Nitto Santapaola: il Ros di Mori e il “mancato arresto” del boss catanese

Quello di Benedetto Nitto Santapaola è un nome spesso sconosciuto ai più, vista la preponderante presenza dei nomi di Riina e Provenzano nelle pagine di storia e cronaca sulla mafia. Catanese, divenuto boss dopo aver ucciso il suo predecessore Giuseppe Calderone, lo status criminale del “licantropo” (così era soprannominato Santapaola) è pari a quello di altri grandi capi come come Francesco Messina Denaro (papà di Matteo, latitante), Giuseppe Piddu Madonia, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e altri.

Benedetto “Nitto” Santapaola

Questa storia risale al 6 aprile 1993, in piena stagione stragista, prima che scoppiassero le bombe di Roma, Firenze e Milano; un episodio fortemente equivoco in cui compare nuovamente l’ex generale dei Carabinieri Mario Mori, coinvolto (e processato) in merito alle vicende  della mancata perquisizione del covo di Riina dopo l’arresto del 15 agosto 1993, e della mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso il 31 ottobre 1995, nonché della trattativa Stato-mafia, per il quale è stato recentemente condannato.

Responsabile, tra gli altri, delle stragi di via Carini, in cui perse la vita il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e di via D’Amelio, in cui furono uccisi Paolo Borsellino e la sua scorta, Santapaola faceva parte di quella schiera di boss fedelissimi al capo dei capi Riina, passando poi dal lato di Provenzano dopo l’arresto del primo e abbracciandone la strategia della sommersione.

Ma cosa successe esattamente quel 6 aprile del ’93?

Nei giorni precedenti, il maresciallo dei Carabinieri Giuseppe Scibilia, in seno al Reparto Operativo Speciale della sezione di Messina, aveva condotto indagini proprio su Santapaola, allora latitante. Le intercettazioni tramite microspie avevano catturato la voce del boss catanese, che si trovava in località Terme Vigliatore, in provincia di Messina.

Allertato Mori, questi invia delle pattuglie dei Carabinieri in quel luogo. Tra gli uomini della spedizione figura Sergio De Caprio, il noto “capitano Ultimo” responsabile, insieme a Mori, dell’arresto di Totò Riina pochi mesi prima, il 15 gennaio 1993.

Giunti nella via dove si presumeva nascondersi il boss, De Caprio e i Carabinieri vedono uscire da una casa un’autovettura all’interno della quale vi avrebbero riconosciuto un altro boss mafioso, Pietro Aglieri. Sicuri dunque di essere arrivati a Santapaola, parte delle macchine dei Carabinieri si lanciano all’inseguimento del presunto Aglieri; altri irrompono, armi alla mano, all’interno della casa.

I Carabinieri alla guida, nel frattempo, innescano un conflitto a fuoco con l’auto fuggiasca, ma, raggiuntala pochi chilometri dopo, si rendono conto che il sospettato rispondeva al nome non di Aglieri, ma di Fortunato Imbesi, imprenditore incensurato del messinese. Nella casa assaltata, nel frattempo, la moglie, il padre, e il cugino di Imbesi si ritrovano, spaventati e senza giustificazione alcuna, con le armi dei Carabinieri puntate addosso.

Un enorme equivoco non voluto? Sono molti a pensare di no. Perché nelle case di quella via a Terme Vigliatore, vicino all’abitazione di Imbesi, Nitto Santapaola vi si nascondeva per davvero. Il quale, allarmato da quanto gli uomini di Mori stavano compiendo, ebbe il tempo di fuggire e farla franca.

Santapaola verrà ugualmente arrestato circa un mese dopo, il 18 maggio 1993, ma dalla Polizia. E nel frattempo, il Ros dei Carabinieri, e Mori nello specifico, tornavano al centro di ambiguità e fatti dai contorni strani, che finiranno per essere oggetto di interrogatori nelle aule di tribunale.

Il “caso Santapaola“, infatti, sebbene non diverrà oggetto di un relativo processo, fu esaminato la prima volta nei dibattimenti in aula per il processo sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano. Fu in quelle occasioni che i diretti interessati fornirono spiegazioni che risultarono poco convincenti per i giudici del Tribunale di Palermo. Il quale, però, finirà per assolvere Mori, nonostante venissero evidenziate, nelle carte della sentenza, le numerose incongruenze dei fatti oggetto di esame. E il caso Santapaola sembrò cadere nel dimenticatoio.

