Migrazioni, strumento politico o economico? Intervista a Loretta Napoleoni

Le raccontava Omero e continuano a farlo ancora oggi i mass media: le migrazioni sono una costante nella storia dell’umanità. Negli ultimi decenni si è sempre più consolidata la loro accezione economica, in una costante dialettica “noi contro loro” sul tema del lavoro e del welfare state, fatta propria con successo dai partiti politici di destra.

Il tema nella sua complessità è stato al centro della XIV edizione del festival èStoria a Gorizia: tra i relatori, c’era anche l’economista Loretta Napoleoni che, con la politologa americana Kelly Greenhill, ha discusso del possibile uso dei flussi migratori come strumento di politica estera da parte degli Stati di provenienza. L’abbiamo intervistata.

Loretta Napoleoni durante la Göteborg Book Fair, 2017 (Credits: Bokmässan/Flickr)

Spesso si vede il migrante come manodopera a basso costo. Uno Stato potrebbe però usare il migrante come “arma”? Cosa significherebbe un impiego dell’immigrazione in tal senso dal punto di vista economico?
In genere, se si verifica un fenomeno d’immigrazione, questo è sempre legato al bisogno di un’economia o di un Paese di liberarsi di un’alta quantità di forza lavoro e di un altro di riceverla. Bloccare l’immigrazione come rappresaglia nei confronti del Stato che l’assorbe non ha senso. L’immigrazione può essere usata come arma al contrario, come abbiamo fatto noi con il governo Berlusconi e anche adesso: per bloccarla, usiamo un altro Paese per poter accogliere queste persone e quindi gestirle come vogliono loro. È un’arma di difesa.

I flussi migratori che arrivano in Europa dai Paesi in via di sviluppo possono essere visti come un tentativo di penetrazione economica e politica di quest’ultimi, creando delle “cellule dormienti”?
Tecnicamente sì, ma il problema dell’immigrazione non è di gestione politica. La gente emigra perché scappa da un Paese, non perché gli viene detto “vai lì e comportati in questo modo”. È un fenomeno naturale, incontrollabile. Certo, i cinesi sono venuti in Italia e si sono stabiliti in determinati posti, ad esempio Prato, che hanno gestito autonomamente. Però non si può dire che il Partito Comunista Cinese ha deciso che dovevano andare proprio lì, è successo per motivi che non hanno nulla a che fare con questo: c’è stata un’emigrazione che ha funzionato bene all’inizio e, attraverso contatti familiari e altro, è continuata. È un po’ come l’acqua che va dappertutto, è difficile bloccarla e non sai mai che dimensione prenderà. Gli Stati Uniti a un certo punto hanno chiuso l’immigrazione, però anche lì tutto quello che è successo, è successo naturalmente, non c’era un grande disegno dietro…

Però c’era anche la richiesta delle autorità americane di manodopera dall’estero…
Certo, lì bisognava ripopolare un continente nel quale si stava svolgendo un eccidio. Però non è questo che attira; il motore principale delle migrazioni è il desiderio di stare meglio, la fuga da condizioni di vita insostenibili. L’altro aspetto è la fuga di cervelli: ho bisogno di manodopera a livelli molto alti e altamente specializzata, prodotta in alcuni Paesi e io non ne produco abbastanza, e quindi li attiro. Su questo c’è la storia dei siriani, su cui si diceva che sono andati in Germania perché hanno un livello d’istruzione più alto: non è vero, i rifugiati arrivati nelle ultime ondate erano i poveri che non erano scappati prima. I ricchi e più scolarizzati erano scappati per primi. Quindi c’è tutto il problema dell’integrazione: devono integrarsi, imparare la lingua, un mestiere, i figli devono andare a scuola… C’è tutta una spesa iniziale affinché questa sia una manodopera che produca.

Emigranti Italiani appena arrivati a Ellis Island, New York, USA,1905 (Credits: Lewis Hine/ Giorgio Cavicchioli/ Facebook)

Ritornando alla definizione di “arma”: Gheddafi minacciava spesso di aprire i “rubinetti” dell’immigrazione. Questo fattore incide più politicamente o economicamente?
Lo fa anche Erdogan oggi. È una paura più politica: se quest’ultimo “apre” l’immigrazione, alcuni Paesi si troveranno in grandissima difficoltà. È sicuramente un potere politico iniziale, dopo di ché diventa anche un problema economico, perché bisognerà occuparsi di queste persone e i costi sono astronomici. È una minaccia alla stessa classe politica che ha fatto questi accordi. A Erdogan gli si è messo in mano un’arma non indifferente, da questo punto di vista.

