La sfida senza fine degli USA ad al-Shabaab

Molto spesso, le missioni militari rimangono ignorate dalla maggior parte dell’opinione pubblica fino a quando non succede un fatto grave: gli statunitensi l’hanno capito l’ottobre scorso, quando tre loro militari furono uccisi in un’imboscata in Niger e tutti si chiesero perché fossero lì; oggi il quesito si è spostato sulla Somalia, dove a inizio giugno un altro militare è morto, colpito dai mortai di al-Shabaab, un Paese che in fatto di perdite rappresenta un vero incubo per Washington.

                                                 Miliziani di al-Shabaab (Credits: Breaking Africa News/Facebook).

Dopo la disastrosa missione Restore Hope del 1993, quando due elicotteri Black Hawk caddero sul centro di Mogadiscio, gli USA hanno infatti sempre evitato di inviare lì proprie truppe in missione operativa. Ciò non ha impedito di essere comunque presenti, con pochi uomini e soprattutto droni, per effettuare attacchi mirati dal cielo: con questi, gennaio del 2007, colpiscono i membri del gruppo terrorista affiliato ad al-Qaeda. Dall’aprile dell’anno scorso però è stato deciso anche l’invio di alcune decine di forze speciali per aiutare le forze somale e dell’AMISOM, unitesi ai connazionali già presenti in qualità di addestratori e consulenti. Attualmente, la presenza americana totale ammonterebbe a 500 uomini, come riportato dal New York Times, divisi tra Berretti Verdi, Marine Raiders e Navy SEALs.

Alcuni di essi svolgono azioni di supporto alle truppe africane lì presenti, impegnate a combattere la rete fondamentalista diretta da Ahmed Omar; una delle zone in cui sono presenti è la regione del Basso Giubba, proprio dove il Sergente Maggiore Alexander Conrad è stato colpito a morte l’8 giugno, mentre altri suoi cinque compagni (di cui 4 americani) sono rimasti feriti. Il giorno dopo il Presidente Trump ha scritto un tweet per ricordare i soldati vittime dell’attacco:

“My thoughts and prayers are with the families of our serviceman who was killed and his fellow servicemen who were wounded in Somolia. They are truly all HEROES”.

La notizia è stata rilasciata a qualche ore di distanza dall’AFRICOM, senza però attribuire subito la responsabilità certa al locale gruppo fondamentalista, che comunque ha rivendicato poco dopo la propria responsabilità alla Reuters.

Il conflitto tra le forze americane e gli affiliati di al-Qaeda continua così a lasciare dietro di sé una lunga scia di sangue. Tra quelli che l’hanno versato, c’è anche l’allora guida del gruppo, Ahmed Abdi Godane, ucciso da un drone nel settembre 2014 sempre nel sud del Paese. Gli è successo il già citato Ahmed Omar, conosciuto anche come Abu Ubaidah, su cui pende una taglia di 6 milioni di dollari e uno degli obiettivi principali della missione americana; proprio quest’uomo ha coperto la carica di vice-governatore di al-Shabaab nel Basso Giubba nel 2008, peraltro regione di cui sarebbe natio. Non a caso, il sud della Somalia è una delle “enclave del terrore” più resistenti, anche grazie al ritiro delle truppe etiopi nel 2016, presenti sul territorio dal 2014 ma non partecipi direttamente all’AMISOM, secondo quando riferito all’epoca dal Ministro della Comunicazione etiope, Getachew Reda.

             Drone americano bombarda postazioni di al-Shabaab (Credits: World Defence Forum/Facebook).

Come scritto in apertura, la morte del soldato USA ha provocato polemiche oltreoceano, riemerse a quasi 13 mesi di distanza dalle ultime vittime americane nel Continente Nero. Nell’ultimo anno però il bilancio totale delle vittime provocate dai miliziani del Corno è ben più consistente: secondo l’Africa Centre for Strategic Studies, infatti, ammonterebbero a quasi 5 mila, un tragico record che va dalla sponda sud del Mediterraneo fino a Capo di Buona Speranza. Il potere del gruppo sembra quindi ben lontano dall’affievolirsi, cosa che invece appariva inevitabile dopo che Sheikh Mohamed Said Atom, trafficante d’armi e uomo di collegamento tra il governo eritreo e al-Shabaab, si era consegnato nel giugno 2014 alle autorità del Puntland. La ripresa di terreno dei terroristi va di pari passo con la crisi diplomatica tra Mogadiscio e i Paesi del Golfo, soprattutto dopo che la prima ha sequestrato ad aprile $9.6 milioni in contanti da un jet degli Emirati Arabi Uniti nell’aeroporto della capitale.

In questo complesso mosaico, Washington potrebbe presto rivalutare la propria presenza nel Corno e non solo: secondo quanto riferito dal New York Times, infatti, il segretario alla Difesa Jim Mattis e il generale Joseph F. Dunford Jr., presidente del Joint Chiefs of Staff, hanno ordinato alle operazioni speciali militari e ai comandi in Africa di presentare una serie di opzioni entro metà giugno per bilanciare le crescenti sfide alla sicurezza con operazioni di antiterrorismo di vitale importanza. Se l’US Army rimarrà o meno in Somalia sarà dato dallo stato del conflitto con la rete filo-alqaedista e dall’eventuale intervento della Turchia, sempre più attiva nella cooperazione militare con Mogadiscio e vera alternativa se la missione AMISOM dovesse finire senza risultati tangibili.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto, per MdC sono il Caporedattore della sezione Società e Diritti. Su Effe Radio co-conduco "La Repubblica delle Banane".

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