A proposito di governi gialloverdi: il Libano

Scenario: ci troviamo in un Paese con un immenso debito pubblico in rapporto al PIL, appena uscito da delle elezioni particolarmente complicate, tenutesi in seguito all’adozione di una nuova legge elettorale ibrida e particolarmente discussa. Queste elezioni hanno segnato la vittoria di alcuni partiti il cui risultato è da più parti interpretato come una spinta verso la destabilizzazione della macroregione in cui ci troviamo. Di fronte a questo, il sistema istituzionale si pone, a seconda dei punti di vista, come ostacolo al cambiamento o come argine al possibile caos.

La classifica dei paesi con più debito per rapporto al PIL tratta dal sito True Numbers

Spoiler: Non ci troviamo in Italia, ci troviamo in Libano. La macroregione non è l’Europa ma il Medio Oriente. Dopo le elezioni del 6 maggio scorso, nel paese mediorientale che forse più di tutti guarda storicamente a Occidente, la situazione si è fatta del resto particolarmente ingarbugliata.

Ricapitoliamo dunque i punti di contatto: il Libano è la terza nazione più indebitata al mondo in rapporto al proprio Prodotto Interno Lordo, dopo Giappone e Grecia, e subito prima dell’Italia (la quale è pari merito con Capo Verde), superando il 152,29%.

Recentemente la legge elettorale libanese è stata modificata: si trattava infatti di una legge risalente agli anni ’60, che da più parti si chiedeva fosse aggiornata con maggiori criteri di proporzionalità, per permettere alle nuove liste provenienti dalla società civile di avere accesso al poco aperto sistema politico libanese. Se molti sono i punti di contatto con l’esperienza italiana, occorre però precisare una differenza fondamentale: il complesso tessuto sociale libanese, caratterizzato dalla presenza in numero cospicuo di quasi 17 gruppi confessionali differenti, cui storicamente – a partire dal 1860, e poi ancor più compiutamente nel 1943 – il sistema libanese tenta di dare eguale rappresentazione all’interno dei propri organi istituzionali. I tre principali gruppi religiosi hanno infatti tradizionalmente tre delle più importante cariche: ai cristiani maroniti il Presidente della Repubblica, ai musulmani sciiti, a maggioranza drusa, il Presidente del Parlamento, ai musulmani sunniti la carica di Primo Ministro: ricorderete forse l’internazionalizzazione della crisi libanese in relazione alla figura di Saad Hariri – figlio dell’ex premier Rafik Hariri, assassinato nel 2005, recentemente riconfermato ma in posizione molto indebolita – in relazione a tensioni tra il Libano e l’Arabia Saudita, di cui il partito Futuro (Mustaqbal) di Hariri è storicamente alleato.

 

Vignetta del fumettista israelo-belga Michel Kichka. In alto, da destra a sinistra gli “avvoltoi” Hassan Nasrallah e Assad. Il primo ministro Hariri nel manifesto da ricercato rieletto.

Foto risalente al marzo 2016, in occasione delle manifestazioni di YouStink (“Basta corruzione in Libano. Buttate pure il nostro governo nella spazzatura”)

Con le nuove riforme nulla è stato cambiato di tale aspetto istituzionale. Ciò che si è cercato di mettere a punto è il rimaneggiamento delle circoscrizioni elettorali, di modo da renderle confessionalmente più uniformi e ridurne il numero: da 26 a 15. Se l’introduzione del metodo proporzionale avrebbe dovuto permettere l’apertura alla società civile – che già in Libano aveva avuto modo di far sentire la sua voce in particolare, è il caso del movimento YouStink, per proteste legate alla gestione dei rifiuti (altra questione a noi particolarmente cara) – così però non è stato. Il sistema del “voto di preferenza” infatti, che introduce delle caratteristiche maggioritarie in una legge proporzionale (altro tratto decisamente familiare), ha oltremodo complicato la situazione: non solo, tale voto viene calcolato non sulla base delle nuove circoscrizioni, ma delle precedenti. Questo sistema favorisce da un lato la concorrenza all’interno delle stesse liste elettorali, con candidati in posizione favorita (anche economicamente) in grado di avere un maggiore impatto sulla propaganda; dall’altro agevola il voto per clan, vuoi anche per favoritismo clientelistico simil-mafioso (simil?). Il sistema del calcolo per la soglia di sbarramento poi (decisamente più complicato di quello italiano) è differente a seconda di ciascuna circoscrizione. È difatti calcolato sulla base del numero di elettori previsti diviso per il numero di seggi assegnati a quella circoscrizione e tende a rendere difficoltoso per liste non particolarmente forti inserirsi nella vita politica del paese. Può così capitare che la terza lista, in una determinata circoscrizione, non si qualifichi nonostante un ottimo risultato. Altro fatto da non dimenticare, perché particolarità tutta libanese, in Libano si vota non nel territorio di residenza, ma nel luogo di nascita della famiglia paterna, fatto che da un lato rende complicato esercitare il diritto di voto e dall’altro tende a fissarlo in schemi familiari difficilmente scardinabili.

