Israele passa la legge sull’apartheid

Alle prime luci di giovedì 19 luglio 2018, lo Knesset, il parlamento israeliano, ha passato una nuova legge chiamata “nation-state”. Questa legge mette nero su bianco, una volta per tutte, che Israele è la nazione del popolo ebraico e che “la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale, in Israele, è esclusiva del popolo ebraico“. La legge è stata votata con 62 voti a favore, 55 contrari e due astenuti.  La proposta è passata dopo la sua terza discussione e non si limita a parlare del processo di autodeterminazione, ma tocca altri temi quali il riconoscimento di Gerusalemme “unita” come capitale e l’ebraico come lingua ufficiale. 

                                                                                       Credits to The Jerusalem Post

Prima di arrivare a capire l’importanza di questa legge, ci sono due concetti chiave che richiedono la nostra attenzione. Primo, l’autodeterminazione. Regalo della Rivoluzione francese e principio poi rivisitato da vari statisti nel corso della storia, essenzialmente stabilisce che “i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo e di essere liberi da ogni dominazione esterna“. Questo principio è stato riconosciuto dalla Carta Atlantica, dalla Carta delle Nazioni Unite e, nel corso degli anni, da varie altre congregazioni. L’autodeterminazione è acquisita a livello di diritto internazionale come dato di fatto, posto come limite che non comporti uno di questi tre scenari: la dominazione coloniale, l’occupazione straniera come segregazione razziale (apartheid) o la violazione di diritti umani.

Il secondo concetto è quello di stato-nazione. Condivide diversi tratti con il principio di autodeterminazione, in primis il fatto di essere anch’esso un regalo della Rivoluzione francese, e in secundis, la centralità del popolo che si identifica nello Stato, formando quindi una sorta di coscienza nazionale. Per meglio dire, lo Stato come organo legale e istituzionale, si fonde con la Nazione che invece è legata a un’idea più geografica, sanguigna e linguistica, quindi formata organicamente, se vogliamo, da persone che si riconoscono in una radice comune. Seguendo gli estremi di questa fusione si può arrivare al nazionalismo moderno, come criticò a suo tempo Hannah Arendt .

                                                                                          Credits to The Jerusalem Post

Precisati questi punti, cosa dice la Nation-State law israeliana?

  1. Israele è storicamente la terra d’origine del popolo ebraico, il quale, solo, ha diritto all’autodeterminazione nazionale;
  2. la bandiera e la menorah (candelabro a sette braccia) sono simboli nazionali e l’inno nazionale è “Hatikva“;
  3. Gerusalemme è la capitale unita di Israele;
  4. la lingua ufficiale è l’ebraico, l’arabo ha uno statuto speciale;
  5. Israele sarà aperta all’immigrazione ebraica (aliyah).

In particolare, uno dei punti più importanti e agghiaccianti, oltre l’autodeterminazione, è il seguente: lo Stato pone valore nazionale sullo sviluppo di colonie ebraiche e si adopererà per incoraggiarne la creazione e il consolidamento.
Il commento di Benjamin Natanyahu subito dopo l’approvazione della legge è stato, “in Medio Oriente, solo Israele rispetta [i diritti]. Questo è il nostro Paese, lo Stato ebraico. In tempi recenti ci sono stati coloro che hanno cercato di danneggiarci e mettere in dubbio i principi della nostra esistenza. Oggi lo abbiamo trasformato in legge: questo è il Paese, la lingua, l’inno e la bandiera”.

Non sono dello stesso avviso i tanti arabi che vivono in Israele. Ayman Odeh, legislatore e presidente del partito Joint List ha commentato che, con questo voto, Israele “dichiara di non volerci qui” e che essenzialmente questa è una legge di “supremazia ebraica” che relega gli arabi a essere cittadini di serie B. Non ha tutti i torti. Persino il presidente dell’organizzazione J Street, Jeremy Ben-Ami,  che supporta  e mobilita “pro-Israel pro-peace Americans, ha criticato aspramente questa legge, sottolineando come “il suo unico scopo [sia] quello di passare il messaggio alle comunità arabe, LGBT e alle minoranze, che non sono e mai saranno cittadini eguali“.

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Secondo la CIA World Factbook, la comunità non-ebraica (principalmente araba) costituisce il 25.2%, con un 17.7% musulmani, 2% cristiani e un 4% altre religioni. Siamo abituati a pensare a Israele come a uno stato ebraico, perché questa è la narrativa che viene utilizzata, ma al momento della sua fondazione 70 anni fa, nella dichiarazione d’indipendenza fu scritto “lo Stato di Israele garantirà totale parità di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, indipendentemente da religione, etnia o genere”. Questa legge ribalta uno dei principi fondamentali della fondazione di questo Stato, oltre a essere in violazione dei diritti umani. Come già ribadito dalla Corte internazionale di Giustizia, la legittimazione di colonie nei territori occupati palestinesi va a violare direttamente la Quarta Convenzione di Ginevra, che dichiara “la potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”.

Questa legge è il risultato del riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Gerusalemme come capitale ed è il frutto di una comunità internazionale che si ostina a sostenere ciecamente un governo razzista. Dai massacri di Gaza a maggio, Israele ha serrato sempre di più le frontiere agli aiuti internazionali, tanto che l’Unione Europea, attraverso le proprie ONG, ha sospeso l’invio di volontari in Palestina, fino a data da destinarsi. Se sembra estremo, è perché lo è. Giocandosi ancora una volta la carta del diritto a esistere, il governo israeliano ha gettato la maschera sulla sua vera natura democratica.

La democrazia di Israele, millantata da Netanyahu, somiglia sempre di più a uno Stato di Apartheid. Non solo, fomentando questa paura di essere costantemente sotto attacco e di doversi proteggere a tutti i costi, Israele rischia di diventare un vero e proprio ghetto ebraico. Una cultura, o in questo caso una Nazione, che si rinchiude così tanto in sè stessa, ironicamente aumenta la sue chances di estinguersi, perché taglia alla radice il principio di inclusione che la rende vitale. La cultura ebraica, e non lo Stato, storicamente ha influenzato e si è fatta influenzare ovunque abbia messo radice ed è questa la fonte principale della sua forza e della sua ricchezza. Nonché della sua bellezza.

Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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