Maduro e il paradosso dell’abbondanza

Durante l’estate si è parlato a lungo del Venezuela di Nicolas Maduro: secondo il Fondo Monetario Internazionale l’iperinflazione, che si prevede possa toccare il 1.000.000% entro la fine dell’anno, ha fatto sì che attualmente, con il salario minimo, un venezuelano non riesca a comprare neanche un chilo di carne. Tale salario minimo valeva ad agosto 5,2 milioni di bolivar, corrispondenti sul mercato nero (che domina l’economia venezuelana) a meno di un dollaro.
Il 18 agosto scorso il presidente Maduro, nell’ambito di una riforma radicale del sistema finanziario ed economico, ha dichiarato l’introduzione di una nuova moneta, chiamata bolivar sovrano, con cinque zeri in meno rispetto al semplice bolivar. Altre misure nella manovra economica includono l’aumento dell’Iva (dal 12 al 16%) e del prezzo della benzina. Il presidente ha inoltre promesso un aumento di 34 volte del salario minimo, che dovrà essere indicizzato al valore del petro, una criptovaluta legata al prezzo di un barile di petrolio venezuelano (secondo Maduro vale circa 60 dollari). La manovra è intesa a fronteggiare la mancanza di liquidità e le sanzioni finanziarie degli Stati Uniti; la tattica che Maduro intende mettere in atto per “sconfiggere definitivamente il modello perverso che ha dollarizzato i prezzi” (HuffPost) lascia però perplesse tutte le opposizioni.

Il Presidente venezuelano N. Maduro

 Il salario minimo (così come la pensione di vecchiaia) passerebbe quindi da 5,2 a 180 milioni di bolivar (1800 bolivar sovrani): da 1 a 28 dollari. Non è attualmente noto quando questo aumento salariale diverrà effettivo, ma si tratterebbe del quinto da inizio anno. Migliaia di venezuelani stanno nel frattempo cercando di emigrare in cerca di fortuna nei vicini Ecuador, Brasile, Colombia e Costa Rica; l’Onu ha calcolato che, soltanto quest’anno, 500.000 persone sono fuggite dal paese, 2 milioni dall’inizio della crisi (2010).

Il Venezuela dalla proclamazione della propria indipendenza, avvenuta nel 1821, non è riuscito mostrare un grado di sviluppo economico soddisfacente, a causa di instabilità interne e di lotte civili. È solo negli anni ’40 del Novecento, grazie alla massiccia immigrazione di massa degli europei (molti dei quali italiani) e lo sfruttamento intensivo delle proprie risorse minerarie (in particolare di quelle petrolifere) che il Venezuela inizia a modernizzarsi velocemente, sperimentando una forte crescita economica.

Ad oggi il Venezuela è considerato un paese in via di sviluppo, e la sua economia è basata prevalentemente sull’estrazione, raffinazione e commercializzazione del petrolio e di altre risorse minerarie come l’oro; dal 2013 esso sta attraversando una crisi non solo economica, ma anche istituzionale e sociale, tra i cui effetti troviamo oltre l’iperinflazione già citata in precedenza, un tasso di crescita negativo (-15% nel 2017), una altissima disoccupazione (28,2% secondo le stime del FMI per il 2018) e un PIL che dal 2010 si è praticamente dimezzato; a questa grave crisi consegue la scarsità di generi alimentari e di medicinali che sta mettendo in ginocchio la popolazione.

Eppure, secondo logica, un Paese che possiede le più grandi riserve di petrolio al mondo (più di 1,7 migliaia di miliardi di barili stimati) in un’epoca in cui l’industria petrolifera fa la fortuna di paesi come l’Arabia Saudita, dovrebbe prosperare. O no?