Ora, dopo esser state depositate le motivazioni della sentenza relativa al processo sulla trattativa Stato-mafia, il mancato arresto del boss catanese ritorna agli onori della cronaca.

Sebbene, infatti, tale episodio non rilevi direttamente rispetto ai reati contestati al processo Trattativa, esso rappresenta l’ennesima dimostrazione dell’operato opaco ed anomalo del Ros e dei suoi uomini sotto la guida di Mori.

A cominciare, ad esempio, sulle giustificazioni fornite da De Caprio sul fatto che il 6 aprile ’93 “passassero per caso” da Terme Vigliatore, di ritorno da Messina verso Palermo. Passati per caso proprio lì dove si nascondeva una boss di Cosa Nostra?

Nelle motivazioni, infatti, leggiamo che

fu proprio Mori ad attivarsi per organizzare l’operazione a Terme Vigliatore con i suoi uomini più fidati, primo fra tutti il Cap. De Caprio già protagonista della cattura di Salvatore Riina avvenuta tre mesi prima […]. La presenza proprio a Terme Vigliatore (un piccolo paesino fuori dai circuiti ordinari della viabilità tra Messina e Palermo […]) degli uomini, appunto, del R.O.S. centrale più legati a Mori, sotto il profilo logico indiziario, [non può] che ricollegarsi con assoluta certezza alla notizia della presenza in quel luogo di Benedetto Santapaola che appena la sera precedente il M.llo Scibilia aveva dato a Mori. […] La tesi della merà casualità di quella presenza dei Militari del R.O.S. a Terme Vigliatore offende l’intelligenza di chiunque legga le risultanze probatorie acquisite.

Dunque, se la tesi del “passaggio casuale” non è sostenibile, che il ROS abbia davvero commesso un errore di individuazione della posizione di Santapaola? E che tutto quanto avvenuto in seguito servisse a coprire un vergognoso flop operativo?

Se si vuole escludere la malafede e, quindi, l’intendimento di allarmare Santapaola con una azione “rumorosa” […], non resta che concludere, allora, che i medesimi militari del R.O.S. abbiano erroneamente individuato l’immobile […]. Che la finalità dei Militari del R.O.S. fosse quella di individuare Santapaola, d’altra parte, è apparso subito ben chiaro a tutti gli investigatori […]. E, però, a quel punto, si è innestata l’inspiegabile ed inspiegata condotta dei protagonisti di quell’azione, i quali, non soltanto, hanno negato che esso avessero l’intendimento di arrestare Santapaola, ma hanno iniziato un’azione di sostanziale depistaggio anche nei confronti dell’Autorità Giudiziaria nascondendo le chiare risultanze della presenza in quei luoghi di Benedetto Santapaola.

Appare allora più plausibile, per concludere, che, come già altrove ipotizzato, l’azione sarebbe servita per allarmare il boss catanese permettendone una sicura fuga, evitandone dunque la cattura. Che già Santapaola, come accadrà nel 1995 con Provenzano, avesse in qualche modo le spalle coperte durante la latitanza? Quel che, agli occhi dei giudici della Corte d’Assise di Palermo, appare oggettivo, è che

[…] anche tale vicenda, per le sue innegabili anomalie sempre ed ancora una volta, come nel caso della mancata perquisizione del covo di Riina, riconducibili agli uomini del Col. Mori, servì ad accreditare ulteriormente, nel vertice mafioso dell’epoca, l’idea dell’utilità della prosecuzione di quella strategia già intrapresa (e, cioè, la trattativa a suon di bombe, ndr) e che sembrava produrre i suoi attesi frutti.

 

È possibile scaricare e visionare il testo integrale della sentenza citata qui.
Le valutazioni sull’argomento qui discusso sono reperibili a partire da pagina 3615 della suddetta sentenza.

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Sono appassionato di storia e fatti relativi a Cosa Nostra, di cui vi racconterò nei miei articoli.

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