Come la leadership di Provenzano salvò Cosa Nostra

Bernardo Provenzano, quando non lo chiamavano “u’ tratturi“, il trattore (una sorta di titolo al merito per la violenza con cui infierì nell’uccidere Michele Cavataio), era detto “u’ raggiuneri“. Era colui che, come un ragioniere, si occupava di sbrigliare i conti, faccende, nodi e contrasti. È il valore metaforico della parola ciò che conta.

Un ragioniere è una persona fredda, calcolatrice, che deve “ragionare” con distacco, con calma, senza alzare polveroni. È uno che deve riuscire a far quadrare tutto, far sì che ogni cosa si svolga con precisione, e rientri nei piani che si sono stabiliti. E per u’ raggiuneri, tra tutte le faccende che si è trovato a dover sistemare, una, in assoluto, era quella di maggiore importanza: rimediare ai danni causati dalla lunga scia di sangue, bombe, morti e stragi causati dal compare Totò Riina.

Nella storia di Cosa Nostra, innanzitutto, quella di Provenzano è sempre stata una posizione atipica. Gregario e braccio destro di Riina, insieme a lui negli anni ’70 era il delegato del boss Corleone Luciano Liggio nella Commissione, l’organo di governo dell’associazione. Liggio era spesso fuori dalla Sicilia, e Riina e Provenzano facevano le sue veci in sua assenza. Provenzano non era però inserito “ufficialmente” nella gerarchia di Cosa Nostra. Non era un capodecina, un capomandamento, non era rappresentante di provincia. Non aveva alcuna carica regolare.

Il suo status derivava dall’essere l’alter ego di Riina, il suo braccio destro, e dall’essere al vertice di una rete di contatti personali con esponenti mafiosi e non, grazie ai quale curava gli affari, suoi e dell’associazione, e le relazioni con tutte le personalità che gli gravitavano intorno.  I due, all’interno di Cosa Nostra, sono sempre stati un tutt’uno. Era frequente, per gli uomini d’onore corleonesi, sentirsi dire che non si sarebbe mai fatto niente se Riina e Provenzano non fossero entrambi d’accordo su qualcosa.

Eppure, un punto di discordanza vi fu: la scelta di fare la guerra allo Stato.

Testimonianze riferiscono, infatti, che Provenzano non sempre era d’accordo nel mettersi contro uomini delle istituzioni, e ancor meno lo era negli anni delle stragi. Ma diede ugualmente il suo assenso, preoccupato che un parere contrario avrebbe indebolito la tenuta della fazione corleonese, seminando discordie e dissidi.

Né voleva certo creare inimicizie con Riina. Che però sapeva dei suoi disaccordi in merito, lamentandosene con durissimi giudizi. Don Binnu, dunque, faceva buon viso a cattivo gioco.

Provenzano subentrerebbe come capo dei capi tra il ’92 e il ’93. Secondo la testimonianza di Massimo Ciancimino, fu proprio lui a far arrestare Riina, consegnando al Ros dei Carabinieri delle carte di Palermo con su segnati i luoghi dei possibili covi Riina.

Dunque, cosa aveva in più Provenzano rispetto a Riina, per poter prendere le redini di Cosa Nostra?

Innanzitutto, il fatto che delle due personalità, quella di u’ tratturi e u’ raggiuneri, fu la seconda a prevalere. E cioè il carattere “diplomatico”, pacificatore, di colui che media tra parti opposte per risolvere dispute e questioni. Provenzano aveva intuito e applicato la morale di quel detto siciliano che recita “calati iuncu chi passa la china“.

Calati giunco, che sta passando la piena. Abbassati, cerca di evitare l’urto, cerca di sfuggire alla tempesta. Dalla strategia stragista di Riina, si passò a quella che fu definita “strategia della sommersione”.

Cosa Nostra doveva, infatti, tornare silente, invisibile, doveva tenere il profilo basso. Questa era opinione diffusa di molti degli uomini d’onore, resisi conto degli effetti perversi delle bombe; essi videro in Provenzano un leader naturale, colui al quale concedere gli onori del comando.

Don Binnu si fece promotore di una “nuova” forma di governo. Virgolette d’obbligo, poiché quel che in realtà successe fu un ritorno alle radici. Cosa Nostra doveva riscoprire la tradizione: quella di una mafia che cerca la complicità con lo Stato, che non lo sfida ma ad esso si adatta, che cerca il dialogo, la collaborazione. Con lo Stato bisogna fare affari, non la guerra.