La risposta è non necessariamente: è il 1993 quando Richard Auty (professore emerito di Geografia Economica alla Lancaster University) mette per la prima volta nero su bianco la tesi secondo cui l’abbondanza di risorse naturali può essere più una maledizione che una benedizione, a livello economico. L’idea di Auty è di per sé abbastanza controintuitiva e prende il nome di tesi della maledizione delle risorse: essa descrive come i paesi ricchi di risorse naturali (o una parte di essi) siano incapaci di utilizzare la ricchezza che deriva dal loro sfruttamento per spingere la propria economia e come, a causa di questo “paradosso dell’abbondanza”, essi abbiano crescita economica minore rispetto ad altri paesi in via di sviluppo privi di risorse naturali abbondanti.
Studi risalenti alla fine degli anni ‘90, in particolare quelli di Jeffrey Sachs (Colombia University) condotti su 97 economie emergenti, hanno effettivamente dimostrato come vi sia una correlazione tra abbondanza di risorse naturali e scarsa crescita economica. Stati come Corea del Sud, Singapore, Taiwan e Hong Kong, con scarse dotazioni di risorse naturali sono emersi negli ultimi decenni come importanti player nell’economia globale mentre altri, come Repubblica Democratica del Congo, Nigeria e Venezuela, ricchi di minerali o di combustibili fossili, hanno avuto una performance economica deludente: i paesi produttori di petrolio e membri dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) hanno registrato, nel periodo 1965-1998, una crescita media del prodotto nazionale lordo pro capite negativa del 1,3%.

J.Sachs è uno dei primi a sottoporre a prova empirica la tesi della maledizione

La maledizione non si ferma alla semplice correlazione tra abbondanza di risorse naturali e pessima performance economica. I paesi ricchi di risorse, secondo Michael Ross (University of California), rispetto alle altre economie emergenti hanno più alti tassi di mortalità infantile e di malnutrizione, peggiori tassi di alfabetizzazione e di scolarizzazione e si posizionano in basso anche per quanto riguarda l’Indice di Sviluppo Umano (ISU), lo standard messo a punto dall’ONU per misurare il benessere di un paese.
Eppure, nel 18° e nel 19° secolo, paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Germania hanno avuto uno sviluppo straordinario proprio grazie alla relativa abbondanza di risorse di cui disponevano: allora i costi di trasporto erano così alti che avere enormi quantità di risorse conferiva un vantaggio notevole rispetto ai vicini. In seguito però, con l’evolversi delle industrie dei trasporti e dell’energia, i paesi che ne avevano bisogno hanno potuto facilmente importare materie prime dall’esterno a costi bassissimi grazie ai quali paesi come Corea del Sud e Giappone sono oggi tra i principali produttori di acciaio, a dispetto della loro completa dipendenza dalle importazioni di ferro: essi importano ferro, lo lavorano aggiungendo valore e poi lo esportano nuovamente o lo utilizzano in patria per le proprie industrie, per esempio quella automobilistica.

Se ad oggi quindi l’abbondanza relativa di materie prime non conferisce un vantaggio, è possibile che essa sia effettivamente svantaggiosa, come afferma la tesi della maledizione delle risorse? Cerchiamo di analizzare brevemente le problematiche che sono connesse a un’abbondanza di risorse naturali per rispondere a questa domanda.

