Tribù: la contesa per il potere e le risorse alle origini del conflitto yemenita

A più di tre anni di distanza da quel golpe che, nel 2015, costrinse il presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi a fuggire ad Aden per ripiegare successivamente in Arabia Saudita (determinando l’intervento militare della coalizione a guida sunnita), la guerra nello Yemen si sta inasprendo sempre più.

Trattare quest’ultima come mero conflitto tra sauditi e iraniani per l’egemonia in Medio Oriente sarebbe tuttavia riduttivo. Superficiale sarebbe quella analisi che ricercherebbe le ragioni generatrici del conflitto nella sola contrapposizione religiosa tra sciiti e sunniti.

La guerra yemenita non è solo un conflitto per procura
tra Arabia Saudita e Iran
perché i livelli intersecati dello scontro
sono almeno quattro: identità regionali vs oligarchia di Sana’a
(come gli Houthi del nord, il secessionista Movimento Meridionale,
le tribù autonomiste dell’Hadramawt), Saleh vs Islah (il network di potere
dell’ex presidente contro gli interessi del blocco tribale e islamista
che fa capo al partito Islah), Riyadh vs Teheran, sunniti vs sciiti.”

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali
del Medio Oriente per Aspen Institute e ISPI.

All’origine di questo scontro dagli innumerevoli protagonisti, nondimeno, vi è la lotta inter-tribale per il potere e le risorse. Quella yemenita è difatti una risaputa società tribale che consta approssimativamente di 160 tribù, talune delle quali organizzate in confederazioni. Tra le confederazioni più antiche e rilevanti in termini numerici si ricordano: i Bakil (Yemen orientale), i Madhadzh (Yemen centrale) e gli Hashid (Yemen settentrionale).

Mappa regioni Yemen

La divisione dello Yemen in governatorati. Infographic by: European Council on Foreign Relations.

L’esistenza delle tribù in quella che, nell’antichità, era conosciuta come Arabia Felix è doppiamente dovuta alla debolezza del potere governativo centrale e all’estrema povertà della popolazione. Particolarmente dominante nel nord del Paese, il tribalismo yemenita si caratterizza per la sua estrema frammentarietà a causa delle rivalità interne ed esterne ad ogni gruppo. Una frammentarietà che i rivoltosi sciiti zaiditi Houthi (pur rigettando ogni tribalismo) hanno ben saputo sfruttare a proprio beneficio, ridisegnando ex toto le alleanze tribali (cosa per nulla gradita alla leadership saudita).

“Gli Houthi sono riusciti a compiere l’impossibile:
vincere il consenso (o la neutralità), in chiave anti-governativa,
di territori del profondo nord tribale dello Yemen.”

E. Ardemagni

Lo Yemen è le sue tribù e le tribù sono lo Yemen!

Dare una definizione di tribù non è impresa da poco, specie a fronte dei repentini cambiamenti di cui – da qualche anno a questa parte – è ormai oggetto il sistema tribale nel suo complesso. Sta di fatto che, in linea di principio, sedentarietà e territorialismo caratterizzano sempre più le tribù yemenite rispetto agli altri Paesi medio-orientali. Ne deriva un sistema unico nel suo genere, dove la consanguineità non è fattore determinante l’appartenenza al gruppo. Spesso usate dall’élite politica per acquisire maggior influenza, le tribù rivestono un ruolo significativo all’interno del Paese talché in alcune aree rappresentano l’unica istituzione effettivamente esistente per garantire sicurezza, controllo del territorio e servizi.

Gli Houthi

Originario del nord del Paese, il movimento-milizia deve il suo nome al fondatore Hussein Badreddin al-Houthi, assassinato nel 2004. Conosciuti come Ansar Allah o Ansarullah (Partigiani di Dio), tra il 2004 e il 2011 gli Houthi intraprendono una nuova guerra civile (le cosiddette sei battaglie di Sa’da) contro l’allora presidente Ali Abdullah Saleh, sciita zaidita membro della confederazione tribale degli Hashid.

Combattente-Houthi

Combattente Houthi. Credits: Facts Of Yemen/Facebook.

Forte del sostegno militare iraniano, degli Hezbollah e della Liwa Fatemiyoun, il gruppo cresce in potere e influenza, collezionando una serie di vittorie contro il governo centrale e le tribù rivali.  Dimesso Saleh e subentrato Mansour Hadi (2012), il conflitto si acuisce ulteriormente a causa della riforma federale e militare discussa alla Conferenza di Dialogo Nazionale (marzo 2013-gennaio 2014) che rischia di ridurre sensibilmente il potere delle tribù.

“Ansarullah persegue (…) un’agenda interna:
maggiore autonomia politica e religiosa per le terre del nord,
ripartizione delle risorse economiche e partecipazione al processo decisionale di Sana’a.

E. Ardemagni

Ormai alleati con lo storico rivale Saleh e accusati dal partito Al-Islah (ramo yemenita dei Fratelli Musulmani che include alcune correnti salafite) di voler restaurare l’imamato zaidita, nel gennaio 2015 gli Ansarullah conquistano la capitale Sana’a costringendo alla fuga Mansour Hadi.