A tal proposito, Provenzano poteva usufruire di un’arma efficace. Sin dall’inizio della sua carriera criminale, come anticipato, aveva infatti teso e coltivato una fitta rete di relazioni e contatti con uomini formalmente esterni (o, al più, “riservati”) ma tangenti all’associazione: colletti bianchi, politici, imprenditori, professionisti borghesi come medici e ingegneri.

Collegamenti col “mondo legale”, che permettevano le infiltrazioni di Cosa Nostra in affari, appalti, vicende politiche e giochi di potere. Un universo di persone che facevano riferimento ad un capo che non governava col terrore, come Riina, ma che cercava una fiduciosa e silenziosa complicità.

Provenzano ispirava molta più fiducia di Riina. E anche per questo andava preservato. Anche per questo, forse, sarebbe riuscito a godere di coperture istituzionali che ne avrebbero protetto la latitanza. Anche per questo, forse, si sarebbe potuto lasciarlo libero. Provenzano non disturbava.

Diversamente da Riina, poi, che esercitava e comunicava le sue decisioni in sedute e riunioni faccia a faccia con tutti i maggiori esponenti dei Corleonesi, Provenzano aveva adottato un metodo tanto antico quanto efficace per comunicare con i sodali: quello dei pizzini.

Pochissimi e fidatissimi uomini potevano incontrare di presenza Don Binnu, garantendo un ulteriore livello di protezione e segretezza della personalità del capo. È attraverso i pizzini che Provenzano esercita il suo governo. E il contenuto di questi aiuta a rivelarci e farci capire la funzionalità della sua figura, il motivo del suo carisma, i connotati di una nuova Cosa Nostra.

pizzino provenzano

Uno dei numerosi “pizzini” scritti a macchina da Provenzano. Numerosi sono gli errori ortografici e di battitura.

I pizzini non contenevano semplici ordini in forma telegrafica. Essi erano più simili a delle lunghe lettere, in cui ricorrono formule augurali e di cortesia, espressioni di amicizia e fiducia, e, soprattutto, dei comandi espressi non come ordini ma come consigli. Il Provenzano che emerge dai pizzini non è un despota dittatoriale e autoritario, ma piuttosto un padre comprensivo, autorevole, disposto al dialogo; un vecchio saggio che elargisce indicazioni e direttive, che mostra la sua esperienza e cerca di metterla a servizio per il “bene” della mafia.

Pizzino Provenzano

Da non sottovalutare nemmeno i richiami religiosi, al Signore e a Gesù Cristo, che esprimono la volontà di ricollegare l’esistenza della mafia ad una dimensione religiosa e provvidenziale. L’ontologia stessa di Cosa Nostra ne esce rivisitata e “legittimata” dalle benedizioni di un’entità superiore. E non va esclusa l’ipotesi che dietro al nome di Dio e Gesù potessero nascondersi le figure di infiltrati, talpe e spie, come mostra il pizzino qui riportato.

La sottolineatura indica il riferimento ambiguo ad un possibile alter ego nascosto dietro il nome di “Nostro Signore Gesù Cristo”

Provenzano, dunque, aveva completamente ridisegnato l’immaginario e le aspettative di Cosa Nostra tanto presso gli uomini ad essa esterni e con i quali manteneva i contatti, fondamentali per la salvaguardia dell’associazione, quanto presso gli affiliati. Dopo la stagione del terrore e delle stragi, la personalità di Provenzano era funzionale a traghettare la mafia verso una nuova era, rendendo possibile un riavvicinamento della classe politica meno impaurita e meglio disposta a riprendere il dialogo con i mafiosi.

Ciò a beneficio dell’esistenza stessa dell’associazione. L’epoca di Riina fu una fase eccezionale, un unicum nella storia della mafia, da accantonare e superare. La mafia di Provenzano era quella “vera”, tradizionale, rispettosa di certe regole e pratiche di governo che ne hanno permesso la sopravvivenza. La quale, purtroppo, continua tuttora, senza mostrare segni di cedimento.

 

Per ulteriori approfondimenti:
Dino A., Gli ultimi padrini. Indagine sul governo di Cosa Nostra, Laterza, 2012, Bari
Palazzolo S, Prestipino M., Il codice Provenzano, Laterza, 2008, Bari

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

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