Storie come tante: morire di lavoro in Italia

9 maggio 2018, Monfalcone. Matteo Smoilis di 19 anni va al lavoro con suo fratello e suo padre, in Fincantieri. La famiglia di Matteo possiede una ditta che ha vinto un appalto per lavorare proprio nei cantieri navali e anche quel giorno il lavoro li attende, nella zona del bacino. Queste tre righe potrebbero descrivere una storia di lavoro della provincia italiana, come tante. Invece è una storia di morte sul luogo di lavoro, purtroppo come tante. Quel 9 maggio, un blocco di cemento di 6 tonnellate, in caduta libera, spezza i diciannove anni di Matteo.

28 marzo 2018, Livorno. Gli operai, Nunzio Viola, di 52 anni, e Lorenzo Mazzoni di 25 anni, vanno a lavorare, come sempre, nel porto industriale di Livorno per conto della Labromare, azienda che si occupa di bonifiche ambientali e trattamento di rifiuti portuali. Nunzio, campano, vive da quasi 30 anni a Livorno, è considerato un operaio esperto, tanto da essere chiamato dai suoi compagni di lavoro un “un super babbo”. Un papà anche per Lorenzo, “il ragazzino”, uno degli operai più giovani in Labromare.
Poco prima delle 14, il babbo e il ragazzino si uniscono in un ineluttabile tragico destino. Il serbatoio, da poco svuotato, per la manutenzione, dall’acetato di metile, esplode uccidendo Nunzio e Lorenzo.

17 maggio 2018, Taranto. Angelo Fuggiano, di 28 anni, dopo aver salutato i suoi due bimbi piccoli, si dirige al lavoro. Angelo è uno dei tanti operai che ogni giorno varca i cancelli dell’ILVA, ed è uno dei tanti che lavora per conto di aziende appaltatrici, nel suo caso la Ferplast. La fune della gru che deve sostituire Angelo quel giorno è pesante, qualcosa va storto, la carrucola cede, precipita e lo colpisce. Angelo muore alcune ore dopo. Inutili i tentativi per rianimarlo.

    Il simbolo della protesta contro le morti sul lavoro.

Queste tre storie, storie come tante, sono solo alcune delle innumerevoli vicende che, purtroppo ogni giorno, avvengono in Italia. “Le chiamano morti bianche perché l’aggettivo allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’accaduto” (Giorgio De Rienzo).

Molte mani, seppur impalpabili, quali scarsa prevenzione e mancanza di investimenti sulla sicurezza, tengono il lungo filo di morte che collega tutta l’Italia, ogni anno, da Monfalcone a Livorno fino ad arrivare a Taranto e oltre.

In genere, dopo aver occupato per circa due giorni le pagine dei giornali locali, i nomi e le storie dei lavoratori caduti non trovano più spazio nella cronaca, riempiendo le caselle vuote delle statistiche, dei grafici e delle tabelle degli osservatori e istituti di ricerca sul lavoro, che a fine anno vengono pubblicati.

Statistiche dal 2017.
Secondo i dati INAIL, il 2017 si è concluso con 1029 deceduti sul luogo di lavoro: una media di più di 2 morti al giorno. Il dato desta preoccupazione, durante il 2017 è avvenuto un incremento delle morti bianche, undici decessi in più rispetto al 2016 che si è concluso con 1018 morti. L’anno passato ha infatti stabilito una controtendenza rispetto ai dati degli ultimi sedici anni durante i quali si era riscontrato un calo costante degli infortuni mortali.
Il nuovo aumento di morti bianche ha una serie di cause e concause, innanzitutto, come spiega Carlo Soricelli a Repubblica, la diminuzione dei decessi degli anni precedenti è da imputare sia all’automazione che ha investito diversi settori del lavoro, sia alla crisi economica degli anni precedenti che ha causato una riduzione dei posti di lavoro.
Il preoccupante aumento che ha caratterizzato il 2017 e che caratterizzerà, si pensa, anche il 2018, non è però il solo sintomo della debole ripresa economica e dell’aumento, minimo, dei posti di lavoro. L’aumento delle morti sul lavoro è più probabilmente l’effetto della mancanza di investimenti da parte delle aziende sulla sicurezza, durante gli anni della crisi iniziata nel 2008, poiché: mettere in sicurezza un luogo di lavoro, banalmente, costa.

                                                                                         I caschi degli operai in segno di lutto.

 I primi mesi del 2018.
L’Osservatorio indipendente di Bologna morti sul lavoro, che inserisce nelle proprie stime anche i caduti senza assicurazione INAIL, conta che proprio dal primo gennaio 2018 ci siano state 270 morti bianche, tralasciando le morti in itinere, ovvero avvenute durante il tragitto per recarsi sul luogo di lavoro.
Al di fuori delle stime, necessitano di attenzione anche gli incidenti non mortali, ma comunque invalidanti, durante l’attività lavorativa, come ad esempio, in base alla cronaca, il recente caso di un rider, che a Milano, a seguito di uno scontro con un tram, ha perso una gamba, o di un ragazzino di 16 anni che, in Friuli Venezia Giulia, durante un tirocinio si è semi-amputato una mano con una fresa.

Secondo l’osservatorio sicurezza VEGA, partendo dai dati ufficiali INAIL, la regione italiana a cui spetta la maglia nera per maggior numero di decessi, nel periodo da gennaio a marzo 2018, è la Lombardia seguita da Veneto ed Emilia-Romagna. Uno degli ambiti lavorativi più pericolosi sono le costruzioni e le attività manifatturiere, sebbene al primo posto della classifica, con 48 decessi, si trovi la voce ambito “non determinato”.
I dati ci dicono che più aumenta l’età del lavoratore più aumenta il rischio di morte sul lavoro, infatti, la fascia di età fra 55 e 64 anni è più colpita dagli infortuni mortali, poiché nei cosiddetti lavori usuranti, come spiega Soricelli, la diminuzione dei riflessi e della lucidità, dovuta all’età, a volte può essere fatale.

Nel 2018, in Italia si muore ancora di lavoro, le mani bianche, indefinite, senza volto e nome mietono vittime. Le percentuali e i numeri asettici delle statistiche di fine anno nascondono lavoratori come tanti, che hanno nomi, volti e famiglie reali e tangibili.
Monfalcone, Livorno e Taranto, ma anche Padova, La Spezia e Palermo sono la geografia di un lutto continuo che unisce l’Italia in modo indistinto, collegando sia  le regioni industrializzate e sia le regioni meno industrializzate, sia i giovani e sia gli anziani, sia i  periodi di crisi e sia i periodi economicamente floridi.

 

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