Iniziamo affermando l’ovvio: le risorse naturali provocano, spesso e volentieri conflitti per il loro controllo all’interno delle società, portando gruppi e fazioni a lottare per la loro spartizione; tali conflitti possono emergere apertamente come lotte separatiste nelle regioni ricche di risorse, oppure possono essere conflitti “sommersi”, magari sotto forma di scontri tra ministri o uffici governativi per ottenere risorse del bilancio. La conflittualità interna al paese è spesso causa di una debolezza istituzionale e militare.
Una seconda criticità che gli economisti mettono in luce è rappresentata dal cosiddetto Male olandese: questo fenomeno prende il nome dall’esperienza dei Paesi Bassi iniziata con la scoperta di un giacimento petrolifero a Groningen (1959), ed è sintetizzabile come segue: il tasso di cambio reale si apprezza in seguito all’afflusso nell’economia dei redditi derivanti dall’esportazione delle risorse, e questo causa il declino della competitività degli altri settori nei mercati globali. Dal momento che l’importazione diventa più conveniente in tutti gli altri settori, il tasso di occupazione interno si riducecosì come diminuiscono le capacità produttive del paese e le competenze dei lavoratori. La crescita dei redditi del governo porta generalmente ad alte spese pubbliche in sanità, welfare, settore militare e infrastrutture, ma se le risorse sono gestite in maniera inefficiente o se sono amministrate da un governo corrotto o istituzionalmente debole, questi investimenti possono rivelarsi più una palla al piede che altro. Inoltre, la diversificazione economica rischia di essere accantonata o ritardata dalle amministrazioni nell’ottica dell’elevata redditività (pur temporanea) che le risorse naturali assicurano.
Come prevedibile, il settore dell’estrazione nei paesi ricchi di risorse è quello che paga i salari più alti, e questo contribuisce alla già citata perdita di competitività degli altri settori, anche in termini di capitale umano. In un paese in cui i lavoratori più formati sono quelli che lavorano nel settore trainante dell’economia, mentre alla maggioranza dei lavoratori non serve una formazione specifica per operare in settori poco competitivi come l’agricoltura, succede spesso che l’istruzione sia messa in secondo piano perché non se ne vede un immediato bisogno.

Il Male olandese mette in luce come la decrescita di quei settori esposti alla competizione internazionale causi una forte dipendenza da quelle stesse risorse naturali che avrebbero potuto essere una benedizione, e che invece lasciano l’economia vulnerabile alle variazioni di prezzo delle stesse. Le quotazioni di alcune risorse sono infatti soggette ad ampie fluttuazioni: i prezzi al barile del petrolio greggio ne sono un esempio lampante (da 3$ a 12$ nel 1974 in seguito alla crisi petrolifera, da 27$ a meno di 10$ nel 1986; nel decennio 1998-2008 è passato da 10$ a 145$ prima di calare fino a più che dimezzarsi a 60$ in pochi mesi). Quando un paese come il Venezuela (69% delle sue esportazioni sono composte da petrolio greggio, un altro 12% da petrolio raffinato) dipende in maniera eccessiva da una singola risorsa con una tale volatilità di prezzo, è evidente che c’è un problema.
La suscettibilità a tali fluttuazioni potrebbe accrescersi ulteriormente qualora il governo decida di prendere a prestito grosse somme da paesi esteri: se ci si aspetta un aumento di prezzo della risorsa e quindi un aumento del reddito a disposizione del governo, si può pensare di poter pagare i propri debiti con facilità; ma se il prezzo della risorsa cala, la capacità del governo di tenere fede ai suoi impegni coi prestatori potrebbe venire meno. Proprio quest’ultimo scenario si è verificato negli anni ’80 nello stesso Venezuela che ha visto i propri debiti (contratti principalmente con gli Stati Uniti) accrescersi a seguito della caduta dei prezzi del petrolio: sono seguite sanzioni e interessi di mora.

Continuando la nostra digressione sugli effetti negativi della maledizione, troviamo il problema della tassazione e della democrazia: in un paese in cui l’economia è dominata dalle risorse naturali, il governo non ha bisogno di tassare i propri cittadini, poiché la sua fonte di reddito garantita sono le risorse stesse ed è più facile mantenere il potere tramite l’allocazione della ricchezza ad elettori privilegiati, piuttosto che attraverso politiche pubbliche mirate alla realizzazione di un sistema più equilibrato, trasparente e regolamentato. Questo però fa venire meno il patto sociale tra governati e governanti. Ne consegue che spesso in economie di questo tipo (spesso definite come economie “command and control”) i cittadini hanno scarso incentivo alla partecipazione democratica e finiscono per ottenere servizi assenti o scadenti in cambio di una bassa tassazione. Non solo: in caso di rivolte, il governo può sempre utilizzare i proventi delle risorse naturali per pagare forze armate che tengano a bada la popolazione; paesi del genere quindi tendono ad essere più repressivi, corrotti e mal gestiti.

