Quando il Ros dei Carabinieri rinunciò a catturare Provenzano

31 ottobre 1995. Nelle campagne di Mezzojuso, nel palermitano, vi è un casolare in mezzo ai campi. Il momento è teso: in quel casolare è in corso una riunione di mafia al cospetto di colui che allora teneva le redini di Cosa NostraBernardo Provenzano. Ad avere chiesto l’incontro con Don Binnu è l’infiltrato “Gino“, nome in codice dell’uomo d’onore Luigi Ilardo.

Non un mafioso qualsiasi: Ilardo è il reggente del mandamento mafioso di Caltanissetta, carica ottenuta in quanto cugino dell’ex boss della provincia nissena, Giuseppe Piddu Madonia. Un boss che aveva deciso di collaborare con la giustizia nelle vesti di spia.

Luigi Ilardo

Luigi Ilardo

Non lontano da Mezzojuso, infatti, un piccolo gruppo di Carabinieri era appostato nell’area intorno al casolare. Tra di loro, il colonnello del Ros Michele Riccio, l’artefice di quell’operazione che avrebbe potuto concludersi con l’arresto di Provenzano. Purtroppo per Riccio, però, i suoi superiori del Ros, nelle persone dei colonnelli Mario MoriMauro Obinu, avevano programmi diversi.

Ma torniamo un attimo indietro.

Era un giorno di fine settembre del 1993 quando Michele Riccio, carabiniere ligure di La Spezia in forza alla Direzione Investigativa Antimafia, si sposta al carcere di Lecce per incontrare Luigi Ilardo, da poco decisosi a collaborare con la giustizia (la collaborazione formale e “ufficiale” con la magistratura verrà ratificata nel 1996). Si dice che egli sia in grado di poter riconoscere gli artificieri delle stragi del 1992-93.

Michele Riccio

Michele Riccio

Da quell’incontro, il rapporto tra Riccio e Ilardo (che inizieranno a chiamarsi con i nomi in codice, rispettivamente, di BrunoGino) si costruirà sulla base di chiamate private e carteggi attraverso i quali l’infiltrato, che da lì a poco sarebbe uscito dal carcere, riferirà al colonnello notizie e informazioni utili per indagini e future operazioni. Ilardo era atteso dai sodali di Cosa Nostra in quanto “erede” del mandamento di Caltanissetta, occasione che per Riccio è più unica che rara per poter godere, dunque, di un infiltrato di grosso calibro tra i ranghi mafiosi.

Ilardo già nel gennaio del 1994 risulta pienamente reinserito in Cosa Nostra, poco tempo dopo la scarcerazione. Tra lui e il colonnello i contatti si manterranno costanti, costruendo e alimentando quella fiducia reciproca, fondamentale per la buona riuscita di operazioni basate proprio sulla cooperazione tra forze dell’ordine ed infiltrati, chiunque essi siano.

Con l’infittirsi del carteggio tra GinoBruno, il primo inizia anche a riferire di Bernardo Provenzano. È lui che, allora, aveva maggiore influenza su Cosa Nostra dopo l’arresto di Totò Riina il 15 gennaio 1993. Provenzano aveva solidissimi rapporti col mondo della politica e dell’alta imprenditoria, che gli garantivano sicuri agganci per guadagni e coperture. E Leoluca Bagarella, l’altro grande boss cognato di Totò Riina, verrà fra l’altro arrestato nel 1995, lasciando a Provenzano campo libero per guidare Cosa Nostra secondo il suo volere.

Ilardo, in quanto reggente del mandamento di Caltanissetta, ha un rapporto privilegiato col vertice dell’associazione. Provenzano è in contatto con tutti i boss, e Ilardo sa che questo canale può tornare utile tanto a lui quanto a Riccio, al quale più passa il tempo più riferisce aggiornamenti e informazioni su quanto Don Binnu va riferendo agli uomini d’onore. E non solo su Provenzano. Ilardo fornisce anche altro: nomi e cognomi, targhe d’auto, numeri di telefono di coloro che, all’interno di Cosa Nostra, proteggono la latitanza del padrino. E i Carabinieri, Riccio in testa, sfrutteranno tutto ciò concretizzando catture e arresti.

L’occasione è ghiotta per non sfruttarla.

Nel maggio del 1995, Ilardo riesce ad ottenere, direttamente da Provenzano, il nulla osta per incontrarlo personalmente. Riccio, nel frattempo, nell’agosto dello stesso anno, prende ufficialmente servizio nel Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri, il suddetto Ros. I suoi diretti superiori e referenti sono i colonnelli Mario Mori e Mauro Obinu.

Mario Mori

Mario Mori

Ai quali Riccio riferisce del suo rapporto e dei carteggi con Ilardo, informandoli anche sui contatti di quest’ultimo con Provenzano. Il colonnello, però, racconterà anni dopo a processo di un certo disinteresse, e una certa disfattismo, da parte di Mori e Obinu verso il lavoro che stava svolgendo con Ilardo, come se non fosse importante. A Riccio viene esplicitamente detto di non fare le relazioni di servizio sull’operazione, tenendo all’oscuro la magistratura. Riccio, però, non può non fare relazioni: sarebbe stato responsabile di coprire informazioni importanti e decisive.

29 ottobre 1995: Ilardo chiama Riccio. Due giorni dopo, gli riferisce, avrebbe incontrato Provenzano.

Riccio informa a Mori, il quale però, stando a quanto Riccio stesso dichiara, preferisce che Ilardo raccolga quante più informazioni possibili, per future ed eventuali azioni. Niente cattura dunque?
Durante il processo in aula, Mori testimonierà che fu Riccio ad opporsi all’eventualità di catturare Provenzano. E Riccio, invece, sosterrà l’esatto opposto: quella era piuttosto la volontà di Mori, il quale mente sulla circostanza suddetta.
Chi è che non voleva intervenire, dunque?

