“Zero Tolerance”, la promessa mantenuta da Trump

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump, aveva promesso durante la campagna presidenziale del 2016, un rinforzo delle leggi sull’immigrazione. Aveva anche promesso la costruzione di un muro al confine con il Messico. A quasi un anno e mezzo dal suo insediamento, queste non sono solo vane chiacchiere fatte in campagna elettorale per ingraziarsi l’opinione pubblica americana, ma realtà sempre più concrete. Il 7 aprile 2017, il Procuratore Generale americano, Jeff Session, ha annunciato che il Dipartimento di Giustizia avrebbe iniziato a perseguire penalmente tutti coloro che sarebbero stati trovati dal Customs and Border Protections (CBP) a passare illegalmente la frontiera, “nessuna eccezione”.

È cominciata così l’era “Zero Tolerance” sull’immigrazione. Seguendo questa nuova politica, gli adulti trovati a passare illegalmente il confine vengono messi sotto la custodia del U.S Marshals Service (USMS), processati in un tribunale criminale, o per reato minore di immigrazione illegale o per un grado più grave se non è la prima volta che ci provano. Si passa poi alla sentenza, da scontare in prigione o in un istituto federale, al termine della quale “l’alieno” (termine riproposto più volte sul sito della Homeland Security) viene consegnato ai gentili membri del U.S Immigration and Customs Enforcement (o, ICE per gli amici) e accompagnato alla frontiera, dove gli verrà chiesto di salutare per sempre il grande Sogno Americano.

Credits to Homeland Security

 

Coloro che sono su Instagram o Twitter, o una qualsiasi piattaforma popolata di celebrities, saranno forse a conoscenza dell’hashtag che ha iniziato a spopolare quando la politica “zero tolerance” è entrata in vigore. #AbolishICE è diventato il nuovo slogan che è andato a rimpolpare le schiere sinistroidi di #metoo, #NotInMyName e #Blacklivesmatter. Quella “sinistra americana” che appartiene sempre di più a una zona grigia convertita al politically correct, sazia di avocado, che usa frasi quali “mi identifico come unicorno metrosessuale”. Dietro ogni tendenza, si trova però una domanda sensata e legittima che il popolo fa al proprio governo, cos’è ICE e a che cosa ci serve?

ICE è un accorpamento di tre differenti agenzie, voluto nel 2003 dall’allora presidente George W. Bush, in risposta all’attacco dell’11 settembre. Le sue funzioni primarie vengono chiamate Operazioni di Esecuzione e Rimozione, ovvero la localizzazione, custodia e deportazione di tutti quei migranti senza documenti che sono già riusciti a passare il confine con successo e vivono negli Stati Uniti. ICE non è responsabile dei controlli alla frontiera o della separazione delle famiglie, di cui parleremo più avanti, bensì loro sono gli agenti che ti bussano alla porta e ti chiedono gentilmente di tornartene al tuo Paese. O, come sono stati definiti dalla senatrice democratica Kirsten Gillibrand, forze di deportazione“.

Credits to The Washington Times

Il bisogno di creare una forza come ICE nasce anche dal tentativo di affrontare il problema della politica “catch and release”, ovvero la norma di rilasciare certi tipi di immigrati dopo averli arrestati, con l’ordine di presentarsi davanti alla corte per l’immigrazione. Nel 2005, l’amministrazione Bush lanciò l’Operation Streamline al confine con il Messico, intensificando la stretta alle frontiere. Il risultato fu che il dipartimento della Homeland Security dovette iniziare a rilasciare detenuti per mancanza di spazio. In soli due anni, dal 2003 al 2005, il numero di arresti per chi tentava di entrare illegalmente in America è quadruplicato, da 4.000 a 16.500. Nel 2010 si è arrivati a 44.000 arresti. In precedenza il CBP, loro sono il corpo incaricato di controllare i confini, aveva l’ordine di arrestare solo chi avesse già la fedina penale sporca o fosse sospettato di contrabbando. Grazie all’Operation Streamline si è arrivati a numeri record di 80 imputati condannati in un colpo solo. Questa politica è continuata anche durante l’amministrazione Obama, fino ad oggi.

Ciò che ha scandalizzato l’opinione pubblica e mobilitato le masse non è stato tanto questo, ma le ulteriori implicazioni che la politica di Trump ha sulle famiglie che cercano di passare il confine. I minori che entrano illegalmente non possono essere detenuti in una struttura federale come i loro genitori. Inevitabilmente, quindi vengono separati. Sotto la nuova politica Zero Tolerance, i bambini vengono dati in custodia all’Office of Refugee Resettlement (ORR) che si occupa dei minori non accompagnati. Ciò significa che, per prassi, ogni bambino viene trattato come se fosse solo, anche nel caso in cui sia arrivato con la sua famiglia. Nello step successivo, l’ORR lascia il minore alle cure di un parente che vive legalmente negli Stati Uniti, nel caso sia possibile, o a una famiglia affidataria. La terza opzione è lasciare i bambini in un centro gestito dall’ORR. Le storie che arrivano da questi campi sono molto simili a quelle di un qualunque centro di “accoglienza” migranti in Italia o in Grecia.  

Credits to Time magazine

 

 

La scelta di copertina fatta da Time Magazine cavalca l’onda del voler dipingere Trump come un mostro insensibile. Sì, queste politiche sono disumane. Basta leggere una qualsiasi delle storie di queste famiglie separate alla frontiera, senza sapere se si rivedranno mai più, per sentire una stretta al cuore e un moto di rabbia. Questo, ovviamente, se si è ancora riusciti a conservare quel briciolo di empatia umana non ancora intaccato da odio, razzismo e altri vari tipi di -ismo. Tuttavia, Trump non è molto diverso da un Emmanuel Macron che chiude le frontiere o un Matteo Salvini che chiude i porti. Il presidente degli Stati Uniti è perfettamente in linea con il clima politico e sociale che si respira adesso, oltre ad essere in linea con la sua agenda politica. L’indignazione americana suona molto come memoria selettiva, come se il loro fosse sempre stato un paese aperto all’immigrazione e assolutamente non violento quando si tratta di illegal aliens. Protestare, certo. Spingere perché le cose cambino, assolutamente legittimo. Appuntare un capro espiatorio che incarni tutto ciò che c’è di male nella politica americana, che sia Trump o l’ICE, è completamente inutile. La memoria selettiva americana permette di indignarsi e fare la voce grossa sul momento, dimenticando volutamente come si è arrivati a questo punto. Il risultato è che raramente le cose cambiano. 

 

Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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