Il tramonto della politica

“È il tramonto della politica tradizionale!” Ci tiene a sottolineare incessantemente il concerto mediatico. “È il tramonto delle ideologie!” aggiunge. Troppo spesso poi, anche da analisi accurate, non deriva niente: “non ci sono più distinzioni tra destra e sinistra!” e quindi? Cosa significa tutto questo, praticamente?

La politica non è mai statica, cambia e si trasforma di continuo. Un buon punto di partenza per una breve analisi è considerare l’enorme emorragia di fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini, che è attualmente ai minimi storici. Le dure punizioni elettorali subite dai partiti uscenti, le crisi di legittimità e l’incostanza degli elettori hanno causato il rapido tramonto delle vecchie strutture partitiche, ingombranti ed elefantiache, per lasciar spazio a partiti più flessibili e adattabili – in una logica decisamente darwiniana. In questo modo la relazione si inverte – non più la gente del partito, ma il partito della gente – dal momento che nemmeno i politici, e il partito, può fidarsi del proprio elettorato.

Esattamente come un genitore con scarsa fiducia nei confronti dei propri figli indisciplinati, il politico è costretto a non perdere mai di vista i propri elettori o potenziali tali, e per fare questo modella la sua offerta e produce informazioni su misura. Via i complessi apparati partitici annegati dalla tradizione e da imponenti ideologie; basta comizi o procedimenti burocratici e impegnativi: la semplicità è la strada per l’efficacia. Semplicità. Significa che due più due è, semplicemente, uguale a quattro e che ognuno è capace di risolvere qualsiasi questione, anche la più complessa, anche al pari di un esperto. Significa anche che troppi leader creano confusione, e che uno solo è, semplicemente, meglio. Per questo torna utile la logica dell’uomo forte, o meglio, dell’uomo sicuro che è in grado di vedere nella complessità e rigurgitare frasi fatte e mantra digeribili.

1+1=2. La matematica non è un opinione; la politica sì.

Anche lo sviluppo dei nuovi mezzi di informazione è un grande propulsore di questa trasformazione. Le testate tradizionali vendono sempre meno, mentre blog, tabloid e giornali online spopolano – ed è da notare come i secondi, malgrado siano meno certificati e affidabili, abbiano un’influenza sempre più alta. Questa parcellizzazione delle fonti d’informazione, che potrebbe essere in qualche modo democratica se tutte avessero le stesse possibilità di diffusione, agisce come un enorme cassa di risonanza con una straordinaria efficacia, grazie soprattutto alle sue enormi capacità di targetizzazione.

In altre parole: una crescente miriade di micro-testate, non controllate o certificate, ha accesso al più grande sistema di diffusione epidemica delle informazioni mai inventato dall’uomo, che è peraltro dotato di straordinari strumenti di selezione e immagazzinamento dati. Si crea perciò una catena di questo tipo: una micro-testata produce informazioni per cercare visibilità – ovvero guadagno; grazie ai software di profilazione di dati, queste informazioni arrivano esattamente al tipo di utente sensibile desiderato che a sua volta le diffonde attraverso i Social Network che, a loro volta, premiano questa visibilità con altrettanta visibilità – più si accresce il numero di persone attraverso cui queste informazioni passano, più si accresce il numero di persone potenziali che entreranno in contatto con queste stesse. Tutti questi strumenti sono ormai di vitale importanza per il nuovi uomini forti e sicuri della politica: consentono di gestire il flusso di informazioni di determinate fasce di elettorato e permettono così di manipolare in maniera specifica la percezione della realtà che li circonda. E se queste informazioni fossero false? Ed ecco il problema delle fake news. E se queste notizie false fossero sfruttate dalla politica? Ed ecco lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica.

Il fatto che non ci sia più una netta distinzione tra destra e sinistra è, per certi versi, un bene: possiamo finalmente relegare al passato i vecchi schemi politici usati e abusati; possiamo finalmente aprire le porte a un nuovo modo di fare politica e di ripensare il bene pubblico slegato da rigide imposizioni d’autorità; possiamo abolire definitivamente gli annosi conflitti da bar e fare buon uso di un po’ di sano raziocinio. Magari.

Senza la stampella ideologica, ciò che conta è costruire e modellare l’idea di sé che hanno le persone: quindi non importa se una notizia sia vera o falsa, l’importante è avere la risposta pronta e sicura, con un linguaggio semplice e un pizzico di facile retorica qualunquista. Tutto ciò che serve, in sostituzione ai vecchi e scomodi eventi del partito, è un buon profilo Facebook che tenga costantemente in contatto il politico coi suoi elettori – o meglio, il leader coi suoi seguaci – in qualsiasi momento della giornata, per creare collegamenti con le abitudini private di ognuno e, quindi, permettere a ognuno di identificarsi. Non è nemmeno più importante essere coerenti nelle proprie scelte politiche, dal momento che non c’è più una linea di partito, ma un uomo solo che decide in base alle proprie opportunità “per il bene” dei suoi seguaci. Non è importante che gli elettori capiscano, non è importante che siano critici, non importa che trangugino ad occhi chiusi litri di sciocchezze.

E così da luogo di dibattito e critica diretta, il partito diventa monopolio autoritario. Da spazio libero di discussione, Internet diviene terreno di scontro, violenza e controllo. Da occasione di democratizzazione, le micro-fonti di informazione divengono focolai virulenti di informazioni tossiche.
La politica tradizionale non solo è finita: è finita male, e va ripensata alla luce delle incredibili potenzialità del XXI secolo.

Sull’Autore

Nato e cresciuto a Bologna, cervellotico e scettico fino al midollo. Viaggio con la mente per comprendere, credendo in un'umanità sempre migliore. Anche solo un poco, poco davvero, dai.

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