Torniamo ora all’inizio di questa storia.

Il 31 ottobre 1995, Ilardo incontra Provenzano in quel casolare di Mezzojuso. La riunione si svolge senza intoppi, e Don Binnu non viene catturato. I Carabinieri appostati lì nei dintorni non hanno l’ordine di agire.

Le settimane successive scorrono come quelli precedenti all’incontro di Mezzojuso: Ilardo e Riccio non interrompono i contatti e continuano a comunicare. Non fosse, però, che quest’ultimo continua a prendere atto del lassismo dei suoi superiori, nonostante abbia depositato, fornitigli da Ilardo, tutti i dati utili per un’eventuale azione di cattura.

Lo stesso Ilardo vorrebbe dare una svolta alla situazione: continua a tenere contatti con Provenzano, ignaro di tutto, ma la situazione non può andare avanti ulteriormente. Riccio convince Ilardo a collaborare con la giustizia, sebbene Gino non nutra alcuna fiducia per persone ulteriori al colonnello, magistrati o forze dell’ordine che fossero. Tutto quello che aveva riferito a Riccio verrà depositato in magistratura e diverrà materia di indagine.

Ilardo si presenta al cospetto dei magistrati Caselli, Principato e Tinebra, alla sede centrale del Ros di Roma, il 2 maggio 1996. Fin da subito mostra sfiducia e chiusura verso Tinebra in particolare, magistrato inviato dalla Procura di Caltanissetta, mostrando invece maggiore apertura verso Caselli, della Procura di Palermo. La presenza di più magistrati è dovuta al fatto che le informazioni fornite da Ilardo sarebbero tornate utili alle indagini delle due diverse Procure.

Il neo collaboratore di giustizia inizia a raccontare come una valanga, finché Tinebra stesso non sospende il colloquio.

Pochi giorni dopo, il 10 maggio, il capitano Damiano, che collaborava con Riccio, informa quest’ultimo che c’è stata una fuga di notizie dalla Procura di Caltanissetta, in merito al fatto che Ilardo avesse iniziato a collaborare.

Quattro giorni dopo, il 14 maggio, alle ore 21.30 Ilardo si trovava a Catania, nei pressi del suo garage. Viene raggiunto da una moto, guidatore e passeggero. Quest’ultimo gli esplode contro otto colpi di pistola, lasciandolo morto sull’asfalto. Impossibile non pensare, dunque, che la fuga di notizie e la sua morte, a pochissimi giorni di distanza, non fossero collegate.

morte ilardo

Foto tratta dalla scena del crimine della morte di Ilardo

Riccio viene subito convocato da Caselli, che intende portare a termine il lavoro iniziato con la collaborazione di Ilardo. Riccio inizia a mettere nero su bianco le informazioni dell’infiltrato nel rapporto denominato Grande Oriente, benché il colonnello Mori, secondo la testimonianza di Riccio, gli abbia intimato di celare nomi di politici coinvolti (tra i quali anche quello di Marcello Dell’Utri) e dei fatti di Mezzojuso.

Riccio verrà convocato per collaborare con magistrati e testimoniare in aula in processi contro uomini d’onore diverse volte, finchè, nel 2001, all’omonimo processo Grande Oriente contro i favoreggiatori di Provenzano, non testimonia per la prima volta la vicenda di Mezzojuso e l’infiltrazione di Ilardo dentro Cosa Nostra.

Al caso di Riccio e Ilardo si interesserà il pm di quel processo, Nino Di Matteo, che inizierà a raccogliere la testimonianza del colonnello e tutte le informazioni di contorno sul mancato arresto di quel 31 ottobre 1995 e l’operazione di Ilardo da infiltrato.

Tra archiviazioni e riapertura delle indagini, Di Matteo otterrà il rinvio a giudizio del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu il 4 febbraio 2008. Il processo terminerà nel 2013 con l’assoluzione degli imputati con formula “per non aver commesso il fatto”.
Nella pratica, nella sentenza si esplicita che il mancato arresto di Provenzano a Mezzojuso è un dato di fatto: i carabinieri avrebbero potuto tranquillamente catturare Don Binnu. Solamente, a processo non si riuscì a provare il dolo, cioè l’esplicita intenzione di non catturare Provenzano per favorirne la latitanza.

Era questa l’ipotesi accusatoria sul quale si reggeva l’intero processo, che vedeva il generale Mori nuovamente coinvolto in oscure vicende coinvolgenti Cosa Nostra, come anche in merito alla mancata perquisizione del covo di Riina dopo l’arresto del 15 gennaio 1993, e per le vicende della trattativa Stato-mafia, per le quali Mori è stato di recente condannato.

Al di là dell’assoluzione, dunque, quei fatti di Mezzojuso rimangono un elemento ancora ambiguo; un tassello di un mosaico ben più grande e complesso che coinvolge mafia, politica e forze dell’ordine in trame e vicende che devono essere chiarite e meglio inquadrate.

 

Per ulteriori informazioni:
Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci, “Il patto. La trattativa Stato-mafia nel racconto inedito di un infiltrato”, Chiarelettere, 2010, Milano;
Maurizio Torrealta, “La trattativa”, BUR Rizzoli, 2010, Roma
Marco Travaglio, “E’ Stato la mafia”, Chiarelettere, 2014, Milano

Si veda anche: Antimafia Duemila – Dossier Michele Riccio

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

Articoli Collegati