Dalla Francia all’Italia e viceversa: l’esperienza di due ragazze Erasmus

Abbiamo già parlato spesso di Università: tasse, edifici fatiscenti, aule non abbastanza capienti, depressione. Ma di certo, non è sempre tutto nero.

Il Progetto Erasmus (acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) è un programma di mobilità studentesca europea che risale al 1987, ben prima in effetti dell’Unione Europea vera e propria. Con esso, gli studenti universitari hanno la possibilità di effettuare uno o più anni di studio all’estero in un’università straniera che verranno legalmente riconosciuti.

È per questo che vogliamo raccontarvi due belle storie: quella di Viridiana Jade Salomon, studentessa Erasmus dalla Francia, arrivata a La Sapienza nel settembre 2016 e quella di Chiara Pucci, studentessa di lingue a Roma Tre che ha deciso di andare a Parigi.

Incoming: da Marsiglia, Viridiana Jade Salomon

Parlaci un po’ di te, Viridiana. Da quale ateneo vieni?
Provengo dalla Scuola Nazionale di Architettura di Marsiglia, anche nota come Ensam (Ecole Nationale Superieure d’Architecture de Marseille) e ho frequentato da settembre 2016 a luglio 2017 La Sapienza di Roma, facoltà di Architettura.

Cosa ti ha spinto a venire in Italia?
Sicuramente, fare un anno di studi all’estero è una cosa difficile, a prima vista. Però significa anche uscire dalle proprie abitudini, uscire dalla propria “zona sicura”. Fondamentalmente è per questo che ho voluto partire per l’Erasmus, ma anche per capire quanto valgo, per mettermi in discussione, in gioco e, soprattutto, essere sicura di quello che voglio. Ho scelto Roma per la storia che avete: quella città dal punto di vista architettonico e urbanistico ha un percorso molto forte con tantissime epoche e stili diversi che si confrontano tra loro spesso negli stessi luoghi fisici. E poi si mangia benissimo.

Quale genere di burocrazia hai dovuto affrontare per poter partire?
La mia università ha richiesto un curriculum e una lettera di motivazione, oltre alla media degli anni passati: la decisione viene presa da una commissione universitaria che si occupa del progetto Erasmus. Infine, firmiamo un contratto tra la nostra sede e quella di destinazione in cui ci sono scritti i corsi da seguire e quanti crediti formativi valgono.

Cosa hai pensato appena arrivata?
Paura! Sul serio, mi sentivo persa, in un Paese non mio e senza poter comunicare, senza sapere dove andare. Ero un sacco confusa, mi chiedevo se avessi fatto la scelta giusta. Ma, in fondo, è un’avventura e ogni piccola cosa fatta da quel momento ti sembra sempre una grande vittoria.

Hai già accennato al problema linguistico… è stata quella la cosa più difficile?
Assolutamente. Sono arrivata che non parlavo italiano. Poi ho fatto un corso interno all’università, ma mi sembrava molto più facile da capire che da parlare. Nonostante sia una lingua più facile per qualcuno che parla francese che, magari, per un tedesco, le parole “non volevano salire”. Quindi ho iniziato a parlare con chiunque: in università, per strada, nei negozi e poco a poco sono migliorata, anche se sembrava una lingua “strana”.

L’approccio universitario tra Roma e Marsiglia è diverso?
Molto. A Roma La Sapienza è gigantesca, moltissimi corsi e moltissimi insegnamenti, mentre a Marsiglia, la mia scuola insegna solo architettura. Anche per i voti è diverso, i vostri sono in trentesimi, i nostri in ventesimi con il minimo a dieci. Inoltre voi avete tre appelli due volte l’anno senza limiti di ripetizione – potete rifare un esame quante volte volete per prendere il massimo – o di anni per laurearvi. Nella mia scuola invece abbiamo due appelli per corso e non è possibile rifiutare il voto: se prendi solo dieci, non puoi tentare di nuovo. Inoltre, uno dei due appelli è obbligatorio, non puoi rimandare gli esami all’appello successivo. Se, eventualmente, non riesci a fare l’esame in uno di questi appelli non ce n’è un terzo e devi fare un semestre o un anno in più per poter convalidare. In più, non esiste il “fuori corso” da 6 anni, ad esempio: per noi il minimo è 5 e il massimo è 7, dopo sei espulso automaticamente.

Due mondi totalmente diversi! E culturalmente? Hai notato grandi differenze?
No, non tantissime, Italia e Francia sono vicine!

