Tra cinema e teatro: “Dogville” di Lars Von Trier

Dogville è un film del 2003 di Lars Von Trier. Presentato in concorso al Festival di Cannes, non riuscì ad aggiudicarsi la palma d’oro, vinta invece da Elephant di Gus Van Sant. La mancata vittoria non fu motivo di fallimento del film, capace di rimanere nella memoria comune come uno dei capolavori del regista danese.

La locandina del film

Il film riflette sulla tematica della violenza umana, sul concetto di colpa collettiva e su come – se abbandonati a sé stessi – gli uomini possano trasformarsi in mostri. Tali riflessioni sono veicolate dall’incontro tra la misteriosa Grace Mulligan (interpretata da Nicole Kidman) e la piccola comunità di Dogville, una cittadina sperduta con una manciata di abitanti.

Grace irrompe senza preavviso nella vita di Dogville, inseguita da alcuni gangster per un motivo che si rifiuta di spiegare. Per cercare di conquistare la fiducia degli abitanti della cittadina, Grace inizia a svolgere alcuni lavori per loro, sempre mostrandosi pronta a collaborare e aiutare. Dopo un iniziale periodo di idillio, la situazione degenera velocemente. I lavori che Grace svolge iniziano a non bastare più agli abitanti di Dogville, che esigono sempre maggiore sforzo da lei.

Dall’abbassamento di paga e aumento di lavoro si passa molto presto al vero e proprio sfruttamento. Quest’ultimo non coinvolge solo il lavoro di Grace, ma sfocia in una sottomissione psicologica. Gli abitanti di Dogville si convincono di stare agendo per il bene della signorina e lei stessa è portata ad accettare tutti gli abusi che subisce. Grace si rende conto di trovarsi in una prigione psicologica solo quando uno dei cittadini sfoga le proprie repressioni sessuali su di lei, passando dall’abuso psicologico alla vera e propria violenza sessuale.

Convintasi della necessità di fuggire, prova a corrompere un abitante di Dogville per convincerlo a portarla via. Il piano viene però scoperto dalla cittadina, che di comune accordo decide di impedirle definitivamente di fuggire. A questo punto la situazione di sottomissione fisica e psicologica di Grace è evidente: è costantemente legata a una catena, costretta a lavorare tutto il giorno e a subire violenze sessuali la notte. Le violenze nei suoi confronti sono tali da ridurla a uno stato di subumana, incapace di ribellarsi. Nonostante questo gli abitanti di Dogville sono fermamente convinti di stare ancora agendo per il suo bene, in un impressionante clima di follia collettiva.

Il film termina con l’arrivo dei gangster. Si scopre il legame tra loro e Grace: il capo dei gangster è suo padre, dal quale lei stava scappando. Una volta liberata Grace, suo padre le concede il suo stesso potere decisionale sui gangster sottoposti. Grace tentenna. Non vuole avere alcun potere, non si sente all’altezza di potere giudicare nessuno. Infine, dopo un monologo sulla giustizia, sulla necessità di schierarsi e di non perdonare indiscriminatamente, ordina ai gangster di sterminare gli abitanti di Dogville.

Il regista Lars Von Trier

Per trattare tematiche così forti Von Trier decide di sfruttare alcune delle specifiche innovazioni del teatro del Novecento. L’ispirazione ai modelli teatrali è denunciata dalla scenografia: l’intero film è ambientato in un teatro di posa, che riproduce la cittadina stilizzata di Dogville. I muri delle case, le strade e le piante sono solo disegnate sul pavimento nero.

Si tratta di una ricerca degli elementi essenziali sulla scena che risale al “teatro povero” di Jerzy Grotowski, regista polacco della Neoavanguardia. Scrive Grotowski:

“E così abbiamo eliminato le scenografie e tutto il resto e abbiamo scoperto che quando l’attore utilizza solo gli oggetti a cui si sente vicino, l’uso che ne fa è più forte di fronte allo spettatore.”

Von Trier riprende l’idea di sottrazione del regista polacco, così da lasciare sulla scena solo quei pochi elementi che servono all’azione e dare loro maggiore dignità e importanza. Nulla è immotivato in Dogville, ogni singolo oggetto svolge una funzione fondamentale e ogni casa o strada stilizzata ha il suo ruolo in quanto tassello fondamentale dell’azione.

