Come il 41bis scatenò la furia stragista di Cosa Nostra

15 gennaio 1993: gli uomini del capitano Ultimo dei Carabinieri assaltano una Citroën Saxo in una rotonda non lontana da Via Bernini, a Palermo. Il blitz è fulmineo: i due uomini tratti in arresto quel giorno rispondevano ai nomi di Salvatore Biondino (l’autista) e Totò Riina.

totò riina cattura

La prima foto di Totò Riina, appena dopo la cattura

Terminava così la libertà del più noto criminale della storia italiana, l’uomo responsabile di migliaia di omicidi e stragi, che da allora conoscerà la spietatezza del 41bis, la norma che regola la detenzione al “carcere duro” dei più pericolosi criminali italiani.

Quella delle stragi e del 41bis è una storia che si intreccia per motivazioni e dinamiche talvolta non approfondite: non è, infatti, una semplice manifestazione della “linea dura” dello Stato, giustizialista e fine a sé stessa, ma una mossa tattica che ha seriamente sconvolto i piani e le azioni di Cosa Nostra.

La giustizia italiana, prima che venissero approvate ed applicate leggi che fossero realmente efficaci nel contrasto al crimine mafioso (il punto di partenza fu l’approvazione del 416bis), non sempre riuscì a sortire gli effetti sperati con le sole leggi un tempo in vigore.

Il provvedimento più diffuso, prima che fosse approvato il 41bis e che non fosse la semplice incarcerazione, erano i confini coatti: i criminali venivano semplicemente mandati in località lontane, piccole e sperdute ma pur sempre raggiungibili. Per quanto ostacolati, i contatti tra uomini d’onore erano sempre possibili, e dunque erano ancora in grado di governare Cosa Nostra senza particolari intoppi.

Né si rivelò efficace spedire i mafiosi in galera. Era comune, tra gli uomini d’onore, soprannominare il carcere Ucciardone di Palermo (dove spesso venivano rinchiusi) il Grand Hotel Ucciardone: oltre a celle arredate come vere e proprie camere d’albergo con tutti i comfort, e la possibilità di farsi mandare i pasti direttamente in carcere dai ristoranti, le ore d’aria permettevano comunque relazioni e riunioni tra i detenuti, e gli incontri con famiglie ed avvocati occasioni per mandare ambasciate fuori dal carcere ai referenti ancora in libertà. Cosa Nostra era perfettamente governabile nonostante gli arresti.

E al di là dell’Ucciardone, tale dinamica era replicabile in qualsiasi carcere d’Italia.

Il 41bis fu infine introdotto l’8 giugno 1992, alcuni giorni dopo l’attentato al giudice Giovanni Falcone presso l’autostrada Trapani-Palermo all’altezza di Capaci.

Esso fu una rivoluzione. Ore d’aria non più permesse, o se permesse i detenuti erano in solitudine, per non più di un’ora circa; celle ridotte a stanzette minuscole con giusto una brandina, sanitari e una televisione; colloqui concessi esclusivamente con i familiari e non più di una o due volte al mese, separati da lastre di vetro e sorvegliati e ascoltati dalle guardie carcerarie. Al 41bis si era davvero isolati dal resto del mondo, cosa che negava agli uomini d’onore quelle possibilità di comando e governo pur tra le quattro mura di un carcere.

Non è tutto, ovviamente. Un regime carcerario come quello del 41bis è, per le condizioni appena illustrate, un duro colpo a livello psicologico, che spesso e volentieri induceva gli uomini d’onore a scegliere di collaborare con la giustizia pur di vedersi concessi sconti di pena e l’invio presso località protette, evitando dunque la sofferenza di vedersi tagliati fuori da un’esistenza “normale” e con scarsissime comunicazioni con l’esterno.

Tutto questo si scaricò come una valanga su Totò Riina, allora ancora al comando di Cosa Nostra. I collaboratori di giustizia incrementavano in numero per far si che non fossero relegati al 41bis, mettendo in serio pericolo la segretezza delle informazioni e degli affari dell’organizzazione. Non ultimo, le famiglie dei carcerati lamentavano al capo dei capi la durezza a cui i loro parenti erano sottoposti dietro le sbarre, quanto fosse duro per loro poterli incontrare appena una volta al mese, e quanto fosse duro anche dover raggiungere il carcere.

Erano infatti poche, all’epoca, le case circondariali dotate delle infrastrutture adeguate per permettere l’applicazione del carcere duro: sono rimaste famose le carceri di Pianosa (isola dell’Arcipelago toscano, sita a sud dell’isola d’Elba) e dell’Asinara (nel nord della Sardegna), luoghi sperduti e già difficilmente raggiungibili dai comuni civili.

Tutto questo rappresentava per Totò Riina, oltre che un immediato e serio pericolo per la tenuta e la solidità di Cosa Nostra, anche un pericolo per la sua reputazione, in quanto responsabile di tutti i carcerati nei confronti dei loro familiari, che a più riprese avanzavano lamentele.

Fu così che decise di scatenare la guerra allo Stato a colpi di attentati e stragi. Sebbene Riina fosse stato arrestato il 15 gennaio del 1993, la strategia stragista non si sarebbe fermata: i suoi strateghi furono i massimi boss di allora, che rispondono ai nomi di Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, Nino Giuffrè, e tutti gli altri caporioni della fazione mafiosa dei Corleonesi allora al comando.

Via dei Georgofili (Firenze) dopo l’esplosione di un’autobomba, il 27 maggio 1993, che sventrò un padiglione del museo degli Uffizi e provocò vittime, tra cui una bimba di appena due mesi.

Non è infatti casuale che, nel momento in cui Stato e Cosa Nostra si incontrarono instaurando quel dialogo che sfociò nella trattativa Stato-mafia, il primo punto del papello con le richieste della mafia fosse proprio l’abolizione del 41bis. Ciò spiega il peso che per gli uomini d’onore aveva la realizzazione di quel punto elencato per primo nel papello. Una richiesta che, come abbiamo visto, fu avanzata a colpi di bombe.

Il pensiero dei boss era, infatti, che se lo Stato aveva deciso di cercare trattative e accordi appena dopo la morte di Giovanni Falcone, la strategia stragista sarebbe stata funzionale ad ottenere quando richiesto dagli uomini d’onore. Più bombe significava crescita della paura tra l’opinione pubblica, e maggiore pressione politica e sociale sulle istituzioni, che, nel piano dei mafiosi, sarebbero state indotte a cedere.

Dunque, ciò vuol dire che, essendosi fermato il “bombardamento mafioso” nel 1994, Stato e mafia avessero davvero trovato un accordo? Alla luce delle recenti condanne al processo sulla trattativa Stato-mafia, che nello specifico ha tirato in ballo Marcello Dell’Utri in quanto referente politico del primo governo Berlusconi (1994), ciò sembra esser dato per certo, per quanto sia necessario continuare ad indagare per svelare fatti, vicende e dettagli più specifici. Ma per ulteriori e definitive conferme, attendiamo che vengano depositate le motivazioni relative alla suddetta sentenza.

Quel che possiamo finora offrire, come riflessione conclusiva, è la conferma dell’efficacia del 41bis come misura legislativa utile ed efficace per il contrasto alla mafia; una misura che va tutelata, a fronte di critiche di parte dell’opinione pubblica (che ritiene il 41bis eccessivamente duro ed “inumano”) e passati progetti e proposte di legge che ne prevedevano l’attenuazione o addirittura l’abolizione.

 

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

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