Com’è stato tornare a casa?
Non volevo, volevo restare! Un anno è troppo poco, c’è solo il tempo per abituarsi al Paese. Però sapevo di dover finire in tempo i miei studi! Mi è piaciuto un sacco fare un anno a Roma, l’Italia è un Paese molto piacevole!

Sicuramente meno stressante! Insomma: a conti fatti dopo un anno da Erasmus come ti senti?
Sicuramente mi conosco meglio. Ho imparato ad affrontare cose difficili come sentirmi sola o comunicare…senza avere le parole! Il primo passo è sempre il più difficile, però penso a posteriori che sia anche il migliore!

Outgoing: da Roma, Chiara Pucci

Ciao Chiara! Allora, domanda di rito: da dove vieni e dove sei andata?
Vengo da Priverno, piccolo paese vicino Latina, e sono andata in Erasmus a Parigi. Frequento Lettere e Filosofia a Roma Tre e sono stata a Lettere alla Sorbona, per sei mesi.

Qual è stato l’iter burocratico per partire?
Dopo aver vinto la borsa di studio, ho dovuto mandare l’iscrizione alla Sorbonne e creare il piano di studi con gli esami da dare lì, cercando ovviamente degli esami francesi che corrispondessero a quelli che fanno parte del mio piano di studi italiano.

Cosa ti ha spinto verso Parigi?
Ho sempre avuto un forte legame con questa città che non mi sono mai spiegata. La magia che si respira tra quelle strade volevo sentirla per più di una settimana di vacanza, volevo che entrasse nella mia quotidianità per vedere se sarebbe rimasta sempre viva anche con il passare dei mesi. Ho scelto Parigi perché avevo il desiderio di capire da dove derivasse questo mio legame per questa città, da sempre esistito.

E era come te l’aspettavi?
Assolutamente sì. All’inizio di un’esperienza del genere, come capita a molti, avevo paura di questo grande cambiamento e temevo che la città dei miei sogni potesse rivelarsi, in una quotidianità, diversa da come mi aspettavo, invece si è formato tutto perfettamente come in un puzzle. Dopo la prima settimana mi sono plasmata a quella città come se fossi un pezzo importante del puzzle che la compone e ho capito il senso di ciò che mi legava a Parigi per mezzo di sensazioni inspiegabili.

Qual è stata la difficoltà più grande da affrontare?
Entrare in un sistema universitario completamente diverso da quello italiano, ogni cosa era diversa ed è stato un po’ complicato capirlo subito.

È molto diverso?
Per quanto riguarda le facoltà trovi le stesse, magari il nome è articolato in maniera diversa ma sono quelle! Però ad esempio ci sono cose più specifiche: io ho fatto un esame che era basato su opere poetiche in cui ogni poesia era illustrata da un’opera pittorica, quindi tutto il corso consisteva nel trovare connessioni tra le poesie e il quadro corrispondente.

Ma come funziona quando arrivi lì? Cioè, hai qualcuno che ti segue per la lingua, l’alloggio, per orientarti diciamo, o sei solo?
Sei lasciato a te stesso in balia del nulla. Cioè , diciamo che per mia fortuna sapevo già il francese, quindi non ho avuto bisogno di corsi intensivi, anche se ci sono ovviamente nel programma Erasmus dell’università. Per quanto riguarda l’alloggio devi cercare da solo e, soprattutto a distanza prima che arrivi, è abbastanza complicato.

Ma secondo te, da studentessa Erasmus, sei mesi bastano per “conoscere” una cultura?
Personalmente penso che sei mesi bastino per comprendere una cultura, ma non siano abbastanza allo stesso tempo. Voglio dire che in sei mesi comprendi il loro modo di pensare e di comportarsi e ci fai l’abitudine, ma inizi a entrare davvero in quella cultura proprio quando sei alla fine dell’esperienza, quindi credo che per “comprendere” sul serio una cultura sia necessario un periodo più lungo.

E alla fine, a tornare a casa come ti sei sentita?
Ho sentito un vuoto indescrivibile il giorno della mia partenza. Diciamo che per me il ritorno è stato abbastanza traumatico, perché questa esperienza mi ha donato talmente tante cose a livello personale che solo l’idea di dover ripartire mi spaventava. È come quando stai facendo un sogno meraviglioso e non vorresti mai svegliarti, solo che in questo caso era tutto reale ed ero già sveglia quindi ho dovuto accettare la fine di questa meravigliosa esperienza, ovviamente non con un addio, ma con arrivederci. Sono sicura che Parigi abbia ancora tanto da darmi, quindi ci tornerò molto presto.

Sull’Autore

Classe '96, universitaria per caso e musicista per scelta, scrivo per non sentirmi eccessivamente fuori posto in questo mondo.

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