Uganda, un esercito per ogni guerra africana

Un proverbio ugandese recita “i semi di oggi saranno la foresta di domani”. In quel del Corno d’Africa, però, ciò che si appresta a crescere assomiglia più a un intricato groviglio di rovi che a una selva rigogliosa: caduta in un vortice di anarchia e in preda a interessi internazionali diversi fin dai primi anni ’90, la Somalia oggi inizia a fare i conti con l’imminente conclusione dell’AMISOM, la missione dell’Unione Africana per combattere i terroristi di al-Shabaab a cui partecipano cinque stati africani: Burundi, Etiopia (ritiratasi parzialmente nel 2016), Kenya, Gibuti e Uganda.

Soldato ugandese dell’AMISOM a Maslah Town, a nord di Mogadiscio (Credits: United Nations Photo/Flickr)

Proprio quest’ultimo è il principale contribuente in termini di militari: sono oltre 6 mila, infatti, i soldati inviati da Kampala, una delle prime ad intervenire nell’ex colonia italiana nel marzo 2007. Sul perché il Paese dei Grandi Laghi abbia optato per questa decisione, entrando in un conflitto fino ad allora limitato dentro i confini somali e a qualche attacco lungo quello con il Kenya, si era espresso il portavoce dell’esercito, il Colonnello Felix Kulayigye, nel 2012: “Se la Somalia è instabile – riporta la BBC -, il Kenya è instabile. E se il Kenya è instabile, allora lo siamo anche noi, prima di ogni altra cosa”. Questo spiega anche le aree dove gli ugandesi sono presenti, principalmente nelle regioni meridionali del Medio e Basso Giubba e in quella del Banadir, dove si trova Mogadiscio. 

Dopo oltre dieci anni di presenza sul territorio, però, il desiderio di rimanere impantanati nell’estremo est africano inizia a non piacere molto agli ugandesi. Nell’estate di due anni fa, infatti, il campo delle loro forze armate, Generale Katumba Wamala, ha dichiarato all’AFP: “Abbiamo in programma di disimpegnarci dalla Somalia a partire da dicembre 2017 (…) È una decisione che l’Uganda sta prendendo e gli altri partner sono stati informati”. In realtà, poi concretamente non c’è stato alcun calo di truppe e un’ipotesi simile era giunta già sei anni fa, dopo che le Nazioni Unite avevano accusato Kampala di sostenere i ribelli nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC); la “scadenza” dell’AMISOM dovrebbe cadere comunque nel 2020, salvo proroghe da parte dell’ONU e dal’Unione Africana, le quali appaiono già imminenti vista l’ancora inadeguata preparazione dell’esercito somalo.

Soldati ugandesi di ronda del distretto Wardhiigleey a Mogadiscio (Credits: AMISOM Public Information/Flickr)

Tornando all’Uganda, ad incidere sul morale delle sue truppe è sicuramente l’alto numero di perdite che sta subendo da anni. A inizio aprile, ad esempio, sono stati 46 soldati a perdere la vita a seguito di un attacco di al-Shabaab, presso Bulamarer, circa 130 km a sud-ovest dalla capitale, anche se la rivendicazione dei jihadisti è stata di 59 morti, con una perdita di 14 propri miliziani; l’Uganda People’s Defence Force (UPDF) ha parlato invece di 30 terroristi uccisi durante gli scontri. Questo tragico bilancio non è nemmeno l’ultimo, ma anzi le perdite da ambo le parti crescono di giorno in giorno; nonostante ciò, durante un vertice con i capi militari delle altre forze della missione, a Kampala a inizio marzo, il Generale David Muhoozi, capo dell’UPDF, ha dichiarato: “L’AMISOM continua a lottare con la sfida dello squilibrio tra i compiti della Missione e le risorse e le misure necessarie per provocare un effetto desiderato entro le scadenze desiderate. Ciò include le truppe sul terreno, i rinforzi, l’efficiente supporto alla missione e, naturalmente, la costruzione dello SNA (Somali National Army)”.

Proprio la questione delle risorse economiche è una delle partite fondamentali che decideranno il futuro: il principale finanziatore è infatti l’Unione Europea, che dal 2016 ha deciso di ridurre il proprio contributo del 20%, provocando una certa preoccupazione all’interno dei Troop Contributing Countries (TCCs). Si tratta comunque di cifre importanti, tanto che nel solo 2013 i fondi stanziati sono stati oltre 124 mila euro, di cui 110 destinati unicamente al personale militare (leggi “paghe per i militari”). Un aspetto tutt’altro che secondario, poiché un soldato ugandese in Somalia riesce a guadagnare anche 1000 dollari al mese, mentre in patria la paga è di appena 120 dollari; certo, rischiare la vita in un Paese che non è il proprio è una richiesta che necessita di un alto compenso, ma ormai le forze armate di Kampala sono note per il proprio impiego all’estero.

Già prima del 2007, infatti, l’UPDF è stata presente in diversi conflitti africani, a partire da entrambe le guerre nella RDC, iniziate nel 1996 e tutt’ora in corso nella regione del Kivu; l’interferenza ugandese nel Paese sarebbe testimoniata inoltre dal traffico illegale d’oro che Kampala e il Burundi spartiscono con il gruppo ribelle M23, come rivelato dall’ENOUGH Project di Washington nel 2013. Nello stesso anno, le forze armate hanno anche invaso il Sud Sudan con un blitz a dicembre, prendendo “il controllo dell’aereoporto e delle principali arterie della capitale Juba”, come riportato da Fulvio Beltrami su L’Indro. Il progetto del Presidente Museveni sarebbe quello di instaurare una “Pax Ugandese” nella regione, progetto che certo non può far piacere alle altre potenze locali. Prima fra tutte l’Etiopia e bisognerà capire come evolveranno i rapporti tra questi due, alla luce della visita a giugno del Primo Ministro etiope Abiy Ahmed proprio a Kampala.

Militari in perlustrazione dopo un attacco di al-Shabaab (Credits: AMISOM Public Information/Flickr)

I progetti di egemonia di Museveni dovranno quindi fare i conti con chi, concretamente, gli darà le risorse per portare avanti i suoi progetti. La Cina è molto legata ad Addis Abeba e gli oltre 20 milioni di dollari al mese spesi dall’UE per l’AMISOM nel solo 2015 stanno diventando ricordi; l’alternativa potrebbe essere la Turchia, che con Erdogan ha stretto i rapporti con lo Stato dei Grandi Laghi durante la sua prima visita nel 2016 e il cui volume di scambi commerciali bilaterali ha raggiunto i 31,8 milioni di dollari. Un partner sempre più importante, quindi, che potrebbe rappresentare per Ankara la possibilità di rafforzare il proprio soft power nel continente senza ricorrere necessariamente alla propria forza militare, già impegnata in Siria.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto, per MdC sono il Caporedattore della sezione Società e Diritti. Su Effe Radio co-conduco "La Repubblica delle Banane".

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