Un’altra suggestione teatrale di cui risente il film viene dal lavoro teorico di Antonin Artaud, in particolare dal suo “teatro della crudeltà”. Anch’esso lavora per sottrazione, eliminando ogni elemento non specificamente teatrale, così da creare un sistema di codici stilizzati capaci di causare sconvolgimento metafisico nello spettatore. In Dogville tutto è visibile, tutto è immediato e mostrato senza filtri allo spettatore. Per usare le parole di Artaud,

“Le immagini fisiche violente frantumano e ipnotizzano la sensibilità dello spettatore, che resta travolto […] come da un turbine di forze superiori.”

La cittadina di Dogville inquadrata dall’alto

Al di là delle influenze del teatro del Novecento è bene tenere sempre a mente che Dogville è e rimane un film. Gran parte delle innovazioni teatrali del secolo scorso nascono come reazione alla nascente settima arte e sono fondate sulla ricerca di uno specifico teatrale, in grado di stabilire una volta per tutte la distinzione tra cinema e teatro e garantire a quest’ultimo la sopravvivenza, altrimenti minacciata dalla maggiore spettacolarità cinematografica. Per questo motivo le teorie di Artaud e di Grotowski non possono essere prese in prestito integralmente dal cinema. Tutt’al più un regista con interessi teatrali può coglierne delle idee, delle suggestioni.

È questo il caso di Dogville. Il film si propone di sfruttare una sintesi dei codici teatrali e di quelli cinematografici, così da creare un ibrido originale. Per quanto riguarda i codici teatrali – oltre alle influenze di Artaud e Grotowski – è da segnalare l’uso simbolico e non naturalistico delle luci di scena, che variano di colore, intensità e direzione anche a vista d’occhio.

Puramente cinematografico è invece il montaggio. Von Trier usa la tecnica del jump-cut, denunciando la sua fedeltà al cinema anticlassico di stampo godardiano. Tramite il montaggio discontinuo l’attenzione dello spettatore è continuamente sollecitata e l’immedesimazione è resa impossibile. Lo spettatore è costretto a osservare con distacco ciò che succede, a prendere le distanze dalla messa in scena e a giudicare razionalmente ciò che vede e sente. La vicinanza di un approccio simile con lo straniamento brechtiano è evidente.

Infine vorrei segnalare quella che reputo un’eccellente sintesi dei codici teatrali e cinematografici. Il teatro del Novecento, dal “teatro della crudeltà” al “teatro povero” ha rintracciato lo specifico teatrale nella presenza fisica dell’attore. Il teatro si distingue dal cinema in quanto arte calda, mentre il secondo sarebbe arte fredda, caratterizzata dalla presenza-assenza fotografica e dalla riproducibilità tecnica. Grotowski scrisse:

“La vicinanza dell’organismo vivo: ecco il solo elemento di cui il teatro non potrà mai essere defraudato né dal cinema né dalla televisione […] Per questo è necessario abolire la distanza tra l’attore e lo spettatore facendo a meno del palcoscenico, infrangendo tutte le barriere. Che quanto vi è di più intenso avvenga faccia a faccia con lo spettatore, così che egli sia a portata di mano dell’attore, possa sentire il suo respiro e percepire il suo sudore.”

Von Trier è consapevole che un tale livello di vicinanza sia irraggiungibile dal cinema, ma sceglie uno stile che vada in quella direzione, che possa restituire allo spettatore la corporalità degli attori, la realtà fisica della loro presenza. Questo riesce grazie alla macchina a spalla (manovrata dallo stesso regista) che segue gli attori, ruota loro intorno e ne restituisce una visione d’insieme che abbraccia tutte e tre le dimensioni in cui si articola lo spazio.

Nicole Kidman nei panni della protagonista Grace Mulligan

Dogville è dunque un film duro, che vuole urtare lo spettatore. Per far sì che si possano avvertire la violenza e la presenza fisica degli attori, Von Trier sfrutta ingegnosamente codici e tecniche sia cinematografiche che teatrali, operandone una brillante sintesi.

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