Dallo scoppio della guerra in Siria si parla di ondate migratorie in Europa, dimenticandosi però che dagli anni ’90 i flussi dall’Est Europa sono stati continui. Com’è possibile che i sistemi economici europei facciano fatica ogni volta a confrontarsi con questo fenomeno?
Quella immigrazione è stata positiva per il capitalismo occidentale, anzi in un certo senso ha permesso la caduta del salario medio, la stagnazione, la delocalizzazione: in un momento di grossa crisi, hanno abbattuto i costi del lavoro. Quindi ben vengano le migrazioni in un contesto di questo tipo. Oggi la situazione è completamente diversa, perché il capitalismo si trova in una posizione di debolezza in Occidente: la maggior parte della produzione avviene in Asia e altri Stati, la delocalizzazione ha preso il sopravvento. Per cui dove mettiamo la manodopera che arriva in Europa?
Le miniere sono state chiuse, l’industria pesante non esiste più: tutti quei settori in cui queste persone potevano essere assorbite e potevano avere un effetto positivo, abbattendo i costi del lavoro, non ci sono più. Questi, allora, diventano un peso sociale. L’immigrazione che si poteva assorbire e che faceva bene al sistema capitalistico è stata assorbita già nel 2003 e 2004: in quegli anni c’è stata la guerra in Iraq e abbiamo avuto da lì tantissima immigrazione, finita principalmente nei Paesi scandinavi e del Nord Europa. Adesso in che settore possiamo assorbire tutte le persone che vengono dall’Africa? Le stime sul bisogno di immigrati stilate dall’OCSE possono anche essere vere, ma in quale industria li mettiamo se non produciamo più nulla? È un problema del capitalismo, non dell’immigrazione.

Barcone diretto verso le coste italiane (Credits: Massimo Sestini/La Rivista Culturale/Facebook)

C’è una visione secondo cui gli africani che arrivano in Europa sono esponenti della locale classe media che, anziché investire in patria in infrastrutture e istruzione, punta sull’emigrazione…
Non lo fa la classe media ma i poveri. Per ognuno che arriva qui e riesce ad avere un salario, ci vive un’intera famiglia. In Africa c’è ancora una povertà incredibile. La classe media africana, invece, cerca di consolidarsi nel proprio Paese. C’è proprio un problema di relazioni con l’Occidente, noi non ci sforziamo abbastanza per aiutare quest’ultima: la presenza della Cina nel continente è schiacciante, l’abbiamo lasciato ai cinesi che, peraltro, stanno facendo un ottimo lavoro dal punto di vista delle infrastrutture: il modello di sviluppo africano sarà sicuramente cinese.

Spostandoci invece nella penisola coreana, gli abitanti del Nord hanno avuto l possibilità di emigrare negli anni, sia lecitamente che illecitamente. Tanti sono andati a Tokyo, dove c’è una forte enclave nordcoreana: nell’attuale scenario geopolitico, queste comunità hanno agito nei rapporti tra Pyongyang e gli altri attori?
No, perché sono molto piccole a confronto delle economie dei Paesi in cui si sono spostati. Questo vale anche per la Corea del Sud. È da sottolineare, invece, l’esportazione di manodopera che però è gestita dal regime di Kim Jong-Un: per esempio in Africa costruiscono statue celebrative enormi in bronzo. Poi è il governo ad essere pagato e distribuisce percentuali bassissime agli operai. È accaduto così in Mosca nei lavori per i Mondiali del 2018, in Mongolia, nell’esportazione di muratori, sarte… È un’immigrazione controllata dal governo e che non fa parte della diaspora; questa è molto piccola e non ha un’incidenza.

Dopo l’incontro tra Kim e Moon, si è parlato di progressivo disgelo e addirittura di una possibile riunificazione. Nel caso ipotetico che si arrivasse a ciò, il sistema economico del Nord avrebbe la peggio nonostante i suoi sviluppi bellici?
In realtà, da questo punto di vista hanno la bomba atomica e basta, hanno un esercito pieno di gente che fa manovalanza ma che non sa combattere. La riunificazione, comunque, non ci sarà mai per il semplice fatto che la Cina non lo permetterà, Pyongyang è un Paese cuscinetto. Però ci sarà un’integrazione economica e commerciale che porterà grande benessere. Non hanno bisogno di riunificarsi e non lo vuole nessuno dei due: in questi casi, com’è accaduto con la Germania, c’è sempre una nazione che viene assorbita dall’altra, non c’è mai equilibrio. 

Il leader nordcoreano Kim Jong-Un e il presidente della Corea del Sud, Moon Jae, a Panmunjom, nel summit del 27 aprile 2018 (Credits: Reuters/ The Straits Times/Facebook)

Scendendo più a sud, se ne parla poco ma c’è una forte emigrazione verso l’Australia, che confina i migranti in un’isola affittata appositamente, Come può incidere tutto ciò sul contesto regionale?
Dal punto di vista umano, è una cosa inaccettabile; da quello politico, essendo un continente in mezzo all’Oceano, si tratta di uno Stato molto più facile da pattugliare. Le navi non possono arrivare dove non ci sono le città, nel nord è tutto deserto, quindi o si arriva vicino ai porti oppure queste persone dovrebbero attraversate il Paese a piedi. È facile, quindi, intercettare queste imbarcazioni. Non è però una soluzione molto diversa da quello che abbiamo adottato in Libia, bloccando i barconi nel Mediterraneo e mettendo questa gente in campi di concentramento gestiti da libici; la loro funziona meglio per la propria condizione geografica, riesco a bloccare quasi tutti i migranti, ma non risolve il problema.

Paradossalmente, Canberra blocca questi flussi ma apre le porte ai bianchi nel caso scoppiasse una guerra civile in Sudafrica.
Certo, le due nazioni hanno grosse relazioni da sempre. Questo si chiama razzismo.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

Articoli Collegati