietudine più che l’insoddisfazione. Si raggiunge poi la quiete? Col senno di poi no. Ti distrai e non ci pensi. All’estero ci sono troppe cose da fare e possibilità da esplorare. Durante l’anno di scambio, soprattutto al liceo, è come se perdessi la concezione spazio-temporale. Sembra sia subito passato. Ti permette di distaccarti da te stesso e vedere su di te la tua evoluzione. Vedi te stesso come se fossi un altro, come se stessi leggendo un libro su quella persona. Tu diventi il personaggio e lo spettatore di te stesso e assumi una visione più critica. L’anno all’estero smuove dei meccanismi che in Italia difficilmente verrebbero smossi, innanzitutto per via della lingua. Quando si parla una lingua straniera, soprattutto all’inizio, ci sono sfumature e significati che non padroneggi o che ti impediscono di dire le cose come vorresti. Suona un po’ democristiano, ma all’estero impari ad accogliere l’altro e a comprendere forse meglio cosa vuol dire essere il diverso, il non normale, l’étranger.

Sull’Autore

Sono cresciuta nella provincia lombarda circondata da fantasmi grunge, libri e anziani consiglieri ed educatori; in seguito ho abitato per un paio d'anni nella splendida Bologna per poi spostarmi in Germania. Da anni continuo a cambiar meta per osservare l'umanità, sentire nuovi accenti e perseguire ciò che più amo: l'arte dell'acclimatamento, la scrittura, la musica e il fumetto amatoriale. Dal 2015 insegno tedesco ai profughi e agli immigrati.

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