Il risultato di queste elezioni: ciò che ha avuto più risalto sulla stampa occidentale e non solo è senza dubbio la forte affermazione di Hezbollah, partito (e movimento armato) sciita filo irianiano alleato del movimento Speranza, Amal (sigla per “Distaccamenti della resistenza libanese”, partito che di Hezbollah era stato però in passato rivale durante la guerra civile libanese) presieduto dal 1978 da Nabih Barri, sempre di confessione sciita ma con posizioni più tendenti al socialismo. Barri, occorre precisarlo, è stato accusato, a causa di alcune rivelazioni di Wikileaks, di essere finanziato dallo stesso Iran. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, si è così per contro affermato come leader de facto dell’asse politico sciita libanese, riuscendo a presentare come convincenti anche i successi del proprio movimento in Siria, e la sua fortissima opposizione alle recenti azioni militari contro le milizie druse al confine da parte di Israele. Fatto curioso, tale nazione diventa “Isvail” nei suoi discorsi: caso raro nel mondo arabo, Nasrallah ha infatti un impedimento di pronuncia che gli impedisce di pronunciare la lettera R.

Il nuovo parlamento libanese come presentato dall’agenzia France Presse

La vittoria è stata cospicua: Hezbollah ha guadagnato il 16% dei voti, mentre Amal il 12%. I due partiti sciiti erano inoltre alleati del partito del cristiano maronita Michel Aoun, il Movimento Patriotico Libero, che ha ottenuto il 13%, per un totale di circa il 40%, 53 seggi su 128 (per una maggioranza ne servono 65). Le trattative sono dunque nel vivo. Ciò che colpisce è però che nonostante il buon risultato ottenuto da Hezbollah, il sistema libanese – che in buona parte con la nuova legge elettorale puntava forse più all’autoconservazione che all’innovazione – ha nuovamente riconfermato in carica gli stessi esponenti politici: Aoun alla Presidenza della Repubblica, Hariri alla Presidenza del Consiglio, Nabih Barri al Parlamento.

Se e quanto la società civile desiderasse un cambiamento, con tutta probabilità questo cambiamento è stato disatteso, e la bassa percentuale di votanti (49% contro il 54 delle passate elezioni, nel 2009 – rimandate in seguito per 5 anni consecutivi) sembra una conferma in tal senso.

Altro segnale non particolarmente incoraggiante: la presenza femminile in parlamento. Su 77 donne candidate (più frequentemente in aree già “monopolizzate” come abbiamo visto da un candidato forte) solo sei sono state elette.

E se la politica non è la stessa in tutto il mondo, se gli interessi perseguiti sono molteplici e colmi di sfumature, e se in Italia le percentuali sono certo differenti (185 deputate su 630 e 86 senatrici su 315, il partito con maggiore rappresentanza femminile è il Movimento Cinque Stelle con 42 su 112 eletti, rappresentanza poi però sottodimensionata nella squadra di governo, 5 su 18), non possiamo non ripensare alla questione delle pluricandidature, per cui molte candidate – in particolare a sinistra – hanno scelto di occupare il primo posto in più liste cedendo così il passo agli uomini che le seguivano in lista e notare quanto sul fondo, sulle rive del Mediterraneo, certe questioni restino in un modo o nell’altro sempre attuali, e come il ruolo della politica sia puntualmente quello di essere sempre in ritardo.

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92, parto per Bologna a studiare Lingue nel 2011 e, con la testa almeno, non la lascio più. Al momento vivo a Parigi, dove perfeziono lo studio dei dialetti arabi orientali. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto, mangio di tutto, leggo di tutto, vedo di tutto. Sono un bulimico della narrazione.

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