Nel dicembre 2017 Saleh scioglie l’alleanza con gli Houthi, decisione che gli costerà la vita (4 dicembre). Ciò non deve di certo stupire essendo tipica di un tessuto sociale fortemente tribale (come appunto quello yemenita) la fluidità delle alleanze.

Lo scacchiere delle alleanze: non un singolo fronte

La complessità della realtà yemenita è tale per cui analisi così brevi non sono sufficienti ad esplicarla come meriterebbe. Il rischio è quello di cadere in errate esemplificazioni di un Paese che si presenta estremamente frammentato e complesso, frutto di quella stessa frammentarietà propria del sistema tribale yemenita.

Mappa conflitto Yemen

Le aree di controllo del conflitto yemenita (gennaio 2018). Infographic by ISPI.

Mentre gli Ansarullah mantengono il controllo a nord-ovest, il partito Al-Islah e le tribù filo-Hadi predominano nei governatorati di Al-Jawf e Ma’rib. La capitale del governo riconosciuto, Aden, è invece oggetto di contesa tra le forze filo-saudite e filo-emiratine. Difatti, sebbene Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti siano uniti nell’intento di contrastare Houthi e Iran, allo stesso tempo si dividono nel sostenere fazioni yemenite tra loro rivali: la prima i filo-Hadi e il partito Al-Islah, i secondi alcuni gruppi salafiti e il Movimento secessionista meridionale (al-Hiraak al-Janubi).

Il Sud tribale è invece diviso fra unità militari e comitati popolari fedeli al presidente Hadi, da un lato, e milizie appoggiate dagli Emirati Arabi e dagli autonomisti, dall’altro. L’Hadramawt, il governatorato più ricco di petrolio, è diviso tra filo-emiratini (nella zona sud costiera) e, per la parte settentrionale, filo-sauditi e filo-Saleh. L’estremo oriente del Paese (governatorato di Mahra) è invece conteso tra Arabia Saudita, Emirati Arabi e Oman.

“Al momento, tre governi coesistono, di fatto, in Yemen:
quello riconosciuto del presidente Hadi, rilocato ad Aden dopo il golpe (…),
l’autoproclamato governo degli Houthi a Sana’a, nonché il Consiglio di transizione del Sud (Stc), l’organo istituzionale dei secessionisti meridionali creato ad Aden nel maggio 2017 (…)”

E. Ardemagni

A rendere ancora più complesso il quadro sin qui delineato sono intervenuti lo Stato Islamico (sebbene stia faticando a imporsi) e l’AQAP (la cellula terroristica di Al-Qaeda, nata dalla fusione dei gruppi yemenita e saudita e conosciuta come al-Qāʿida nella Penisola Arabica) che, nel contrasto al governo Hadi, agli Houthi e agli Emirati Arabi, ha ben saputo sfruttare la realtà del Paese assicurandosi il sostegno di alcune delle tribù settentrionali e meridionali.

Sana'a sotto attacco

La capitale Sana’a sotto attacco. Credits: Living In Yemen On The Edge/Facebook.

Yemen: ma quale Stato?

Come già rilevava Ehlman M. Manea alla fine del secolo scorso, il cuore di tutti i problemi – probabilmente alla radice delle incessanti crisi conosciute dal Paese – è l’incapacità delle autorità politiche yemenite a costruire uno Stato forte, la cui sovranità possa essere riconosciuta dalle tribù, ancora prive di una comune identità nazionale. Un serio processo di costruzione non dovrebbe di certo trascurare il ruolo rivestito dalle stesse in una società fortemente tribale come quella yemenita.

L’opinione di chi guarda alle tribù come a delle entità opposte allo Stato da combattere con ogni mezzo va, quindi, rigettata a favore di una visione più coscienziosa che guardi, piuttosto, al tribalismo come a un completamento dello Stato da trattare quale imprescindibile intermediario tra quest’ultimo e le comunità locali e, soprattutto, come valido alleato per garantire crescita e stabilità al Paese.

“Tribes […] act as second-best substitutes
for an absent or weak state

Daniel Corstange, assistant professor
presso la Columbia University

 

 

Per approfondire:

  1. McCune, Tribes and tribalism in Yemen, Foreign & Commonwealth Office, giugno 2012
  2. Schmitz, Tribes in Yemen: dominant, but not a single bloc, Istituto per gli studi di politica internazionale, marzo 2018
  3. Lackner, Understanding the Yemeni crisis: the transformation of tribal roles in recent decades
  4. Al-Dawsari, Tribal Governance and Stability in Yemen, Carnegie Endowment for International Peace, aprile 2012

Foto in evidenza: NewsAge Pvt. Ltd./Facebook

Sull’Autore

Laureanda in Giurisprudenza presso l'Università degli studi di Messina, con una passione smodata per il diritto internazionale e penale, amo la mia terra natia ("a bedda Sicilia"), la musica, il tè e il mare. La mia insaziabile fame di conoscenza, mista ad una sana ambizione ed un irrefrenabile desiderio di mettermi sempre in gioco, mi hanno spinta a scrivere per l'Antro di Chirone e i Mangiatori di Cervello!

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