In un articolo del 2012 pubblicato sul Guardian, il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ha riassunto quelli che sono a suo dire i tre “ingredienti” più conosciuti della maledizione delle risorse; vediamoli insieme, tenendo a mente quanto detto nell’introduzione dell’articolo del Venezuela di Maduro:
1. I paesi ricchi in risorse naturali tendono ad avere una valuta forte e questo ostacola le esportazioni dei settori competitivamente svantaggiati;
2. In questi paesi, si registra un alto tasso di disoccupazione poiché la principale industria, l’estrazione di risorse, non crea posti di lavoro sufficienti;
3. I prezzi volatili delle risorse causano una crescita instabile, assistita da banche internazionali che accorrono quando i prezzi delle materie prime sono alti e fuggono non appena questi si abbassano.

J.Stiglitz, premio Nobel per l’Economia

Secondo Stiglitz, la maledizione delle risorse si traduce in una incapacità di perseguire obiettivi di crescita sostenibile: i paesi abbondanti di risorse naturali dovrebbero reinvestire la ricchezza proveniente dallo sfruttamento delle risorse in settori diversi da quello dell’estrazione delle risorse, magari in infrastrutture pubbliche come ferrovie, strade, ospedali e scuole. Altri obiettivi da perseguire per scampare alla maledizione delle risorse comprendono il perseguimento di un basso tasso di cambio per ridurre lo svantaggio competitivo delle altre industrie, una maggiore trasparenza nell’amministrazione (così che, scrive Stiglitz, i cittadini possano perlomeno vedere i soldi “andare e venire”) delle risorse e una limitazione della dipendenza dai prestiti esterni.

Alcuni paesi abbondanti in risorse naturali, come la Norvegia (petrolio) hanno anche istituito un fondo di stabilità di carattere pubblico e gestito dalla Norges Bank con due finalità principali: gestire in maniera efficiente i proventi dei fondi petroliferi e il risparmio del denaro guadagnato a fronte di impegni finanziari futuri o di shock nei prezzi dello stesso petrolio. il Venezuela ha effettivamente cercato in passato di trasformare la maledizione delle risorse in benedizione creando nel 1974 El Fondo de Inversiónes, fondo di stabilità che non è stato in grado, a causa della cattiva di gestione, di perseguire gli stessi obiettivi di quello norvegese.

Tutte le misure però, afferma l’economista, potrebbero non bastare fino a che i cittadini dei paesi interessati non prenderanno atto del vero valore delle loro risorse e inizieranno ad avere una partecipazione politica più attiva. La presa di coscienza deve necessariamente passare dal riconoscimento del conflitto di interesse tra le imprese petrolifere/energetiche straniere (spesso colluse con governi corrotti), che vogliono minimizzare le proprie spese, e i paesi ospitanti, che dovrebbero voler massimizzare quello che guadagnano dallo sfruttamento delle loro risorse. Stiglitz propone quindi una rinegoziazione dei contratti delle imprese che sfruttino le risorse delle economie “command and control”, unita all’introduzione di una windfall-profit tax (letteralmente, una “tassa sui profitti manna”) che possa catturare parte dei profitti derivanti da uno shock positivo nei prezzi delle risorse e farli finire nelle mani del governo. I proventi dovrebbero essere utilizzati per incentivare una crescita sostenibile in un’ottica di lungo periodo: per formare lavoratori con competenze tecniche di livello elevato, per aiutare le imprese di piccole e medie dimensioni nei settori competitivamente svantaggiati, diversificando l’economia del paese.
Per quei paesi che hanno saputo amministrare meglio la propria abbondanza di risorse naturali grazie a trasparenza e istituzioni meno corrotte (Norvegia, Stati Uniti e Regno Unito, per citarne alcuni), essa è stata una benedizione. Oggi, i venezuelani faticano ad assumere abbastanza proteine a causa di quella che chiamano la “dieta Maduro”: non è una situazione sostenibile per lunghi periodi di tempo.

Sull’Autore

Classe 1996, studente della Scuola di Economia Management e Statistica a Bologna (corso di laurea triennale in Economia Mercati e Istituzioni), mi interesso anche di politica e filosofia.

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